Giu 23

I traumi infantili e familiari delle donne amate da Filippo Rubè

(di EMANUELA MONTALTO)

Quando Filippo Rubè decide, in quanto interventista, di arruolarsi e di partire per il fronte, viene affidato (prima che la “vera” guerra inizi) al reparto dove ritrova l’amico maggiore Berti. In questo reparto non si combatte ancora, ed in questo frangente Filippo comincia una convivenza con Berti e con sua figlia Eugenia, di cui non è innamorato ma che sposerà. La scelta di sposare Eugenia è dettata in parte dalle aspettative e dalle voci della gente (molto più tardi, anni dopo, parlando con Celestina, Filippo definirà Eugenia “quella che avevo il preciso dovere di sposare”, pag. 256); in parte da un sentimento di ripicca nei confronti della donna che veramente gli piace, Mary Corelli, che ha conosciuto a Roma, e che è in procinto di sposare l’ex amico di Filippo, Federico Monti. Lontano da Roma infatti il protagonista ripensa alle donne che ha conosciuto:

Ma tutte le immagini presenti e passate impallidivano davanti al ricordo di Mary, della donna i cui occhi neri morati lucevano come stelle dietro la veletta. A questa non poteva non pensare senza che un gemito inespresso gli percorresse tutto l’essere. Impassibile in vista, si torceva come sotto la violenza d’una iniquità senza nome. (pag. 56)

Una sera Filippo viene spaventato dal frastuono di un bombardamento poco lontano, tanto da ammalarsene. Decide allora di prendersi un mese di licenza per tornare a Calinni, suo paese natale, passando prima da Roma. Proprio in questa occasione Rubè rivede l’italo-americana Mary, in procinto, come dicevamo, di fidanzarsi ufficialmente con Federico. Non riesce a trattenersi dal complimentarsi con lei: ” ‘nessuna è bella come miss Mary’. Miss Mary sorrise indicibilmente.” ( pag. 59).
Mary ha deciso che starà accanto al futuro sposo anche in tempi di guerra, come infermiera. Nel motivare la sua scelta rievoca l’episodio traumatico che ha sconvolto la sua esistenza: a dodici anni la nave su cui si trova con i genitori, l’Ulysses, è preda di un naufragio; Mary non sa di essere l’unica superstite della sua famiglia: ” ‘poi mi raccolse una barca, e io mi domandavo: chi sa in quale delle altre barche piene zeppe di gente sono papà e mamma.’ ” (pag. 62). Arrivata su un’altra nave Mary continua a cercare i suoi genitori: ” ‘allora, per due giorni di seguito, girai in lungo e in largo, in su e in giù, tutto il piroscafo, anche in terza classe, e sempre mi dicevo: ma dove, dove mai si saranno ficcati?’ “(pag. 63); progressivamente Mary acquista la consapevolezza di essere rimasta orfana:

Mai, mai, a nessuno, domandai di papà e mamma. Mai non piansi. Quando arrivammo a Genova, tutti gli zii salirono a bordo, in fila, per prendermi con loro. Ricordo esattamente ch’io guardai a lungo dietro l’ultimo, come se la fila non fosse finita e papà e mamma dovessero sbucare da qualche parte. Quasi non risposi nemmeno ai baci. (pag.63)

Dopo una breve pausa a Calinni, sentendo nuovamente il richiamo alla guerra, Filippo torna al fronte e diviene stavolta l’amante di Eugenia Berti. Quest’ultima per parte sua risente di un altro grave trauma familiare: l’abbandono della madre del tetto coniugale. Il proposito di questo breve esposto tuttavia è quello di indagare i traumi legati a due donne tanto desiderate dal protagonista, l’una mai posseduta, Mary, l’altra posseduta in maniera del tutto illegittima, Celestina.
Partiamo da quest’ultimo personaggio.
Dopo esser stato ferito in guerra Filippo Rubè ritorna a Roma. Qui ottiene di andare a lavorare a Parigi all’ufficio munizioni. Nella capitale francese Rubè conosce, in un salon nei pressi del Trocadéro, una donna bellissima, la giovane moglie del generale Lambert (per questo viene detta anche “la generalessa”).

Ma la moglie era vent’anni più giovane di lui, e meglio del titolo di generalessa corrispondeva alla sua giovinezza il nome di Celestina Lambert che faceva pensare a un’educanda in convento. Insomma, era impossibile immaginarla senza averla veduta, e, vedutala una volta, al convento non si pensava mai più.
Per combinazione era stata educata davvero dalle monache del Sacro Cuore a Lilla, che se ne ricordavano sempre come della migliore fra le loro piccoline, con tutta quella irrefrenabile e santa gaiezza “che pareva lodare il Signore”. A diciott’anni aveva sposato il maggiore Lambert, e in sette anni di matrimonio gli aveva regalato quattro figlioli. (pag. 144).

Celestina è piena di vita e di gioia (“Felicità” la chiamerà Rubè, quando diventeranno amanti), ama vestirsi di rosso, è una donna di spirito, una ragazza priva di pudore:

Anche quella sera, mescendo il tè a Filippo, si chinò senza ritegno. […] Il marito aveva dovuto cambiare a sue spese, in casa d’affitto, i vetri del bagno, e metterceli smerigliati, perché due volte l’aveva sorpresa, vestita solo dei suoi capelli sciolti, a scostar le tendine e guardare tranquilla l’andirivieni della strada. (pag. 149).

Filippo ne è immediatamente affascinato e va spesso a trovarla. Dopo questa breve frequentazione e dopo aver lavorato a Parigi per qualche tempo, il protagonista torna da Eugenia, la sposa, ed insieme si trasferiscono a Milano. Il ricordo di Celestina è però tanto possente nella mente di Rubè da ricondurlo, fatalmente, a lei. A Milano infatti Filippo incontra l’ex compagno di guerra Garlandi, con cui si lancia nel gioco. La vita di Rubè è da sempre caratterizzata da dissesti finanziari o da insicurezze, per cui non esita a giocare grosso. Garlandi gli propone di prendere un treno fino a Parigi per “far baldoria”: Filippo si presenta alla stazione e parte, anche se di Garlandi non c’è traccia e non ha avvertito Eugenia. Sceso a Stresa si reca fino a Isola Bella perché gli viene in mente che lì potrebbe entrare in contatto con Celestina, che non vede dai tempi di Parigi. I due iniziano una liaison, si vedono ogni pomeriggio clandestinamente, proprio grazie a Celestina Rubè risolve il suo “problema pratico”: come dare sue notizie ad Eugenia mentendole sapientemente (scrivendole cioè di trovarsi a Parigi quando non è affatto vero). Celestina è il tramite dell’inganno: riesce a spedirle lettere che abbiano il timbro postale francese grazie a qualche aggancio.

Confessate’ gli disse Celestina, esponendo fuori delle coperte un piccolo piede colmo come una tuberosa ‘che un corriere diplomatico come me non l’hanno tutte le cancellerie.’ (pag. 257).

Pur amandosi e pur vivendo momenti di felicità e spensieratezza – propri degli innamorati -, nell’arco di un pomeriggio la loro storia evolve in tragedia: Celestina perde la vita durante un giro in barca. A causa dell’acqua mossa essa batte la testa, scivola e muore, Rubè non riesce a salvarla. Eppure c’erano stati dei presagi: Celestina si era mostrata restia alla gita, Filippo l’aveva supplicata: ” ‘Venite almeno mezz’ora in barca. Vi prometto che non vi tocco. Venite. Sì? Vi supplico. Non saprei staccarmi da voi in questo momento. Siate buona. Non siate cattiva.’ ” (pag. 277).
Il lago cambia colore ad un certo punto:

‘Guardate’, gli disse Celestina, ‘come il colore del lago è mutato. Come chiamereste questa tinta?’ ‘Colore d’affogato’ disse lui, sospendendo per un attimo di remare, e si fece il segno della croce, un po’ per scherzo spavaldo, e un po’ sul serio.’ (pag. 279).

Il tragico epilogo richiama con una strana, quasi macabra simmetria, l’altro naufragio, quello legato all’infanzia di Mary.

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