Giu 20

Confronto tra Filippo Rubè e Mattia Pascal

(di VIVIANA TOSTO)
Quando esce Rubè, nel 1921, Il fu Mattia Pascal, apparso sulla scena letteraria per la prima volta nel 1904, veniva proprio allora ripubblicato da Bemporand ed inoltre nel medesimo anno veniva messa in scena la prima di Sei personaggi in cerca d’autore al teatro Valle di Roma. Come suggerisce Salvatore Battaglia in A quarant’anni dal romanzo di G. A. Borgese, si può dunque affermare che “il tempo era propizio per una letteratura che tendesse ad investigare la crisi dell’ uomo contemporaneo” e di un siffatto esercizio letterario Pirandello e Borgese furono indubbiamente due grandi interpreti. Entrambi isolani, siciliani, dotati di un bagaglio culturale di respiro internazionale, hanno avvertito ed investigato la dissociazione dell’uomo dalla storia e dalla società raccontandola mediante la figura dell’intellettuale piccolo-borghese disorientato, impotente, quasi spersonalizzato.
Nella presente trattazione l’analisi di un parallelismo tra la scrittura borgesiana e quella pirandelliana, circoscritta alla costruzione dei personaggi di Filippo Rubè e Mattia Pascal e alla loro dolorosa esperienza di perdita delle sterili certezze, ha evidenziato la presenza di svariate analogie.
 
I – Inettitudine
 
In entrambi i romanzi viene narrata la vicenda fortemente simbolica di un intellettuale della piccola borghesia di provincia. Nel testo pirandelliano il protagonista è Mattia Pascal, impiegato presso la biblioteca comunale di un paese ligure, Miragno; insoddisfatto per una quotidianità che non lo vede affatto protagonista “Ero inetto a tutto”(p. 41), Pascal non riceve amore e conforto neppure dalla moglie Romilda, anche a causa del pessimo rapporto con la suocera Marianna Dondi:
 
Dopo una delle solite scene con mia suocera e mia moglie […] non sapendo più resistere alla noia, anzi allo schifo di vivere a quel modo, miserabile, senza né probabilità né speranza di miglioramento […] all’amarezza, allo squallore, all’orribile desolazione in cui ero piombato […] (p. 56).
 
Svigorito dunque dall’esperienza infelice del matrimonio, tarlato dalla noia, Pascal si scopre un inetto, un velleitario che sogna un’evasione impossibile. Analogamente il personaggio borgesiano Filippo Rubè, giovane avvocato siciliano, è sì ambizioso, dotato di una “logica da spaccare il capello in quattro” ma, come si legge poco più avanti:
 
[…] a tarda sera, mettendo la chiave nella serratura della camera mobiliata, lo poteva cogliere un subitaneo ribrezzo come se stesse per vedere l’anima sua simile a un anfiteatro dopo la rappresentazione del circo equestre: un infinito sbadiglio con cicche di sigarette e bucce di arance. (p. 6)
 
 
Filippo, affetto   da   un irrazionalismo vitalistico comune ad altri piccolo – borghesi della sua generazione, si scopre incapace di superare il proprio velleitarismo e approda, suo malgrado, all’unico risultato di dover ammettere la propria sconfitta e registrare la propria abulia dinanzi alle vicende alterne della vita. Emblematiche, a riguardo, risultano le ammissioni-confessioni disseminate tra le pagine del romanzo come: “[…] la vita è una tavola imbandita a cui fin dalla nascita mi fu proibito di stendere le mani”, oppure “[…] ma chi mi prende? Ma che mestiere so fare? Se sono un buono a nulla! Se sono un intellettuale! ” e più avanti “[…] il fatto è che sono un intellettuale. Un in-tel-let-tua-le. Una cosa orribile, un mostro con le gambe, con due braccia e un cervello che mulina a vuoto” ed ancora “ […] niente, niente m’è riuscito, mai. Non ve l’ho detto che sono un avventuriero sventurato? ”.
 
II – Crisi d’identità e cambio del nome
 Pascal e Rubè, avviliti da una quotidianità che li vede anonimi piccolo-borghesi di provincia, sono animati da un forte desiderio di sfuggire all’antica odiosa “forma”, per usare un termine caro allo scrittore di Girgenti, in cui si ritrovano imprigionati. Il darsi una nuova possibilità passa per entrambi anche mediante la sostituzione con un “alter ego”, un “doppio di sé”, testimoniata dalla scelta del cambio del nome. La storia di Pascal è disseminata di indizi in questo senso: la tensione che anima questo personaggio e la sua duplicità si manifestano simbolicamente già nell’occhio strabico che guarda sempre altrove (spia della “divisione schizoide” della sua personalità); vuol disfarsi del proprio corpo prima con il pensiero del suicidio, poi lasciandosi identificare nel cadavere di un altro ed ancora con la scelta di assumere una nuova identità assumendo il nome di Adriano Meis.
Anche il protagonista borgesiano muta il proprio cognome, divenendo ora Burè ora Morello: (p. 323). Non meno conflittuale è il rapporto che egli ha col proprio corpo; la lacerazione dell’io, il malessere che attanaglia il personaggio, si palesa in un dolore che deforma, quantomeno sul piano della percezione del corpo, anche il proprio aspetto fisico:
 
Analizzandosi parte a parte, notava strani squilibri di temperatura e di peso nel corpo. Il cervelletto gli pesava più del cervello, e perciò doleva di un dolore soffocato e afoso; il cuore, alleggerito e malcerto, si sarebbe detto che volesse mutar posizione e salire più su, verso la spalla […] Ora osservando le sue membra che volevano fare e sentire ognuna a modo suo, capiva meglio che cosa fosse propriamente quel male: il non sapere tenersi insieme, la spinta centrifuga di un corpo che non vuole obbedire e preferirebbe disperdersi tutt’intorno e buttar via il nome e non chiamarsi più né Rubè né Burè né Morello. (p. 327-8)
 
Questa pertanto è la percezione distorta che Filippo ha di sé, essendo vittima della cosiddetta nevrastenia, ossia “ il movimento centrifugo che castiga gli egocentrici ”.
 
 
III – Il gioco d’azzardo/ il caso
 
In entrambi i romanzi presi in esame la vicenda narrata vede il protagonista realizzare una vincita che gli consente il guadagno di una consistente somma. Pascal durante una sosta a Montecarlo, nei pressi di Nizza, si arricchisce grazie ad un’inaspettata fortuna alla roulette, analogamente una vincita al gioco (anche in questo caso alla roulette) sembra aprire una nuova prospettiva a Filippo Rubè che abbandona la moglie Eugenia Berti; è finalmente libero da necessità economiche, ma è soltanto l’inizio di un lungo definitivo fallimento.
La vincita al gioco d’azzardo testimonia l’importanza che entrambi gli scrittori attribuiscono al caso, affascinati dal suo irrompere e dal potere arbitrario della sorte.

About The Author