Giu 20

L’occulto male tra Eugenia e Rubè

(di ANNALISA ARRIGO) 
 […] ed Eugenia Berti, con quella sua bianchezza neutra d’ostia da comunione, lineare come una vergine preraffaellita conciliatrice del sonno e della morte.
 Non v’era in lui affetto, nemmeno quello per la madre, che non patisse di un occulto male.
(G.A. Borghese, Rubè)
           
L’occulto male di Rubè è il suo male di vivere, la sua inettitudine, il suo mancato adattamento agli altri e al mondo. È l’impurità con la quale si rivolge alla vita, all’amore, alla famiglia e agli amici. Tutto è ricoperto di macchie, in tutto egli vede il marcio. È un uomo inquieto e in continua tensione ed è la peggiore vittima di se stesso.
Nella prima citazione, riportata in epigrafe, ci viene fornita dall’autore la descrizione fisica di Eugenia Berti. Un donna molto bella e pia, che purtroppo non ha alle spalle una storia familiare ineccepibile come la società dell’epoca richiederebbe. Sua madre ha abbandonato il marito per fuggire con un attendente e l’onta, sebbene coperta con piccole bugie, continua a perseguitare la dolce fanciulla. Tuttavia Eugenia, con pazienza e affetto quasi rassegnati, si prende cura del padre seguendolo ovunque e la sua condotta è irreprensibile. La descrizione che ci dà di lei Borgese è lampante e incisiva: la “bianchezza neutra d’ostia da comunione” ci fa intuire il suo candore quasi infantile e il suo essere “conciliatrice del sonno e della morte” è espressione della tristezza che si porta addosso. Questa tristezza è di certo provocata dalla fuga della madre, che rende la sua reputazione compromessa agli occhi della società romana, ma forse, più giustamente, la tristezza è insita nel suo animo e nella sua essenza quasi funerea.
Rubè, che è l’inetto per eccellenza, è invece incapace di provare veri sentimenti verso di lei: la sua è piuttosto un’attrazione-repulsione. Non si tratta di attrazione fisica, sebbene egli sia consapevole della bellezza della donna, ma ciò che lo attrae in lei è più che altro l’abbandono, un bisogno di tenerezza, un rifugio in un grembo che però troppo presto ai suoi occhi diventa prigione. Quest’altra descrizione filtrata dagli occhi del protagonista ce ne dà ulteriore conferma. Mentre parla con Celestina, donna dalla quale sappiamo essere fortemente affascinato, è così che concepisce l’idea di Eugenia:
 
“E contro Eugenia non aveva nulla da dire perché era un angelo davvero, ma un angelo della morte, lugubre, noiosa, insopportabile, noiosa, lugubre” (p. 166)
 
È da notare il ripetersi degli aggettivi “noiosa e lugubre” e la frase ambigua e contraddittoria. Non ha nulla da dire, eppure ne parla male, a dimostrazione ancora una volta, del suo sentimento di amore-repulsione e fors’anche ripugnanza verso la giovane.
Autolesionista con sé e nel suo rapporto con le donne, Filippo decide di unirsi in matrimonio con Eugenia. Ma non è l’amore ad unire i due, piuttosto un segreto che in un momento di debolezza, l’avvocato Rubè confida alla sfortunata fanciulla.
L’amore tra i due dunque non nasce spontaneo, Eugenia si trova ad essere detentrice occasionale di un segreto inconfessabile di Filippo: la sua paura. Egli dopo lo sfogo ha un ovvio pentimento che si traduce in una serie di paranoie che lo portano a fare mille congetture. Arriva persino un momento in cui si augura quasi la morte della donna, in una delle sue solite elucubrazioni mentali:
 
“Una volta, vedendo Eugenia più sbiancata del solito, si domandò se non fosse gravemente ammalata, e si colse in fragrante mentre pensava “se morisse, sparirebbe la sola persona che conosca la mia vergogna”. Corse immediatamente ai ripari in cerca di pensieri più puri” (p. 51).
 
Tra le mille ipotesi che formula per trarsi in salvo dalla vergogna che potrebbe scaturire dalla diffusione del segreto pensa:
 
“per essere sicuro di lei dovrei possedere un suo segreto che valesse il mio, dovrei per esempio farla mia amante”
(p. 51).
 
Ed è proprio quello che fa.
La povera Eugenia diventa, suo malgrado, la sua amante negli alberghi di Roma e dintorni.
 
“Per ottenere tanta libertà Eugenia doveva fingere col padre di prestare ancora servizio d’infermiera, e la menzogna quotidiana e minuziosa l’opprimeva come un’onta.
Egli partiva con una valigetta a mano semivuota, tanto per aver più facile accesso insieme a una donna negli alberghi” (p. 129).
 
Si potrebbe pensare che Eugenia accetti quasi passivamente la personalità e il volere di Rubè, non gli chiede mai nulla, non ha nemmeno il coraggio di sottrarsi a questi appuntamenti scabrosi, ma spera semplicemente in un temporale che impedisca la gite fuori porta.
Il suo però è un personaggio in evoluzione. Pian piano il rapporto con Rubè diventa scomodo, egli sosta a Parigi più del dovuto e la donna chiede insistentemente il suo ritorno, la necessità del matrimonio diventa infine imminente. Matrimonio che si svolge in maniera sobria e quasi squallida a Milano, dove Filippo ha deciso di stabilirsi al suo ritorno da Parigi.
 
“La cerimonia a Milano si svolse così. Eugenia e suo padre presero alloggio in un albergo, e la mattina dopo lo sposo, accompagnato dai testimoni, li andò a prendere con due carrozze chiuse” (p. 199).
 
Come si vede Eugenia è sola, senza la madre ormai rinchiusa in una casa di cura, ma l’amore che la anima la rende forte e sicura dei suoi passi anche se “chinò le lunghe ciglia, guardandosi l’abito che non era bianco”, la tristezza è sempre in agguato, e forse anche tanta miseria.
Divenuta moglie Eugenia matura ancora di più, sa fare di necessità virtù, gira per Milano da mattina a sera per trovare un appartamento ammobiliato, si rende utile, lo trova, sa presenziare di fronte ai colleghi del marito, tanto da farsi ammirare da essi.
Ma il rapporto tra marito e moglie è distaccato, freddo e quasi mai i due riescono ad intendersi perfettamente, tanto che, quando Eugenia rivela la sua gravidanza al marito, egli reagisce con una battuta agghiacciante umiliandola:
 
“Andiamo! Le nausee dopo un mese e mezzo al massimo! Impossibile! Sarà stato lo Spirito Santo” (p. 219).
 
La donna offesa e sconfortata ha una crisi di nervi che la fa svenire e lo sventurato e arido Rubè pensa e spera in un aborto o in un errore, confuso e disperato insieme per quell’insopportabile peso.
Ed è proprio in questo frangente che i due personaggi si separano ancora di più e non solo fisicamente. Eugenia madre diviene forte e determinata. Filippo invece da qui a breve dà inizio alla fuga e alla sua disgraziata avventura a Isola Bella. I due non si incontreranno mai più davvero, anche il destino è loro avverso. A Bologna, ultima tappa degli ultimi viaggi vorticosi di Rubè, per un equivoco evitabilissimo i due non riescono a incontrarsi, nel tentativo ultimo forse di dar avvio a una vita di normalità.
Il ruolo di madre pietosa, candida e funerea insieme, di Eugenia si perpetua fino alla fine quando gli sfortunati si rivedranno un istante prima della morte di Rubè in ospedale, ultimo addio di un amore mai realizzato, ancora una volta espressione dell’”occulto male” che ha segnato il loro rapporto.
 
“Dormi. Dormi”. Gli mormorò, con la fronte sulla fronte. E versò un suo lungo sguardo d’amore in quello sguardo che già si spegneva.
Egli udì nel trapasso l’antica querela del violoncello. Ma non era voce umana quella che gliela ripeteva. E non avevano peso le lunghe dita di donna che gli stavano sulle palpebre chiuse” (p. 393).

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