Giu 21

Le similitudini in “Rubè”

(di DANIELA GIANGRAVE’ e CRISTINA PELLEGRINO)
 
                                                                         “Le similitudini […]creano molteplici relazioni, illuminano una quantità di tratti particolari, danno profondità ai fatti e alle figure. Inoltre esse hanno una vita propria e rivelano […] quel che è essenziale nelle cose.
(Nicola Pice, Le similitudini nel poema epico, Bari 2003. Edit. Edipuglia, p.4)
 
Le similitudini sono un punto di forza di Rubè, che ne è pervaso sin dalla prima pagina. Borgese attraverso di esse attinge spesso alla fisicità delle cose per esprimere una condizione interiore, caratterizzando i personaggi e svelandone soprattutto l’interiorità senza soffermarsi sulle descrizioni fisiche.
Filippo, il protagonista del libro, è il primo ad essere descritto attraverso questa figura retorica. Il personaggio si crede un “superuomo”, motivo per cui decide di partire in guerra. Tuttavia è solo vittima di se stesso e della sua inettitudine: questa condizione non gli farà trovare mai pace interiore e lo terrà “incatenato” al suo “piacere di essere infelice”( p.172). La sua vita gli pesa come “un involto che qualcuno gli avesse affidato senza dirgliene il contenuto né più ripassasse a ritirarlo”.(p.6): questo stato d’animo lo accompagnerà in tutte le sue vicissitudini, lo porterà a sentirsi straniero nel suo stesso mondo, a viaggiare di continuo e ad un errare sia geografico che morale. Le similitudini che descrivono la condizione esistenziale di Filippo non sono statiche ma si snodano con un climax discendente che porta il protagonista prima a sentire “l’anima sua simile a un anfiteatro dopo la rappresentazione del circo equestre: un infinito sbadiglio con cicche di sigarette e bucce di arance”( p.6), poi a sentirsi “ una baracca nel ’14, […] un mucchio di rovine nel ’18 […] e “giù, peggio che mancato, che spostato; un fallito, un reietto.”(p.178) Vi è quasi una naturale tendenza di Filippo a ridursi a mero oggetto quotidiano svilendosi come persona: “sensazione di un frutto che ha la buccia intatta ma dentro è tutto mangiato dal baco”.
Nel corso della sua vita Filippo incontra tre donne diverse, ognuna delle quali è caratterizzata dallo scrittore con peculiarità specifiche.
Le similitudini utilizzate per descrivere la figura di Eugenia Berti, attingono alla sfera del divino, tanto che è descritta con i capelli color oro o color miele, con “la voce bianca come i gelsomini” (p.19) o “bianca e magra come un filo d’argento”, con una “bianchezza neutra d’ostia da comunione, lineare come una vergine preraffaellita conciliatrice del sonno e della morte” (p.25) e una “compostezza di suora” (p.36). In Eugenia però c’è anche qualcosa di grigio, di oscuro, una “tristezza di cattivo augurio” (p.40): la sua bellezza “non aveva odore di gioia, faceva trasalire come un presentimento di lutto”(p.56). Lei stessa non si considera un “miracolo d’intelligenza” (p.94) e ritiene di non “essere nulla e non valere nulla” (p. 95). Eugenia ha una“fatale deficienza d’iniziativa e di talento” (p.380) ed è consapevole di “non essere gaia come un fringuello” (p.195) perché per la gioia non ha gusto. E’ descritta pure come un “angelo della morte, lugubre, noiosa, lugubre insopportabile, noiosa, lugubre” (p.166), con una continua ripetizione che racchiude l’essenza della donna. Filippo non trova serenità con lei neanche quando diventerà sua mite moglie e tra i due ci sarà sempre una distanza spirituale“ripensando al legame che lo stringeva a quella donna, si sentì come torturato dalle manette” (p.92), nonostante il fatto che sia proprio Eugenia la più adatta a Filippo e la persona che lo capisce meglio di tutti. La donna, infatti, in una lettera del 15 Novembre, mentre Filippo era in guerra e lei era infermiera a Udine, esprime chiaramente il suo giudizio nei confronti dell’amato dicendo:
 
Tu ti distruggi stando sempre a sorvegliarti l’anima con l’intelligenza […] questa si chiama introspezione […] io credo che tu hai forze grandi nell’anima e che ci sarà tanto bisogno di uomini come te, ma le tue forze non dovresti strapazzarle così. A Novesa, per esempio […] tu eri arrivato a disprezzarti ed odiarti. […] Io ho visto subito che c’era tanta profondità e dolore dentro di te, e t’ho amato fin da quei primi giorni, anche se non lo sapevo. (p.95)
 
Nel suo rapporto con le donne Filippo continua ad essere nevrotico e autolesionista e, pur avendo sposato Eugenia, inizialmente era fortemente attratto da Mary Corelli, una donna bella, ricca e pervicace, di una semplicità disarmante. Era però “troppo ricca perché le sue speranze osassero arrivare fino a lei”. Mary, “dagli occhi neri morati” (p.56), sprigiona gioia di vivere e una leggerezza tale che a Filippo“pare danzare come avvolta in un raggio di sole” (p.18) e che si muova “come un rapido fruscìo di colomba con cui pareva che entrasse sempre l’aria fresca” (p.105). Ma la sua gioia e la sua bellezza vengono spente dalla morte della figlia Juja, tanto che Filippo ad un certo punto la vede“disseccata come un frutto serbato in una madia” (p.198).
Federico Monti è sincero amico del protagonista e, nonostante il suo diverso modo di vedere la vita e soprattutto la guerra, gli sta accanto nel momento del bisogno. Federico prevale nei confronti di Filippo “per l’alta statura”(p.9) e Filippo lo “contemplava abbacinato da quella serenità magica traversata di tanto in tanto da uno scatto di accumulato vigore, come il cielo d’estate da un lampo” (p.9) Coltivatore di una filosofia serena e distaccata, accetta la guerra come volontà di Dio dicendo a Filippo stesso che “la guerra era inevitabile, e l’intervento dell’ Italia è necessario. E’ fatale. Ma allora a che serve aizzarla se niente può fermarla su questa strada?” (p.17). Per lui la vita “non è allegra ma è meno complicata, meno torbida”(p.340) di quanto non lo sia per Filippo. Tuttavia la sua composta dignità e “sanità” è minata dalla menomazione fisica e anche dal dispiacere per la morte della piccola Jujia arrivando alla conclusione che nella sua vita purtroppo nulla è suo.
Un evento fondamentale all’interno della vita di Filippo è l’incontro a Parigi con Celestina Lambert, moglie di un generale francese, “una perfetta sposa, una perfetta madre, una perfetta francese, una perfetta musicista, una perfetta bellezza” (p.145), anche se la sua bellezza non è affatto paragonabile a quella di Eugenia. Con lei intreccia una tenera amicizia che è forse l’unico sentimento sincero a cui si abbandona nel corso della vita. E’ un personaggio incredibile, dal carattere solare e forte e “l’insieme della sua fisionomia era luminosa come un tesoro”( p.145), “nulla in lei, nemmeno la carne densa e candida come petalo di magnolia, valeva il riso e la voce, così timbrata e morbida, tutta fusa, senza residui metallici, da far trasalire, quando uno non se l’aspettava, come un improvviso assolo di violoncello”. (pp. 145-146) Morirà annegata e la rappresentazione del suo cadavere sarà crudamente realistica costruendo un contrappunto con la celebrazione della sua prepotente bellezza: “Celestina aveva battuto contro uno scoglio. Dov’erano fino a pochi minuti prima il naso e le labbra ora era una buca piena di brandelli sanguinosi e d’acqua”.( p.283)
Filippo si sentirà sempre colpevole della morte di Celestina, e si professerà assassino pure con Padre Mariani, ritenendo infatti ingiusta la sua scarcerazione e la sua riconosciuta innocenza.
La guerra, che Filippo considera la sua medicina poiché risanatrice del mondo, è lo spazio temporale attorno al quale si snodano le vicende sue e delle persone che incontra. E’descritta attraverso similitudini e metafore silvestri e le immagini utilizzate hanno forti accenti lirici:
 
Il boato corale ed ottuso delle batterie più lontane non somigliava alle acque e al vento dentro il castagneto? La mitragliatrice simulava la gaiezza presuntuosa delle ranocchie nelle sere di luna, e qualche secca fucilata gli rammentava il secco battere del picchio. (p.76). ( Da qui in poi le similitudini sono date in corsivo)
 
Per Filippo la guerra è una medicina,“cauterizza le coscienza scrupolose e malate”( p.127) e in qualche modo immagina anche che il proiettile che gli ferisce il torace, “avesse trovato sulla traiettoria quella sua coscienza madida, fiacca,[…] e l’avesse asciugata ed arsa. La salute fisica gli diventava tutt’una con la morale e, il sangue nuovo gli fluiva, […]impregnandogli le fibre, come l’acqua di sorgiva fra l’erbe”. (p.127) E’ un’occasione per lui di sfoggiare la sua potenziale grandezza, una sfida per mettere in atto la sua essenza dell’eroismo: “Incomprensibilmente fu pervaso da un vento interno. […] Egli lo conosceva bene quel vento. Era il coraggio – lungamente invocato tremando – il soffio che fa irrevocabile il passo del combattente e lo scaglia, come un oggetto, verso la mitragliatrice nemica.” (p.217) La “voce” del cannone, temuta per tanto tempo, la considera in seguito “una voce amica” (p.73). Ma tutto ciò sarà solo un sollievo momentaneo al suo male di vivere e alla sua inettitudine, la guerra lenirà solo per poco le sue inquietudini.
Nel corso della narrazione si nota una certa contraddizione tra il cinismo spesso spietato dei pensieri di Rubè, per esempio nei confronti di Eugenia, e la poeticità dei suoi pensieri nell’ammirare un paesaggio che scorre dal finestrino di un treno:
 
la terra mandava un incenso d’argento al suo cielo, e il cielo la remunerava coprendola d’oro. I cipressi. Diritti come uomini silenziosi e felici; radicati, e senza pericolo d’essere spiantati, nella terra saporosa.(p. 328) ,
 
[…] gli oleandri, aridi, ardenti nel sole come se stessero per pigliare fuoco e il rigagnolo, fra i ciottoli luccicanti come pietre focaie. Anche i fichidindia esibivano le loro pale spinate con austera convinzione come se fossero ostensori (p. 354),
i monti salivano vertiginosi come fiamme […] la borgata rosea come l’unghia di un indice teso in alto, lontano (p. 355),
la nuvola di Calinni si scioglieva nell’azzurro. Uno dei suoi lembi, svanendo, somigliò una faccia recline di giovane donna, seria, pietosa, come quella di Eugenia, quando piegandosi sul letto di Filippo a Novesa, diceva: dorma, dorma. (p. 357)
 
E, ancora, nel contemplare la città di Roma che è descritta“come un’ insenatura protetta ove la tempesta non giungeva se non con un suono che per la lontananza pareva musicale” (p. 57) :
 
Era come se non lo spazio ma il tempo separasse quella città, trapunta di verde e irrorata d’acque, dalle montagne e dai fiumi della strage.[…] si cullava come una barca di piacere ormeggiata in darsena, nella sicurezza della sua preservata quiete. (p. 57)
 
Rubè è il rappresentante per eccellenza della piccola borghesia italiana in preda allo smarrimento e alla crisi ideologica del primo dopoguerra. Esattamente come Zeno nel romanzo di Italo Svevo, Filippo è un inetto. L’inettitudine è una conseguenza dell’essere artisti o intellettuali aspiranti tali, in una società che guarda gli intellettuali con sospetto perché non sa che farsene. Rubè stesso dirà:
 
il fatto è che io sono un intellettuale. Un in-tel-let-tua-le. Una cosa orribile, un mostro con due gambe,[…] con due braccia e un cervello che mulina a vuoto. O sì una pompa idraulica per mandare su e giù il sangue. Cuore niente. Né libro né bestia. Incapace di fare il bene e di volere il male. (p.318)
 
La sua inettitudine si condensa in quest’ultima frase che è anche l’epilogo della sua breve esistenza: “quell’assurda fatica di vivere che non era stata altro che se non la fatica di non morire”. (p.392) .
 
Borgese con il suo romanzo, scritto con ricchezza d’immagini e precisione, riesce ad essere fruibile anche per il lettore di oggi. Estremamente immaginifico ed evocativo, utilizza un lessico letterario e un’ aggettivazione abbondante. Le similitudini sono dettagliate, minuziose, legate indissolubilmente alla narrazione. Contribuiscono a dare spessore al personaggio e focalizzano l’attenzione del lettore sui suoi pensieri interiori e sulle reazioni emotive. Ricche di suggestioni, spaziano dalla sfera religiosa alla sfera della natura e sono impiegate con l’intento di amplificare le immagini, di illuminare zone segrete della realtà e di mettere in evidenza l’essenzialità e la concretezza delle cose.

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