Giu 18

Occidente e Oriente spaesati

(di SERENA COPPOLINO)

«La realtà italiana è incerta. Si tradisce, è sospetta. La realtà italiana è un’ operazione a somma zero. L’ Italia è un paese a somma zero».

Queste parole sono tratte da Spaesamento, una sorta di narrazione diaristica di cui è autore Giorgio Vasta. Spaesamento è il frutto esacerbato di un’ operazione di analisi peculiare e fortemente critica della società italiana di oggi, esperita tramite meccanismi di “carotaggio” che eguagliano l’autore-protagonista ad una sorta di “ sonda umana”, “perforatrice mobile” e “macchina da prelievo”.
Durante l’estate, sfruttando l’occasione di tre giorni a Palermo, Vasta cerca di prendere la misura del presente italiano tramite la metaforica estrazione “dallo spazio e dal tempo di quelle carote di realtà utili, forse, a farmi un’ idea di dove sono , a descrivere la forma di questo spaesamento. Perché ho tutto quello che serve: uno spazio -Palermo- e un tempo- questi ultimi tre giorni di vacanza […] la presunzione e la speranza di potere estendere lo studio della parte alla comprensione del tutto”. (Pag: 8)
Ciò che ne emerge è il prendere atto di un senso di vuoto, incompletezza e mancanza che permea tutto e tutti e che si concretizza in un non-riconoscimento di spazi e persone: la gente in spiaggia, come un brulicare di vita insensato, la donna cosmetica come la fenomenologia di qualcosa di effimero e sfuggente, l’ inseguimento a vuoto dei bar, delle voci e dell’ acqua per tentare di colmare un’arsura metaforica del senso di aridità che impregna la città di Palermo e che si impone durante i mesi estivi. Poi ancora, gli emo, emblema della sensibilità e remissione e il barman e il sentimento di un presente spaesato, indefinito, sospeso in un limbo. Questo è il presente italiano. E’ un presente inerte, inerme, che non ha rabbia, né indignazione. E’ un presente vuoto.
Palermo è la città dal “cuore morto” che, paradossalmente e nella consapevolezza della morte, impazza nell’ attivazione delle sue funzioni vitali. Palermo, l’ Italia sono in uno stato cataclismatico che si innesca in un organismo prossimo alla morte e che ne rende evidente, agli occhi di un intellettuale attento ed impegnato come Vasta, la futilità e vanità delle azioni quotidiane. Vasta sembra delineare, per l’Italia e la Sicilia in particolare, un destino imprescindibilmente fatale: entrambe sembrano avere nel corpo, aperto, un dilagare “di vita intermedia” in “fermentazione cellulare e minerale”. Paradossalmente l’esplosione della vita ad un passo dalla morte. Palermo e l’ Italia sono giunte a questa soglia estrema.
Può accadere, peraltro, che leggere uno scrittore come Vasta mentre si esercita un tipo di frequentazione con testi che non fanno parte del panorama letterario italiano più consueto, quali testi di autori della modernità cinesi, porti a pensare a dei possibili ponti di collegamento tra Oriente ed Occidente, attraverso i quali, ritengo, si possa comprendere come dello stesso senso di vuoto si permea, paradossalmente e nella sua modernità, anche la società cinese:

A volte mi sembra che Pechino sia una città di sabbia. Continua ad allargarsi, a espandersi circolarmente. Tutti i nuovi edifici che si stanno innalzando sono irreali: gli do un colpetto con il dito e i grattacieli cadono giù uno dopo l’altro come pezzi del domino, seguendo il corso della strada, anche il Jingguang Dasha di cinquantadue piani e il Wangjing Dasha coi suoi trecento metri d’altezza per ottantotto piani. E’ indubbio che questa mia idea sia malvagia, ma è più forte di me. Quando cammino per le strette vie tra i palazzi o sotto i tre livelli del ponte Lijiao, sentendo il lieve tremolio dell’enorme corpo della città e il mantice del suo affannoso respiro, ogni volta senza volerlo tendo indice e pollice, do un colpetto e poi me la rido malignamente ma con un’aria istupidita . (Tratto dal racconto: La città di sabbia, di Qiu Huadong, pag: 27)

La vita metropolitana contemporanea è vista come una perdita e uno straniamento di sé, dell’affetto della famiglia e degli amici se non anche della perdita della possibilità espressiva nella propria lingua madre. L’uomo “metropolitano” vi sopravvive spaesato. E’ una macchina plasmata dal metallo dei superbi grattacieli pechinesi che vi si muove attorno come un automa. Ed ecco dunque che tutto diventa irreale.
Soffermandomi ad analizzare vari racconti tradotti dalla lingua cinese e scelti tra le opere di scrittori e scrittrici contemporanei originari di Taiwan, Hong Kong e della Cina di Mao, scritti e pubblicati nel periodo successivo alla morte di Mao, avvenuta nel ’76, non si può non palpare l’idea di una Cina come di un paese moderno, veloce, dai ritmi immediati ed incalzanti dove i rapporti umani sono privi di qualsiasi fondamento affettivo e rivelano ben presto il carattere della loro mera funzionalità. I racconti ci danno la percezione di esplorare una quasi grottesca mancanza di senso delle azioni quotidiane e un’ossessione per il denaro e i beni di consumo. I rapporti personali vengono mostrati in tutta la loro casuale volatilità e i protagonisti sembrano dominati dall’ennui esistenziale urbana:

L’ascoltavo lamentarsi di questo e di quello: e i vestiti e il tempo e il capo… tutto ai suoi occhi era diventato… come dire, per usare una sua espressione… “mesto”, e io non sapevo cosa potesse renderla di nuovo felice. Si vive in questo modo. Già, la gente non dice sempre “che noia”? E’ così, oggi non c’è veramente niente che smuova gli animi, niente, fino alla morte. (Tratto dal racconto: L’appuntamento, di Ding Lying, pag: 13)

Ho scoperto che avevo gli occhi pieni di lacrime. In quel momento, quanto avrei voluto essere un’altra persona, una persona che fosse in grado di trovare il modo giusto di comportarsi in quella circostanza, e anche in altre. Avrei voluto avere più saggezza, avrei voluto sapere in che modo affrontare tutte queste situazioni senza lasciarmi sopraffare dal dolore, avrei voluto sapere bene come vivere. (Tratto dal racconto: L’appuntamento, di Ding Lying, pag: 17)

Questa città di sabbia continuava ad espandersi a cerchi concentrici, a crescere in altezza, e anch’io ero sempre più impegnato a correre in un mondo sempre più consumista, tutto preso a inseguire le ultime mode. Lin Jiaqi ogni tanto mi telefonava, seppi che decorava un bar dopo l’altro, che aveva lavorato per società di pubblicità, di relazioni pubbliche, di consulenza e di ogni latro tipo, ma balzava da una all’altra come ballasse in discoteca. «Questa città non mi appartiene, la odio, come devo fare? Quando potrò stabilirmi qui?» (Tratto dal racconto: La città di sabbia, di Qiu Huadong, pag: 38)

Sul cavalcavia mi fermò un tipo con i vestiti laceri e una borsa nera sotto il braccio. Gli brillavano gli occhi, disse che avevo un aspetto fuori dal comune, che voleva assolutamente predirmi il futuro, gratis. La coperture di tartan del cavalcavia si era fusa al sole, a pestarla era tutta appiccicosa, come una caramella ciucciata, o come il catarro di un vecchio fumatore, o come moccio o sperma, o merda fresca di cane. Questi paragoni non sono per niente disgustosi. Se pensi invece di pestare un pezzo di carne viva, stai sicuro che vomiti. Gli risposi spazientito, ‘fanculo, che mi lasciasse in pace. Il tizio rimase come rimbambito, non ebbe alcuna reazione. Solo quando arrivai alla fine del cavalcavia e mi apprestavo a scendere la scala si riprese e mi gridò con odio: «Quest’anno avrai fortuna!». Scesi meccanicamente i gradini dicendo fra me: “Bene, solo quest’anno potrai avere fortuna”. A metà scala, alzai la testa e vidi una ragazza dalla pelle scura e lucida che saliva piano con in mano un ombrellino da sole nero e nell’altra un libro di cui scorsi il titolo: Amo i dollari. (Tratto dal racconto: Libbre, once ecarne, di Zhu Wen, pag: 189)

La letteratura cinese è caratterizzata oggi più che mai da un’evidente transnazionalismo, translinguismo e transcomunitarismo per i quali i suoi autori si situano tra il locale e globale e rifiutano l’esistenza di una cultura cinese dai confini rigidi o etnicamente determinati. L’elemento occidentale è quindi sempre presente nell’orientale e, nonostante le apparenze, la Cina è un mondo sempre più vicino tantoché come usano dire i cinesi, “Utilizzare l’Occidente per l’Oriente” vale a dire “Utilizzare l’Oriente per l’Occidente”.
Secondo la mia opinione, questa commistione è avvenuta per due ordini di motivi. Innanzitutto la volontà da parte della società cinese di tentare di colmare, in parte con usi e costumi occidentali, appunto, il grande vuoto provocato dalla distruzione di beni culturali (quali l’antica arte che rappresentava canne di bambù e scrigni buddhisti, porcellane, dipinti della dinastia Ming, statue della dinastia Tang, tavolette incise con opere classiche del tempio di Confucio, libri in contrasto con il pensiero di Mao) e di miriadi di edifici antichi quali templi, musei, biblioteche e teatri. La principale causa di tali danni è da ricercarsi nelle azioni delle “Guardie Rosse” ossia i gruppi di studenti delle scuole superiori e delle università che furono i protagonisti fondamentali del primo periodo della Rivoluzione Culturale Cinese (1966-‘76), inizialmente indirizzati da Mao Tse-Tung e dal suo Partito. Le Guardie Rosse hanno saccheggiato moltissime abitazioni private alla ricerca di opere d’arte, strumenti musicali e libri che venivano trasportati presso le autorità locali per essere bruciati o semplicemente trafugati. Tutto ciò ha provocato un senso di vuoto e incompletezza che ha minato per sempre l’identità cinese:

Così, senza sosta, feci piazza pulita di tutto, un giorno mio padre mi disse: “Sei come l’imperatore Qin Shi: bruciare i libri e seppellire i confuciani vivi”. A queste parole accennai a un piccolo sorriso, ma in cuor mio mi sentii ferita. Alla vista degli oggetti buttati, qualcuno di sera con una torcia andava di nascosto a recuperarli dalla spazzatura.
E così, come una spia, dopo essere andato e tornato per diversi giorni, alla fine papà, in piedi nella stanza, indicando me disse: “Le Guardie Rosse, quando ripulivano le case facevano proprio così ”. Divertente? In realtà era molto triste. La nonna con voce tremante mi chiese: “Perché non mi aiuti a trasportare la libreria di legno rosso nella nuova casa?” Le dissi che ci avevo già riflettuto e che l’ascensore della nuova casa era troppo piccolo, non ci sarebbe entrata e, comunque non c’era posto nella nuova casa. Poi la vidi seduta in cucina con lo sguardo sulla libreria, non aveva voglia di vivere. E io lì, in piedi, non sapevo cosa dire. (Tratto dal romanzo: Via con te what a wonderful day, di Liu Ruoying, pag: 29 e pag: 30)

In secondo luogo e date tali premesse il senso di vuoto nella modernità cinese trova il suo apice quando si arriva al confronto con l’incalzare del consumismo ricordando, con una vena di rimpianto, la perduta gioventù, quando gli amori erano più schietti e tutti gli ideali sembravano potersi ancora realizzare. Tutti temi purtroppo attuali nella società italiana.

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