Giu 16

Spaesamento e l’infantilismo dell’Italia contemporanea

(di LAURA CARDELLA)

Spaesamento di Giorgio Vasta racconta il ritorno di un uomo nella sua città natale, Palermo. I tre giorni che il protagonista ha a disposizione – il classico week-end – diventano l’occasione per uno studio sistematico, quasi scientifico, dei cambiamenti avvenuti durante la sua assenza, ma soprattutto la possibilità di ‘carotare’, cioè di osservare ed esaminare la realtà sociale palermitana e di poter condurre un’analisi di tipo induttivo: dal particolare, Palermo, si risale all’universale, in quanto la città è un campione che rappresenta l’Italia intera, così come possono esserlo tutte le singole città italiane.

Fin dalle prime pagine del romanzo emerge un’immagine molto negativa e critica della città e consequenzialmente della nostra nazione, un luogo arido, bloccato sul presente e senza possibilità di riscatto futuro, abitato da personaggi meschini, gretti, che, ognuno con caratteristiche diverse, rappresentano ciò che Vasta definisce il vero problema dell’Italia: il suo “infantilismo”.
Come, infatti, spiega in una recente intervista rilasciata a Chiara Marcon presso l’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo il 10 febbraio 2010:

C’è probabilmente una parte di accanimento [nella sua critica alla realtà contemporanea] ed è quello che nasce dalla frustrazione, dal constatare che un paese che ha già fatto i conti, in più di un’occasione, con il proprio infantilismo, non voglia attrezzarsi per superarlo, non dico definitivamente, perché sarebbe un’illusione, ma almeno possa accompagnare, accanto a questa radice infantile che tenta di autosabotare di continuo tutto ciò che ha a che fare con la serietà e con la dignità, un’esperienza più adulta.

Il problema per Vasta è da ricondurre, quindi, ad una “infantilizzazione ad oltranza” che caratterizza in particolare una generazione ben precisa di uomini, i quarantenni di oggi che si presentano come “figli perenni incapaci di essere padri”, cioè incapaci di assumersi seriamente la responsabilità dell’errore commesso dalla generazione precedente per potersi finalmente affrancare e diventare adulti: una situazione in cui l’Italia si trova a ristagnare da tanti anni e che ormai è divenuta insostenibile.
Tale situazione è quella che emerge dalle pagine di Spaesamento, in particolare dall’incontro con alcuni personaggi che il protagonista-voce narrante ha modo di osservare e di eleggere, dunque, a emblemi dell’infantilismo italiano contemporaneo.

Il primo personaggio a suscitare l’interesse scientifico dell’autore è la “donna cosmetica”, una donna sui quaranta-cinquant’anni, con un corpo tonico, abbronzato, che risalta ancora di più alla vista dei bagnanti di Mondello per il suo bikini bianco: una donna consapevolmente attraente nonostante la non più giovane età.
La donna cosmetica diviene il simbolo della paura dell’uomo italiano nei confronti del futuro – in questo caso paura della vecchiaia che incombe e che la donna cerca di allontanare attraverso interventi estetici ed esercizi ginnici – ed emblema, dunque, del suo voler rimanere giovani a tutti costi, senza responsabilità alcuna, allontanando l’ingresso all’età adulta a data da destinarsi.
Dice infatti Vasta a tal proposito:

Continuo a guardarla e a sentire che ad attrarmi con questa forza non è dunque una sua eventuale oggettiva bellezza fisica, ma il modo in cui è riuscita a trasformare la paura in disciplina, l’angoscia del tempo che passa in stile, intuendo che nel divenire è il male e decidendo di arrestare tutto e di vivere in questo arresto, nella pausa del presente, un tempo preliminare al disastro che tiene il disastro a debita distanza, lo procrastina indefinitamente e indefinitamente lo ignora. (pag 17)

Il contrasto generazionale emerge nel romanzo quando la donna cosmetica è costretta a discutere in pubblico con la madre, la donna-lago, che le parla “in un dialetto fitto e crepitante”:

A quarant’anni, più probabilmente quarantacinque, dopo decenni di apprendistato cosmetico e perfezionamento del sembiante, un tempo dedicato a smaltarsi e internazionalizzarsi, è insopportabile dover rendere conto alla propria madre in un contesto pubblico, anche considerando che il litigio scortica lo smalto e fa affiorare tutto ciò che si è scelto di tenere sotto controllo: di tenere sotto. (pagg 18-19)

E continua:

La mia solidarietà per la donna cosmetica è totale e altrettanto totale è la mia ostilità nei confronti della madre-lago e nei confronti di tutte le madri dilaganti incapaci di comprendere il panico naturale che stringe d’assedio la vita dei quaranta-cinquantenni che si sono sfilati dalla storia regolata e regolare delle generazioni precedenti per concentrarsi sul presente pretendendolo inesauribile, un luogo reversibile e palindromo. (pag 19)

La carrellata di personaggi infantili continua con gli emo, adolescenti dall’abbigliamento particolare, con frange asimmetriche che coprono i visi e occhi truccati di nero – rappresentanti di una giovane generazione imbelle, fiacca e impotente che non lascia speranze positive per il futuro italiano. Vasta presenta gli emo come se fossero degli zombie perfettamente inseriti nella “vita cimiteriale della città” (pag 38), caratterizzati da quella “malinconia sepolcrale” che è manifestazione della “tempesta neurovegetativa” di Palermo e dell’Italia intera:

In un corpo umano la tempesta neurovegetativa dura circa trenta minuti. Quella in cui vive immersa l’Italia dura da un tempo che non sono in grado di misurare. Ma non conta risalire alle origini, quello che vale è che l’organismo denominato Italia ha risorse sufficienti a protrarre la sua agonia per un periodo indeterminabile, mescolando tempo e tempesta, continuando a giocare con l’oblio, a puntare tutto sull’oblio. Passato presente e futuro sono tempesta.(pag 40)

Se la generazione che dovrebbe guidare l’Italia al riscatto è marcia – Unghia, Ardesia e Pomo non fanno altro che discutere di donne, di rapporti sessuali e di Berlusconi – lo è anche la generazione da cui si aspetta la rinascita nel futuro, i bambini: la Stefi, la bambina che sputa dialetto, che rappresenta l’assenza di storia, di passato in una Palermo immutabile e sempre uguale a se stessa:

La Stefi […] mi fissa e ancora, come prima, sorride […] con la coscienza, che a Palermo è corredo genetico, della inevitabilità di questo nuovo incontro: la persuasione che non ci sia scampo, mai – la coscienza di vivere in un mondo già deciso e discorsivo, e quindi la certezza di essere, già nati, dei reduci – a Palermo è talmente radicata da risultare astorica e biologica. Qui la storia non c’è, la prospettiva diacronica è sperpero di tempo. Ci sono solo i corpi immemori, il modo in cui l’esperienza nasce ogni volta vergine e radicalmente priva di memoria. E tutto questo la Stefi, senza saperlo, lo sa. (pag 61)

Oppure i due bambini, il biondo e il bruno, che il protagonista incontra nei tre giorni consecutivi a mare: due piccoli prepotenti che chiedono il pizzo immaginario a chi vuole bere dalla fontanella e che uccidono senza esitazione un’inerte lumaca senza alcun apparente motivo (ricordando in questo i protagonisti de Il tempo materiale, senza però la loro lucida consapevolezza):

Il fatto che il bruno e il biondo abbiano sei sette anni non modifica la questione: nessuno è assolto nell’umano […] Mi guarda e in lui non c’è colpa, non c’è fierezza, semmai la rassegnazione sobria al fatto che non era possibile che accadesse niente di diverso. […] Il male è possibile, è sempre possibile, anche senza cattiveria, e può essere leggerissimo, persino inconsistente. Infantile, feroce. Limpido, gioioso. Mite. (pag 79)

E in questa situazione di degrado emerge l’immagine di Berlusconi, così tante volte evocata da diventare concreta, tangibile: “la solidificazione di un fantasma nazionale, lo spettro materiale della nostra identità: la parola-cosa attraverso la quale, nel desiderio o nella rabbia, diamo consistenza a un’ossessione.” (pag 52)
Berlusconi non è, dunque, la causa dell’infantilismo italiano, è la sua perfetta incarnazione, la rivelazione del “depotenziamento indifferenziato”, del “letergo del presente” (pag 107), del tempo che non trascorre, a cui gli italiani sono ormai assuefatti e non riescono più a reagire: come dice il protagonista: “Si gioca a fare il gasteropode che impara a non reagire più agli stimoli.” (pag 97)
La soluzione a questo stato di cose, alla distruzione latente di cui emblema diventa il punteruolo rosso – l’insetto che famelicamente sta distruggendo una dopo l’altra le palme di Palermo, simbolo un tempo della vitalità cittadina – è chiara a Giorgio Vasta, come emerge nell’intervista precedentemente citata: bisogna che gli italiani imparino a crescere, a uscire dall’infantilismo, cessare di essere eternamente figli per assumersi la responsabilità di diventare adulti, genitori.
Strumento di questa crescita sarà allora l’intelligenza: non l’intelligenza “che non si continua nelle azioni, […] in azioni concrete e umane capaci di generare conseguenze”, che “si limita a contemplare se stessa. Si basta. Fa parte della resa” (pag 113), ma “un’intelligenza utile e una fiducia incoerente e fondata, una fiducia calma e trasparente, qui, nel cosciente disinganno.” (pag 117)
Lo spaesamento del protagonista, dopo lo studio analitico di Palermo e dell’Italia, si trasforma in lucida consapevolezza della tragicità della realtà contemporanea e, di conseguenza, la necessità di esserne coscienti per poter migliorare e migliorarsi.

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