Giu 21

Filippo Rubè e la crisi del soggetto

(di SERENA COPPOLINO)

Tutta la seconda metà dell’800 è caratterizzata da una grande fiducia che la ragione ha di decodificare la realtà, avvalendosi del suo metodo . Ci si sente saldamente ancorati a quella realtà, si ha la convinzione di avere gli strumenti per poterla comprendere appieno e anche narrare. Si indaga la realtà consapevoli che la si può sempre spiegare. Ma che cosa succede man mano che ci si avvia verso l’ultimo decennio dell’800? Cioè verso lo snodo cruciale degli anni 90’?
Si verifica una svolta epocale: paradossalmente quanto più si scava e analizza il caso umano, quanto più si indaga la realtà umana sociale, intellettuale, man mano che la si studia anziché venir fuori degli elementi risolutivi, vengono fuori vuoti e zone d’ombra che non fanno che aumentare l’insoluto e il dissidio interiore dell’uomo e più propriamente dell’intellettuale. Siamo di fronte a quella che Pirandello chiamerà la “crisi dell’uomo contemporaneo” che investirà in pieno molti degli intellettuali e scrittori più sensibili e che interromperà bruscamente il rapporto tra l’io e la realtà. La realtà si presenta ora come un mistero insondabile al quale lo scrittore non arriva più, la dimensione umana diventerà sempre più rarefatta ed impalpabile tanto che non si parlerà più di “Io” ed uomini bensì di “coscienze” (I. Svevo, La coscienza di Zeno, 1923) .
Borgese avverte e mette in opera la frattura tra io e mondo, “esponendola in una letteratura che sa interrogarsi, e riscriversi a partire dalle proprie inquietudini” (L.Sciascia, Introduzione a Rubè, Oscar Mondadori, 2009). Emblematico è il protagonista del suo romanzo Rubè, pubblicato per la prima volta da Treves nel 1921.
Filippo Rubè è un giovane avvocato siciliano, sì ambizioso e dotato di una “logica da spaccare il capello in quattro” (pag. 5) ma già emblema dell’ “inetto”. Anche se questa sua condizione verrà palesemente resa esplicita dall’autore solo nelle ultime parti del romanzo, a mio avviso, è già possibile rintracciare nell’incipit della narrazione delle spie che egli ha voluto “lanciare” per mettere in guardia il lettore. Già dalla prima pagina del romanzo si legge infatti: “Come fosse fatta, e che cosa fosse propriamente la vita, Filippo si domandava la mattina dopo passando davanti allo specchio, con gli occhi che nella solitudine aveva un po’ cavi e allucinati, ma poi volontariamente ammansiva per apparire normale ai clienti e ai colleghi.”
Compare qui l’elemento dello specchio, emblema per eccellenza della conferma d’identità, che nel 900’ non è più l’oggetto che riflette un’immagine identitaria e univoca, piuttosto una superficie che rifrange e deforma. Lo specchio del 900’ che, a dirla con Battistini, è lo “specchio di Dedalo”, restituisce l’immagine di una coscienza alterata e frammentaria. L’immagine che lo specchio restituisce a Filippo è quella di un uomo con gli occhi che nella solitudine aveva un po’ cavi e allucinati, quella di un uomo che poi volontariamente ammansiva per apparire normale ai clienti e ai colleghi. Gli occhi cavi e allucinati conferiscono al ritratto del personaggio una carica di espressività aggiunta tale da trasmetterci un’immagine di cruda sofferenza. Questa non può non ricondurci alle parole che Pirandello scrive nel 1893 nel saggio Arte e coscienza d’oggi: “A me la coscienza moderna dà l’immagine di un sogno angoscioso attraversato da rapide larve, ora tristi ora minacciose, in una battaglia notturna di una mischia disperata in cui si agitino per un momento e subito scompaiano per apparirne delle altre mille bandiere in cui le parti avversarie si siano confuse, mischiate e ognuna lotti per sé per la sua difesa, contro l’amico e contro il nemico. E’ in lei un continuo cozzo di voci discordi, un’ agitazione continua, mi pare che tutto in lei crei e tentenni; alla calma fiduciosa di certa gente serena non credo” e alla tecnica del “Riporto interno dei dati esterni” indicata da Natale Tedesco nel suo saggio su De Roberto La norma del negativo.
Filippo cerca di apparire normale ai clienti e ai colleghi, come i personaggi di Pirandello cerca di esibire invano una calma di fiduciosa serenità, e come i personaggi di Moravia, che negli Indifferenti (1929), a pag: 109, così ci presenta Michele, “Quel giorno, mentre se ne andava passo passo lungo i marciapiedi affollati, lo colpì, guardando in terra centinaia di piedi scalpiccianti nella mota, la vanità del suo movimento.” Esempi questi che mostrano come i personaggi fingano e soffrano per nascondere una coscienza in tumulto.
Ed ancora in Rubè si legge: “Altre volte la vita di cui avrebbe voluto rendersi ragione gli pesava come un involto che qualcuno gli avesse affidato senza dirgliene il contenuto né più ripassare a ritirarlo; lo affliggeva come una lettera che ingiallisse reclamando risposta.” (Pag: 6). Si nota anche qui il senso di disperata rassegnazione che destinerà Borgese, così come Pirandello e gli altri, a pensare di poter essere solamente i testimoni del loro tempo ma non certo i conciliatori dei contrasti che tutt’oggi affliggono il nostro mondo.

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