Giu 23

Il personaggio di Federico Monti in “Rubè”

(di LAURA CARDELLA)

Federico Monti, amico di Filippo Rubè, assume una posizione centrale all’interno del romanzo: le vicende di questo «medico da tre anni», che «seguitava quietamente a studiare medicina sui libri» (pag 9), infatti, si alternano fin dal primo capitolo a quelle del protagonista, procedendo quasi parallelamente.
Federico appare subito come un personaggio dal carattere forte e ben stabile, tanto che Rubè, al contrario irrequieto e nevrotico, prova nei confronti dell’amico dei sentimenti contrastanti, d’attrazione per una persona così diversa da lui, ma nello stesso tempo di invidia:

Filippo lo sentiva prevalere per l’alta statura, da cui la sua amicizia pareva accondiscendere senza mai darsi intera, e contemplava abbacinato quella serenità magica traversata di tanto in tanto da uno scatto di accumulato vigore, come il cielo d’estate da un lampo (da notare la similitudine, figura utilizzata spesso da Borgese nel corso del romanzo per rendere concretamente la descrizione fisica e psicologica dei suoi personaggi). [pag. 9]

Filippo gli parla «dei suoi modi di sentire e di pensare che a lui parevano inquietanti e singolari e l’altro ascoltava con attenzione compiacente e pacata come se nulla di nuovo fosse sotto il sole.»
Alla Rustica, la casa in cui Federico vive con la madre, i due si ritrovano spesso a discutere su questioni di pubblica attualità, soprattutto sulla guerra, e dai loro dialoghi emerge la differenza di temperamento e di posizioni; Filippo si dichiara fin da subito un interventista militante, Federico invece crede che la guerra sia inevitabile, di conseguenza ritiene riprovevole la foga con cui Rubè declama i suoi discorsi sulla necessità dell’intervento bellico:

«La guerra è inevitabile, e l’intervento dell’Italia è necessario. È fatale. Ma allora a che serve aizzarla se niente può fermarla su questa strada? Mi somigli a un medico che non ha più speranza pel suo malato e gli tiene lunghi discorsi al capezzale per spingerlo a morire alla svelta perchè la morte è una gran bellissima cosa’. Un’affine similitudine medica era stata già utilizzata da Filippo a pag 10 per indicare la volontà che la guerra, cosa ormai certa, scoppi al più presto: ‘Quando uno ha un malato grave in casa e lo veglia, si accorge che metà della sua anima sollecita col desiderio la catastrofe, per una specie di solidarietà con la natura, per simpatia col fatto che deve succedere». (pag 17)

La divergenza di opinioni sulla guerra metterà in crisi la loro amicizia: Federico crede che sia giusto aspettare che la guerra scoppi senza forzare la sorte per poter poi servire la patria quando sarà il momento più opportuno, ma Filippo, che odia la paura e ama il coraggio, lo accusa tacitamente di viltà, creando una rottura irreparabile nel loro rapporto. Da questo momento in poi i due si separano: Rubè si arruola volontario e parte per il Veneto. Al momento della partenza dalla stazione Federico sarà costretto a porgere i suoi saluti a Filippo trascinato dalla sua fidanzata, Mary Corelli, che per certi versi sembra essere più simile a Rubè (il quale ne era innamorato) che non al suo futuro sposo: «Mary si dava un gran da fare, passando da un gruppo all’altro con una irrequietezza di rondine, per coprire con la sua agitazione la compostezza di Federico che aveva stretto silenziosamente la mano a Filippo e non si decideva a pronunciare una parola» (pag 20).
Filippo e Federico si incontrano, in seguito, a Roma, dove Rubè si ritrova di passaggio prima di andare a trascorrere un mese di convalescenza a Calinni, il suo paese, a causa di un grave esaurimento nervoso: i due si limitano soltano a un convenevole saluto e Filippo trascorre la serata a discutere con Mary, la quale riferisce all’amico le idee di Federico sulla guerra e sulla necessità di aspettare senza provocare gli eventi:

Fredi non vorrebbe nemmeno ch’io facessi l’infermiera. Egli dice così: che noi siamo sulla riva e che se il torrente ingrossa non è una buona ragione per metterci dentro il piede e poi la caviglia e poi il ginocchio e il resto. Dice che non è affare nostro decidere se dobbiamo affondare o nuotare o stare all’asciutto. Lui questo modo di lasciarsi ingoiare dalla vita con la pretesa di ingoiarla lo chiama malsano. Io direi empio, impious. Lui dice che se la guerra ci vuole ci piglia lo stesso, e che non è affatto certo che chi sta in mezzo all’acqua stia peggio di chi è rimasto vicino alle macchine. Io non so se sono proprio d’accordo con lui». (pag 62)

Federico è un uomo prudente e pragmatico, che immagina la catastrofe a cui condurrà la guerra, ma non per questo vuole sottrarsi ai suoi doveri nei confronti della patria.
Federico e Mary sono, dunque, due personaggi dai caratteri diversi, tanto chiuso e pacato lui, tanto gioiosa e frizzante lei, eppure condividono alcune caratteristiche che li rendono, secondo Eugenia Berti – fidanzata di Filippo – una coppia perfetta: come infatti la donna scrive a Rubè in una lettera:

Sì, sapeva del fidannzamento formale di Federico con Mary. Avevano fatto bene. Anche Federico era ricco di forze e di gioia, e non aveva fretta di dilapidare le sue ricchezze, e aveva diritto a una compagna che gli portasse una dote equivalente. Non alludeva, beninteso, alla fortuna dei Corelli. C’è qualcosa che conta più del denaro, ed è quell’impulso (nascosto e perpetuo come il battito del cuore) a considerare la vita come una cosa magnifica e strana. (pag 68)

Pur nella diversità di personalità, dunque, i due futuri sposi condividono l’amore per le gioie della vita e per la serenità familiare.
Durante i primi mesi dopo il matrimonio la vita dei due sposi sembra trascorrere tranquilla, senza preoccupazioni: Federico, a differenza della madre, non disapprova ma accetta con gioia le esuberanze della giovane moglie, come quella di raccogliere dagli alberi uva e fichi la mattina presto e di portarli al marito ancora a letto: «La felicità, alla Rustica, aveva il volto sobrio e la voce piana da padrona del luogo, e non recava sorpresa incontrarla. Appunto perchè la gioia vi era così discreta e modesta, il dolore passava accanto alla porta senza picchiare, mentre nulla ha tanta forza di richiamarlo quanto una felicità passeggera» (pag 104).
Ma la felicità è, appunto, solo passeggera perché Federico viene destinato a Bologna con l’esercito e non vuole che Mary lo segua, nonostante le sue obiezioni, anche perché crede e spera che la moglie sia in attesa di un bambino:

Io non apro tutte le finestre della mia casa per la bella ragione che tira vento, capisci? Se una ventata della guerra mi piglia, non c’è nessun motivo perchè pigli anche mia moglie, mia madre e forse il mio figliolo. Ora vado a Bologna. Fra un mese possono scaraventarmi magari in Albania. Cosa farai? Farai ogni quindici giorni il baule? Ma ti pare decente, possibile, trascinare una nuova luna di miele forse una gravidanza fra corsie d’ospedali e negli ospedaletti da campo? […] Detesco questi impulsi zingareschi e queste smanie di disordine che aspettano la prima occasione a bocca aperta. Appena sentite un valzer, volete subito ballare. Io dico che la guerra la deve patire che ci è costretto. Ma la mia casa, finchè il Padreterno la lasci in piedi, non voglio essere io a demolirla con le mie mani.» (pagg 106-107)

Mary allora decide di partire lo stesso e di raggiungere l’amica Eugenia come infermiera a Udine. I due sposi partono insieme con lo stesso treno, ma non riescono a parlare tra loro e dirsi ciò che provano durante il tragitto e – l’uno per una sua incapacità congenita a esprimere le proprie emozioni, l’altra perchè teme, con le sue parole, di offendere ulteriormente il marito e di provocare un ennesimo litigio – quando si separano Federico si rende conto di essere solo e triste:

Anch’egli per la prima volta in vita sua si sentì brutto e sconfitto. Era sicuro che, se si fosse guardato allo specchio, il suo volto gli sarebbe apparso duro come un pugno chiuso. Perchè lasciava partire la moglie così? Quale altro aspetto avrebbe avuto la miseria di quel luogo s’essa fosse stata a sedere di fronte a lui, un pò stupita dal sonno, col labbro un pò aperto come quello d’una bambina insonnolita, essa sola sorridente, appena, in quel convegno di forzati! (pag 109)

Federico inizia la sua carriera medica a Bologna, primeggiando tra gli altri medici non solo per la sua bravura e le sue competenze, ma anche “per la sua cortesia senza arrendevolezze verso i superiori, senza confidenze verso gli uguali, e per la devozione priva di sentimentalismi nei confronti dei malati” (pag 110), eppure non riesce a comunicare con la moglie, non riesce a esprimerle i suoi veri sentimenti, proprio per via del suo carattere chiuso e orgoglioso, che peggiora in seguito all’amputazione della gamba a causa di un incidente.

I cambiamenti di Federico dopo l’operazione vengono avvertiti fin da subito da tutti, anche da Filippo stesso: «parlava con un accento diverso da quello di prima. A Filippo fece anche l’impressione che la sua voce fosse divenuta più roca e che il suo sorriso, forzato e profondo, quasi costruito su uno schema di rughe precoci, rivelasse un decadimento là dove era stata una grazia sicura che agli adulatori era sembrata degna di un semidio» (pag 118).
I coniugi Monti si trasferiscono a Roma, alla Rustica, dove Federico continua a seguire gli avvenimenti bellici nonostante la forzata lontananza dall’esercito: nelle discussioni con la madre e con padre Mariani adesso dimostra un atteggiamento cinico nei confronti della guerra e degli interessi messi in gioco da questa. Anche la sua personalità appare mutata dopo il ritorno a casa: ormai Federico ha perso quella serenità e pacatezza che lo caratterizzava, ma vive il dramma della gamba mozzata, senza ammetterlo a se stesso, ma soprattutto credendo che siano gli altri a non riuscire a sopportarlo:

«Del resto» disse una volta alla madre, per non tornare più su «tu, mia moglie, la servitù, date un’importanza ossessionante a questa miserabile gamba, e quando entro io fate uno sforzo per non guardare dove c’era il ginocchio. Come se la tenessi nascosta per farvi un dispetto. Eh, diamine! Si può vivere benissimo anche così. C’è di peggio che perdere una gamba.» «Per esempio» ribattè la madre con una voce più acuta che’essa stessa, udendosi, si giudicò scorretta «perdere la testa.» (pagg 123-124)

Una personalità, dunque, mutata in negativo dal maturare della tragedia privata: persino Mary e la madre stentano a riconoscerlo e Federico comincia a chiudersi sempre di più nel suo mutismo e ad isolarsi dalle persone care, rispondendo alle loro domande con brevi affermazioni sarcastiche e pungenti. Per esempio alla madre «che non sapeva perdonare (al figlio) quell’ostinazione “macabra” del vestire da ufficiale col moncone insaccato come un salame dentro il calzone accorciato, e meno ancora l’atteggiamento negativo, sarcastico, “da pazzo”, verso le sollecitazioni più o meno esplicite che gli si facevano per provvedersi di una gamba di legno. Ce n’erano di meravigliose, articolate, che servivano su per giù come le gambe di carne e d’ossa». Federico – «che aveva preso il vezzo di dir cose di cattivo gusto» – era solito rispondere: «e hanno anche il vantaggio di non richiedere cura per le unghie nè, pardon, per i calli» (pagg 122-123).
La serenità sembra ritornare dopo la nascita della bambina, Giulia, a cui Federico permette ogni cosa e la cui autorità precede quella di chiunque altro in casa: è proprio grazie a lei se decide di usare finalmente una gamba di legno. Intanto si avvicina allo spiritualismo e alla religione frequentando assiduamente padre Mariani e cessa di occuparsi di medicina dopo il trauma della guerra: «aveva abbandonato la scienza perchè non capiva che cosa ci stessero a fare i medici e i chirurgi con le loro polverine e le loro garze quando c’erano gli alti esplosivi e i gas asfissianti (“il dolore è largo come il mare e gli scienziati lo vogliono prosciugare bicchiere a bicchiere”)»(pag 196).

Ma la guerra e il dolore provato hanno ormai segnato irreparabilmente Federico, il suo fisico e il suo animo: alla moglie non riesce a comunicare il suo malessere, se non tramite allusioni: «Anche a me piacerebbe di avere tanti figlioli, una vera famiglia patriarcale, sette, nove, dieci. Ma soltanto quando avessi qualche cosa di esatto e di preciso da insegnare ai miei figli, quando avessi scoperto una certezza. Dirgli per che scopo li ho messi al mondo, sapere almeno che cos’è la vita.»(pag 197)
Mutata appare, anche, la sua opinione sulla guerra: Federico ora si proclama interventista e dichiara:

[…] io credo che bisogna avere un grande rispetto per le cose che accadono. È quella che si chiama volontà di Dio. La guerra è stata un’immensa cosa, gigantesca, e bisogna guardarla con riverenza, con ossequio. Il nostro padre Mariani direbbe con timor di Dio. Ora bisogna pensare a vivere quanto più umanamente è possibile e a non dimenticare quello che abbiamo vissuto. (pag 198)

L’equilibrio così precariamente raggiunto crolla definitivamente dopo l’ulteriore tragedia, ben più grave rispetto a quella della gamba, che colpisce Federico Monti e la moglie Mary: la morte della loro unica figlia in seguito a una grave malattia.
A Filippo che va a trovarlo per l’ultima volta, dopo la morte di Celestina Lambert, Federico dichiara di aver avuto torto nei confronti della guerra e ritiene che sia gli interventisti che i neutralisti credevano a verità errate e fallaci: «Prima mi pareva che ci potesse essere una ragione di vivere o di morire; ora, se mai, la necessità di morire, ma ragione più nessuna, nè di vivere nè di morire, no» (pag 3339. E’ una visione sconsolata, di chi ha perduto tutto, anche la gioia di vivere: «Quando mi portano via la gamba, urlai perchè mi pareva d’avere un diritto imprescindibile alla mia gamba. Ora ho perduto la mia bambina. Così ho capito che nulla è mio» (pag 338).
La consapevolezza che non vi siano certezze in questo mondo porta Federico a poter prospettare un cambiamento, un riscatto, anche se il dolore è incancellabile e permanente:

Ora che ho capito che cos’è la medicina e la scienza, che può curare un organo ma non l’uomo intero, il corpo, ma non l’anima, e che l’anima deve cercare la salvezza in se stessa senza fidarsi nè dell’Eldorado nè del progresso, ora posso ricomiciare ad agire e a vivere. E, siccome posso, debbo. Poi, se voglio avere una famiglia, bisogna che mi rimetta a lavorare, perchè nel dopoguerra non ce n’è ricchezze solide fuori del lavoro. E questo è davvero il progresso. (pag 338)

La parabola di Federico, dunque, appare ben diversa da quella del protagonista del romanzo e sembra rappresentare la risposta positiva alla sua crisi intellettuale. Infatti “l’inetto” Rubè, in quanto figura di intellettuale in lotta contro un mondo che non lo rappresenta e che lo esclude, relegandolo ai margini della società e portandolo, in seguito, alla morte, non riesce a rendere concreti gli ideali vacui in cui crede e che apertamente professa durante l’intero percorso narrativo. Viceversa il Monti, sebbene nei primi capitoli del romanzo venga caratterizzato come un intellettuale laico saldamente legato ai valori della scienza, tuttavia, in seguito alle disgrazie delle quali risulta essere vittima, vede sfaldarsi le iniziali convinzioni a tal punto che la stessa ricerca della “certezza”, persino condotta sul piano della fede, non approda più a una soluzione positiva ma all’amara accettazione che essa non esiste e alla problematica conclusione che ogni uomo deve prendersi le proprie responsabilità per cercare di “vivere il più umanamente possibile” anche in mezzo alle tante difficoltà e sofferenze che la vita prospetta a tutti.

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