Giu 20

Tematiche a confronto: Borgese e Pirandello

(di ALBA CASTELLO)

Nel 1921 Giuseppe Antonio Borgese dà alle stampe la prima edizione di Rubè, un romanzo che, sullo sfondo delle vicende della Prima Guerra mondiale, racconta la storia di un intellettuale piccolo-borghese di origini siciliane. Filippo Rubè, il protagonista, s’interroga su ogni cosa, formula ipotesi complesse e spesso inverosimili su ciò che gli accade, su coloro che lo circondano. Sconvolto da paure taciute e dalla ricerca vana di un eroismo apparentemente salvifico, agognato ma mai fino in fondo raggiunto, si presenta, in tutta la contraddizione del suo ego, come una personalità problematica, un inetto al pari dei tanti altri del Novecento.
Spesso nel corso del romanzo l’insicurezza e il dissidio interiore del protagonista emergono in maniera più viva ed in queste circostanze è possibile rintracciare interessanti parallelismi con alcuni protagonisti dei romanzi pirandelliani Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila .

Sia in Rubè che nei romanzi di Pirandello citati affiora, come tematica ricorrente, la crisi e la contraddizione dell’io. Attraverso l’osservazione della propria immagine riflessa i protagonisti avvertono così la frantumazione di un’idea salda ed unitaria di identità.
In Rubè, in più di un’occasione, Filippo si trova, per caso o volutamente, a scrutare, dinanzi a uno specchio, la propria immagine riflessa e in essa ravvisa stridenti contraddizioni, paure, domande insolute. Significative, a tal proposito, sono le riflessioni e i suoi comportamenti scaturiti dopo l’incontro con l’“Anonimo”, un uomo che disgraziatamente, perduta la memoria, si ritrova ad essere un reduce di guerra privato della sua identità:

“Io sono come quel miserabile. Che importa se ho un nome e un cognome? Io non so chi sono, né che faccio né che voglio” […]Andando a letto, dopo un pasto amaro, si sorprese a passare davanti lo specchio e a rifare la smorfia dell’alienato, sgolandosi senza emettere voce: “ Voglio sapere chi sono! Voglio la mia ma-a-mma!” (G.A.Borgese, Rubè, Mondadori, Milano, 2009 p.136).

Filippo finisce così con l’identificarsi con quell’“Anonimo” e per questo ne riprende le parole, poco prima sentite, e ne riproduce l’espressione sofferta, quasi folle. Anche lui sente di non conoscere la propria identità e, nonostante sia a conoscenza tanto del suo nome quanto del suo cognome, si ritiene identico all’alienato, un anonimo alla disperata ricerca di sé.
Il gesto di specchiarsi e di far assumere al proprio volto strane smorfie non può non richiamare alla mente le intense pagine di Uno, nessuno e centomila in cui Vitangelo Moscarda, in quella vertigine che lo renderà “maschera nuda”, specchiandosi, sconvolge il suo volto con le più diverse espressioni:

Volevo sorprendermi nella naturalezza dei miei atti, nelle subitanee alterazioni del volto, per ogni moto dell’animo; per un’improvvisa meraviglia, ad esempio (e sbalzavo per ogni nonnulla le sopracciglia fino all’attaccatura dei capelli e spalancavo gli occhi e la bocca, allungando il volto come se un filo interno me lo tirasse); per un profondo cordoglio (e aggrottavo la fronte immaginando la morte di mia moglie e socchiudevo cupamente le palpebre quasi a covar quel cordoglio); per una rabbia feroce (e digrignavo i denti, pensando che qualcuno m’avesse schiaffeggiato, e arricciavo il naso, stirando la mandibola e fulminando con lo sguardo). (L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila, Einaudi, Torino, 2006, p.21)

Moscarda cerca di scorgere, nelle sue immagini riflesse, le infinite personalità che gli altri gli attribuiscono. Studia le alterazioni del suo volto in relazione ai diversi “moti dell’animo”. Lo specchio diviene quindi chiave per individuare la molteplicità dell’io. In Rubè, invece, il processo di frammentazione della propria personalità si arresta prima, Filippo non riconosce molteplici maschere di sé ma, più semplicemente, non riesce a riconoscersi in nulla, neppure nel suo nome.
Ma nel romanzo di Borbese vengono a delinearsi anche altre importanti tematiche centrali nella prosa pirandelliana. Alla riflessione sulla propria identità si accompagna anche quella sul proprio nome, sulla valenza e il ruolo che esso ha nella definizione di sé. Sia in Rubè che in Il fu Mattia Pascal un momento di svolta è segnato dalla vincita al gioco dei protagonisti dopo la quale entrambi si trovano, per motivi diversi, a cambiar nome (o cognome).
Filippo si allontana da Milano alla ricerca di un’irraggiungibile felicità registrandosi e firmandosi, in vari alberghi, con falsi cognomi (Burè, Morello). Inevitabile è la situazione di smarrimento che ne deriva:

Perché il curioso è che io non so più come mi chiamo: Filippo Rubè, Filippo Burè, Filippo Morello. Filippo sempre però: don Felipe […] Strano affare questo del nome. E’ stampato sopra un’anima e si dovrebbe subito sapere cosa c’è dentro l’anima, come quando s’è letta un’etichetta sopra una scatola. Invece no. Non dice niente.[…] Dunque bisogna ritrovare le radici, capire il mio nome. […] Tornare a Calinni. (Rubè, p.323)

Il nome dovrebbe essere una sorta di “etichetta” dell’anima, dovrebbe subito dare precise informazioni su chi lo porta ma al contrario non chiarisce nulla anzi, il giovane intellettuale siciliano, ad un certo punto, non è neppure certo di quale sia il suo vero cognome. Tuttavia potremmo comunque asserire che nel personaggio di Borgese qualche certezza, seppur minima, permane. Egli afferma infatti d’esser “Filippo sempre però: don Felipe”, facendo riferimento anche alle proprie origini, al paese natale, Calinni, nel quale spera di poter “capire” il proprio nome e quindi di ritrovare se stesso.
Per Mattia Pascal la perdita del nome, del suo valore identitario è ancor più tragica, irreversibile e non lascia intravede speranze. Il tentativo compiuto dal protagonista di diventare Adriano Meis, fallisce come quello di tornare Mattia Pascal:

-Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?
Mi stringo le spalle, socchiudo gli occhi e rispondo:
-Eh caro mio…Io sono il fu Mattia Pascal.
(L.Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Mondadori, Milano, 2002, p.216)

Un significativo, quanto struggente, monosillabo (“fu”) racchiude in sé tutta l’esclusione da un mondo del quale non si può più far parte, dal quale si è tagliati fuori. Dopo l’assenza di qualche anno Mattia, creduto morto da tutti i suoi compaesani, ritorna, ma è tardi per un reinserimento: la vita nel paese ha proseguito senza di lui, ogni suo precedente ruolo nella vita sociale e privata è stato occupato da altri. Se, all’inizio, conoscere il proprio nome e la propria identità era l’unica certezza del protagonista, ora anche questa crolla in frantumi. Nel romanzo pirandelliano si tratta di una perdita irrimediabile, per Pascal infatti non c’è nessuna Calinni in cui illudersi di poter ritrovare se stessi.
Un altro interessante elemento riscontrabile tanto in Il fu Mattia Pascal quanto in Rubè è il particolare rapporto, di affetto quasi, che entrambi i protagonisti mostrano di avere con la propria ombra, quasi questa fosse l’unica labile traccia della parte più autentica e quindi più preziosa di sé:

“Guardo la vostra ombra. E la mia. Ecco qualche cosa ci appartiene. Penso che, se qualcuno potesse raccattarle e buttarle nel canale, rimarremmo proprio poveri in canna, senza nulla” (Rubè, p.70)

Filippo considera quindi l’ombra paradossalmente l’unica ricchezza inalienabile rimasta. Null’altro nella vita ci appartiene totalmente e una privazione, per assurdo, anche dell’ombra, ci renderebbe veramente poveri. Ma se questa triste riflessione è breve seppur intensa, molto più drammatico è il modo con cui Mattia, nelle vesti di Adriano Meis, si comporta e si rivolge alla sua ombra:

Ma aveva un cuore, quell’ombra, e non poteva amare; aveva denari, quell’ombra, e ciascuno poteva rubarglieli; aveva una testa, ma per pensare e comprendere ch’era la testa di un’ombra, e non l’ombra di una testa. Proprio così!
Allora la sentii come cosa viva, e sentii dolore per essa, come il cavallo e le ruote del carro e i piedi de’ viandanti ne avessero veramente fatto strazio. E non volli lasciarla più lì, esposta, per terra. (Il fu Mattia Pascal, p.172)

L’ombra diviene cosa viva, possiede cuore e denari, è vulnerabile, anzi, è ferita da tutto ciò che, incurante, l’ha calpestata, ne ha “fatto strazio”, è una debole compagna di vita da proteggere. Il rapporto tra Mattia e l’ombra va oltre il puro possesso, s’impregna a tal punto di un commosso sentire da farci intravedere una vera identificazione del personaggio con essa.
Altre complesse questioni come la pazzia, reale, invocata o presunta e l’allucinata riflessione sono presenti tanto in Borgese quanto in Pirandello. Nella parte finale del romanzo borgesiano del 1921, in una climax d’un patetismo intenso, cominciano ad essere intessuti dal protagonista dialoghi o monologhi allucinati. Rubè, pur essendo sempre solo, si rivolge a se stesso o ad altri (a padre Mariani soprattutto), fin anche inscenando le possibili risposte, in una sorta di fantastico dialogo in absentia. Si pone domande, si risponde, torna a tormentarsi rivolgendosene delle altre, gli risuonano nella testa voci indefinite, indistinte ma stridenti, come provenienti dai bui angoli di penombra:

“Ucciditi!” gli disse una voce, così acuta che parve scattasse da un angolo della camera in penombra. ( Rubè, p.319)

Si tratta di voci che lo spingono al suicidio o gli muovono critiche, lo turbano, sono voci della coscienza o istinti inquietanti, tra loro anche in contraddizione, che ben riproducono il conflitto interiore. Filippo sembra quasi inseguire un suo delirio, una sua pazzia nella quale cercare rifugio. Si riscoprirà tuttavia incapace anche di questo:

E non sono buono nemmeno a impazzire. E’ la società che è infetta, reverendo padre. Altrimenti avrebbe trovato modo di utilizzare le mie qualità, che c’erano, c’erano, mi lasci dire.( Rubè, p.322)

La pazzia avrebbe potuto essere forse una facile alternativa per mettere a tacere il dolore dei propri fallimenti, delle proprie incapacità e inettitudini. Ma per Filippo non vi sarà possibilità di scampo o salvezza in quella sua “pazzia ragionata” (Rubè, p.343) e quella “Fortuna” tanto nominata, interverrà, prorompente ed impetuosa, a dargli la morte.
Sia la follia, sia le riflessioni tanto razionali e logiche quanto esaltate, soprattutto in Uno nessuno e centomila, sono scheletro portante dell’intera struttura del romanzo. Ma Vitangelo Moscarda, liberato da ogni gabbia identitaria stabile e sensata, diviene maschera nuda, e non solo riesce ad incarnare a pieno quella pazzia di cui è tacciato ma realizza in essa una continua e sempre nuova rinascita nella molteplicità labile di una, nessuna e centomila identità:

La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo. […] Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori. (Uno, nessuno e centomila, pp.189,191)

La saggia pazzia di Vitangelo diviene l’unico modo per continuare a vivere, dopo lo sbriciolamento della propria identità, in una fusione panteistica con il mondo.
Per l’intellettuale di Calinni, invece, Antonio Borgese non prospetta alcuna speranza nel finale. A Rubè, che non è riuscito né ad impazzire né ad essere come tutti gli altri, non rimane altro se non la morte e, vittima di quella “Fortuna” più volte nominata, si trova coinvolto in una manifestazione socialista. Muore travolto da una carica di cavalleggeri “senza che nessuno riesca a capire se era dalla parte dei fascisti o da quella dei socialisti rivoluzionari”(Luperini).

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