Giu 20

Io non ho paura: Rubè, la guerra e la crisi dell’intellettuale

(di LAURA LO PRESTI)
“Perché mai a me questa paura, stabilmente, come un guardiano davanti al mio cuore profetico volteggia? E un canto non richiesto, non pagato, pronuncia profezie, né posso io scacciarlo come si fa con sogni confusi, in modo che la fiducia rassicurante sieda sul trono della mia mente?”
(Eschilo, Agamennone) 
 
C’è un pericolo, reale o supposto. Il battito aumenta. Le gambe tremano. Il sudore inonda le membra. E c’è un’emozione intensa che percepisce tutto questo: la paura.
Da novella mietitrice colpisce chiunque si trovi sul suo cammino noncurante di età, sesso e condizione sociale; eppure, nella letteratura, da sempre essa è prerogativa di animi già di per sé sensibili, pallidi, fragili. L’esperienza letteraria novecentesca, infatti ,mette in scena una frattura fra io e mondo che degenera in un teatro di ombre e di spiriti frammentati, delusi, disillusi, incapaci o timorosi di agire, malati nella volontà, codardi: gli inetti.
 
1.1  La parabola della paura in Rubè
 
Rubè, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Giuseppe Antonio Borgese rispecchia pienamente tale condizione. E in linea con la sentenza di virgiliana memoria, “la paura rivela gli animi vili”, vive il suo timore di andare in guerra come specchio di una fiacchezza morale, di una noluntas, di un antieroismo che potrebbero renderlo vile agli occhi dei più. Lontano invece dal comprendere, poiché sprofondato nel vizio dell’introspezione, la naturalezza di un sentimento così umano, troppo umano quale la paura, che, a turno, i vari personaggi del libro apertamente gli confidano sine mora.
Ma la facilità con cui gli altri protagonisti del romanzo confessano i loro timori è pari alla diffidenza con cui “il pazzo ragionante” accoglie le loro confidenze. Le loro parole gli appaiono, infatti, un sistematico tentativo di prendersi gioco di lui, un diabolico piano per indurlo a svelare la sua codardia.
Così quando il generale Berti, rivolgendosi a Filippo, esclama:
“Ma che strepito, eh, ieri sera? Da far tremare”.
Rubè stranito si chiede, mettendo in dubbio la sincerità del suo interlocutore:
 
Aveva parlato sul serio di tremore il maggiore Berti? Era rimasto davvero scosso da quella prima avvisaglia celeste, e confessava semplicemente una sensazione di stupore angoscioso senza curarsi se altri l’avrebbe disonorata col nome di paura? (p.42)
 
La terribile convinzione di essere il solo ad avere paura lo soffoca, la disperazione della vergogna deve essere condivisa per essere lenita:
 
Se uno qualunque, il più umile, il più tristo, un pelandrone, un renitente, gli fosse venuto incontro dicendogli: , credeva che lui, Rubè, gli si sarebbe buttato ai piedi piangendo come davanti a un salvatore. (p.43)
 
Poi, un’occasione che sembra essere ghiotta, per aver finalmente conferma che anche altri soldati hanno tremato al suono delle prime bombe, viene nuovamente tradita. Questa volta è un attendente,Trevisan, ad avvicinarsi a Rubè, indugiando:
 
Signor tenente, ieri sera…
Hai avuto paura? Dì? Poltrone
Signor no.
Filippo ebbe un tuffo come se si fosse spezzato il filo a cui per un attimo s’era sospeso. (p.44)
 
E’ allora l’angelica Eugenia l’unica ancora di salvezza per il nostro protagonista. Andata in visita a Filippo, che da alcuni giorni è rinchiuso nella sua stanza poiché malato, confida:
C’è un cielo senza nuvola dove non s’aspetta che la luna. Sarà una vera serata da incursioni aeree. Tutti hanno paura che questa sera tornino gli austriaci”.
Ma “non è che un temporale più variopinto” la guerra, sostiene Rubè:
“Sarebbe come aver paura del temporale. Nessuno ha paura del temporale”, eccetto Eugenia, che lo ammette, ma lei è una donna e può dirlo.
 
L’avvocato siciliano tenta in tutti i modi di non svelare le sue debolezze per non sgualcire il costume dell’uomo impavido, eroico, ardimentoso, dalle parvenze superomistiche.
Ma seguono le prime giustificazioni : “La paura non ha niente da vedere con la logica e coi calcoli. E nemmeno col timore. Uno può magari desiderare la morte e avere paura”, per poi giungere al momento clou, allo svelamento dello smarrimento: Rubè confessa di aver sognato di morire sotto gli spari di un plotone d’esecuzione e in modo disonorevole: “Io non temo la morte dicema una morte così!”
Vedremo, però, che nonostante si ammanti esternamente di sicurezza, di cinismo e di indifferenza, Filippo verrà profondamente scosso dall’esperienza bellica e più di una volta la retorica dannunziana del bel gesto sarà spazzata via dalla paura della morte.
Infatti, la sintomatologia della paura, che è stata presentata in apertura e che ritroviamo descritta anche nel romanzo, (quel sentirsi gelare il sangue e putrefare i nervi senza sapere perché), spingerà infine il nostro personaggio ad ammettere:
     “ Io non sono coraggioso. Sono forse codardo. E non ho pietà nemmeno di me stesso”.
 
Il confronto con la paura segue una parabola discendente: il personaggio dapprima cerca di reprimere l’angoscia, di celarne i pur visibili effetti; in seguito è costretto a svelarla e ad ammettere il suo fallimento.
Ma al vertice della curvatura parabolica, prima di precipitare rovinosamente, si colloca un episodio importante, di apparente positività. Nelle pagine seguenti apprendiamo che Filippo, con un cambiamento repentino, ha deciso, in un misto di timore e di avida curiosità, di voler toccare la guerra, approfittando di una “pratica” da chiudere relativamente ad un furto a San Michele, fronte carsico. Il farsi spettatore della guerra degli altri sarà per Rubè un’esperienza di burkiana memoria: sublime. La paura, emozione così intensa da non poter essere debellata e con la quale bisogna convivere, può almeno divenire un dolore piacevole: è il brivido dell’eccitazione, l’orrendo che affascina, il piacere del pericolo scampato. E’ fonte del Sublime perché “produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire”:
“La gioia d’essere stato nell’orbita della morte senza tremare e senza più credere alle illusioni che fanno agli uomini affrontare la morte” perché “In questa alternativa di fisica voluttà e di carnale sgomento era tutta la sua vita.”(p.79)
Ma sarà soltanto un palliativo, cui seguirà la demolizione lucida e sistematica del superuomo dannunziano, di cui emergono, attraverso il protagonista, tutti gli eccessi. L’acceso interventismo, la retorica del bel gesto, il mito della vita inimitabile di fronte alla guerra vera si sgretolano miseramente in una sola parola, semplice, ma ripetuta più volte tale da lasciare un’impronta tangibile nel lettore: la paura.
 
1.2 Le cause della paura: malattia infantile o intellettuale?
 
E’ interessante notare il continuo riferirsi alla guerra con metafore naturali e silvestri, di dannunziana e pascoliana memoria. L’autore, attento studioso del Vate e del Soave puer, dimostra di padroneggiare, oltre che la prosa, anche la poesia. Non a caso, alcuni critici, quali Massimo Onofri e Giovanni De Leva, al Convegno organizzato nel maggio scorso dalla Fondazione Borgese con la collaborazione della Cattedra di Letteratura italiana contemporanea di Palermo, hanno rintracciato gli aitia della paura del protagonista in un’immaturità costitutiva e in una malattia infantile da ricondurre alla puerilità pascoliana.
In realtà tale visione sarebbe più vicina a quella proposta nel Fedone di Platone, che il Pascoli riprende e supera:
 
E Cebete ridendo disse: «O Socrate, cerca di persuaderci, come se noi avessimo davvero paura. O meglio, non come se avessimo paura noi, ma come se ci fosse un fanciullino dentro di noi e che avesse tali paure. Cerca, dunque, di persuadere questo fanciullino a non aver paura della morte come degli spauracchi» (da Platone,  Fedone, 77d-78b)
 
Eppure le cause di questa angoscia che attanaglia Filippo Rubè hanno radici non solo ontologiche ma anche storiche, da ricercarsi nel panorama di crisi che vive l’intellettuale nel Novecento. A tal proposito non si può non riportare il giudizio di uno dei più grandi estimatori di Borgese, Salvatore Battaglia:
 
La crisi dell’esistenza, quale si profilava all’indomani del primo conflitto mondiale, si generava anzitutto da un malessere nella sfera della cultura più generale. Circa mezzo secolo fa l’autore di Rubè e de I vivi e i morti poneva sul tappeto il problema fondamentale della nostra esperienza: vale a dire, la fatalistica defezione dell’intellettuale, che gli anni recenti hanno continuato a rendere più esasperata e insanabile.
 
L’instancabile Borgese, dunque, modella un personaggio pavido e vaneggiante che possa mettere a servizio il suo corpo e la sua mente per mostrare il cortocircuito conoscitivo, sociale e linguistico che l’intellettuale italiano affrontava in quel determinato momento storico. Irruzione delle masse, nuove ideologie, crisi dei valori tradizionali. Chi non avrebbe avuto paura…
 
1.3  Dialogus cum antiquibus: Rubè e Agamennone a confronto.
 
Il Cebete platonico riflette sulla genuinità di un sentimento innato quale la paura, che più volte è stato sottolineato nel corso della trattazione. E così un eroe come Agamennone e un antieroe come Filippo Rubè potrebbero incontrarsi sul piano umano e scambiarsi vicendevolmente dubbi e timori (Perché mai a me questa paura, stabilmente, come un guardiano davanti al mio cuore profetico volteggia?…). Eppure il primo ci appare forte e integro pur nella debolezza dimostrata, il secondo ridicolo. Un enorme baratro infatti separa l’eroe tragico dall’inetto moderno. Pirandello docet.

 

About The Author