Giu 18

I luoghi narrativi di Palermo

S(di FEDERICA LOMBARDO)

«Ci sono alcuni “luoghi”- contesti ed esperienze – che contengono e producono di continuo narrazioni. Che si tratti della nostra vicenda biografica, del posto nel quale siamo cresciuti o che siamo andati a visitare per due giorni, oppure delle notizie in breve sulle pagine di un giornale locale, a fare la differenza è il modo in cui riusciamo a dare valore narrativo a tutti questi nuclei potenzialmente fertili». Così Giorgio Vasta presenta il suo Laboratorio intensivo Giacimenti. Luoghi dai quali estrarre una storia (12-14 novembre 2010).

In questa prospettiva, che vuole i luoghi generatori di storie, Palermo si configura come un giacimento narrativo estremamente ricco per Vasta che vi ambienta entrambi i suoi romanzi.

Il capoluogo siciliano, la propaggine marinara di Mondello, via Sciuti 130 (indirizzo fisico indicato dalle due voci narranti come casa d’origine), sono elementi di continuità, immediatamente percepibili, fra l’uno e l’altro libro. Citando l’autore stesso, è «un po’ come se il protagonista ragazzino di Il tempo materiale tornasse una trentina d’anni dopo a fare un sopralluogo – un punto della situazione – in una città nella quale non vive più» (intervista di Giovanni Agnoloni).

In entrambe le vicende narrative Palermo, una periferia geografica, una periferia d’Italia, diviene allegoria del nostro paese in due fasi cruciali della sua storia: gli anni Settanta, segnati dalle efferatezze delle Brigate rosse, di cui i giovanissimi protagonisti de Il tempo materiale emulano la prassi criminale, e la contemporaneità, l’«Italia-Berlusconi» di Spaesamento, in cui l’inerzia dei palermitani è un campione esemplare dell’inerzia che affligge indistintamente tutti gli italiani, divenuti «gasteropodi» incapaci di indignarsi e di trasformare quest’indignazione in atto, in reazione.

In entrambi i libri la storia irrompe nella narrazione attraverso la televisione ed i giornali che riportano l’eco di avvenimenti reali (il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, nel primo romanzo, Berlusconi intercettato al telefono con l’allora direttore di Rai fiction, Agostino Saccà) nel secondo.

Spaesamento è il titolo della seconda opera, ma è anche la sensazione che Vasta veicola al lettore: il disorientamento provato nel trovare la propria città di origine mutata, divenuta italiana e internazionale negli arredi anonimi dei bar, che pretendono di «abradere i segni locali a vantaggio di un teorico gusto nazionale», e nell’incombere puntuale dell’happy hour, «frammento di esotico tessuto sociale settentrionale trapiantato in questa città» e divenuto ormai una pratica ben collaudata. Spaesamento è anche l’imbarazzato disagio dinanzi al «ciao» e al «tu» informalissimi e spiazzanti usati dai commessi dei negozi.

In Spaesamento viene condotta un’operazione di «carotaggio»: un prelievo di realtà italiana (tre giorni di fine estate a Palermo) funzionale a leggere il tutto, l’Italia attuale.

Il ritmo narrativo è discontinuo: si dilata in resoconti inutilmente dettagliati, per divenire incalzante nelle pagine conclusive, in cui i personaggi incontrati nel libro si ripresentano in una scena onirica per fare il punto su questa esplorazione di Palermo e, attraverso questa, dell’Italia intera.

Tale ricognizione parte dalla camera dell’io narrante. Spinto dalla sete, l’autore muove per la città alla ricerca di una bottiglietta d’acqua, che diviene una sorta di feticcio onnipresente nel libro (nel corso della narrazione il protagonista ne acquista cinque).

La ricerca dell’acqua genera occasioni di incontri, con i bimbi estortori a Mondello, che pretendono la riscossione di un pizzo virtuale per consentire all’autore di abbeverarsi alla fontanella pubblica, e con i diversi tipi di umanità che ha modo di esperire nei tre bar di via Ruggero Settimo, del Capo e di corso Alberto Amedeo.

L’acquisto di una bottiglietta d’acqua è il pretesto per entrare nel bar fatiscente del mercato del Capo, che appare come «una terra di nessuno nella quale pubblico e privato si fanno incerti e la loro indistinguibilità è metafora solo leggermente attenuata dell’eterna indistinguibilità locale tra legale e illegale, il perfetto oblìo palermitano del discrimine tra le cose».

Se la passeggiata di via Libertà è affollata di negozi in pieni saldi, e nel bar storico di Via Ruggero Settimo domina il moderno design internazionale (e qui un «barman dopato» e depilato ha scalzato il collega più anziano, che Vasta chiama, non a caso, «barista», trasformando lo scarto generazionale in scarto linguistico), alcuni luoghi sembrano sfuggire all’imperativo dell’attuale. Queste sacche di resistenza all’italianizzazione, omologazione, sono il cuore dell’identità locale. Qui si parla rigorosamente il dialetto. Qui sopravvivono consuetudini arcaiche e misteriose e creature leggendarie come la «donna tartaruga» del racconto di Scarmiglia, ne Il tempo materiale, venuta fuori strisciando da un catoio della Vucciria. In questo romanzo, l’antico mercato palermitano è presentato come «la genna del fuoco», «il centro di Palermo», «il centro della terra». Un luogo ‘inibito’ alla gente perbene per la crudezza ostentata delle sue immagini (si pensi al pezzo di fegato animale abbandonato e visibile a tutti), per la violenza gratuita che si manifesta in giochi macabri come l’incendio della carcassa di un cane appena morto.

Alla Vucciria in Il tempo materiale, come nel bar al Capo in Spaesamento, la sensazione predominante dell’io narrante è di essere un intruso, penetrato in uno spazio privato di «persone-famiglia, parenti reali o parenti per limitrofia e consuetudine», di cui non comprende il biascicare dialettale, da cui a stento è compreso, e i cui gesti tradiscono diffidenza e ostilità verso l’estraneo.

Se per via Libertà il protagonista di Spaesamento si imbatte in una nuova umanità internazionale, quella dei dark-emo che rende Palermo simile a Berlino, Londra e New York, al Capo assiste al fuoco di sputi da cui vengono bersagliati i malcapitati turisti dalla banda di monelli dialettofoni, piccoli untori di dialetto e di spirito panormita, capeggiati dalla Stefi.

All’indifferenza pacifica degli emo, ai commenti grevi del barman sul loro abbigliamento, fa da contraltare l’interminabile schermaglia di sputi fra la Stefi e un coetaneo, improntata alla logica del taglione per la quale ogni affronto esige vendetta.

Palermo è, dunque, una città irta di contrasti e palesi contraddizioni in cui a breve distanza gli arredi moderni e sprovincializzati dei bar e dei negozi del quartiere Libertà, coesistono con l’edicola votiva improvvisata, con tanto di lucette natalizie e Madonna in fotocopia, che fa bella mostra di sé nel bar del Capo.

Una città in cui la moda globale dell’happy hour convive con lo sputo incivile e ferino, con la restituzione di una moneta di resto direttamente dalla bocca screpolata di una bambina in un bar malfamato del centro storico.
Palermo è la città della sete, che si fa attraversare affannosamente per offrire un bar. Una città vittima della «secolare retorica della solarità», che la vuole sempre investita da una luce abbacinante. E questa è l’impressione che si ricava pensando ai corpi nudi dei palermitani, che rosolano sotto il sole ancora incandescente di fine stagione, assiepati sulla spiaggia di Mondello.
Eppure, talvolta, questa luce viene meno, per il naturale prepararsi di un temporale, come ne Il tempo materiale il giorno dell’incursione alla Vucciria, o per la riduzione dell’illuminazione stradale, in conseguenza del dissesto dei bilanci in Spaesamento.

In questa occasione i palermitani rivelano la loro «nictalopia», l’«istinto per il buio», la loro assuefazione letargica e rassegnata alla carenza della luce come a molte altre carenze.
«I palermitani – afferma Vasta in un’intervista – sono la specifica articolazione di un’italianità che ha fatto del pelo sullo stomaco una ragione di identità e di orgoglio».
Lo stesso autore sembra risucchiato in questa spirale di inazione, come prova il fatto che quando gli avventori del bar in corso Alberto Amedeo si tolgono le scarpe, egli si limita a guardarli, facendosi «complice silenzioso».
I tre uomini commentano le notizie relative alle intercettazioni di Berlusconi sovrapponendovi ammiccamenti e allusioni a situazioni simili in cui essi stessi sono invischiati, omologandovi anche le frasi. Poi, come spesso accade agli italiani, il discorso dall’attualità scade nello sbracamento, nella discussione genitale, nell’«inconseguenza puerile» dimostrando che «Palermo si è rivelata un campione attendibile» e che «qui l’Italia si vede benissimo» perché in fondo «l’Italia è la prosecuzione di Palermo con gli stessi mezzi».

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