Mag 31

Storia del dialetto infame

(di LAURA LO PRESTI)

Una pestilenza terribile sembra essersi abbattuta.
Per ogni vicolo, strada, negozio, mercato, ospedale si aggirano.
Sono dei mostri “con il sangue in faccia, le gambe lacerate, il vomito sulle labbra…”
Ma l’untore è il dialetto.
Loro, i palermitani, sono i mostri dialettali.

Palermo è la città in cui le parole fanno sempre rumore, sono tumide, non sanno essere silenziose, né discrete. Infastidiscono perché esplodono e i loro frammenti si appiccicano sulla pelle come un marchio, un’equazione tragicamente perfetta per cui parlare il dialetto significa essere infame, incolto, gastrico:

I corpastri palermitani fanno quello stesso odore. Non è una questione di pulizia. Sono loro. E’ la loro vita. E’ un odore che proviene dal loro modo di parlare. Le parole invecchiano nel corpo. Marciscono. Il dialetto, già marcio in origine, marcisce ancora. (p.134)

Così si legge nel romanzo che ha segnato l’ascesa del mitopoietico scrittore siciliano, Giorgio Vasta, ovvero Il tempo materiale, ove il confronto fra lingua e dialetto non è disatteso, ma deve essere compreso tenendo sempre presente e sapendo sempre discernere (e al momento opportuno sovrapporre) l’immagine dell’autore e dei suoi personaggi.
“In dialetto non parlo e non penso: mi limito ad osservarlo da fuori, ma solo dopo averlo anestetizzato” – ci confessa Nimbo, il protagonista undicenne del libro – “Quando le parole del dialetto si sono addormentate, le prendo in mano e studio come sono fatte: come tutto ciò che è naturale mi sembrano artificiali.” (p.44)
D’altronde siamo nel 1978 e televisione, radio e cinema ormai da tempo hanno sfondato le barriere dell’analfabetismo per consentire alla lingua nazionale di espandersi oltre i confini di classe, fino a quel momento invalicabili. Il numero dei dialettofoni esclusivi in questi anni scende drasticamente (la prima indagine della Doxa realizzata nel 1974 li riporta al 29%), perché nella battaglia della lingua è il dialetto a dover essere debellato.
In realtà fra lingua e dialetto non vi è alcuna differenza interna, relativa alla struttura; la distinzione si basa unicamente su criteri di tipo sociale, politico e storico ed essenziale è il prestigio di cui il codice gode presso i parlanti. La lingua italiana sin dal 1861 è il diktat perché deve unire, costruire, consolidare. Ma nel contempo emargina e declassa chi rimane legato alla varietà dialettale che, anche al parlante più colto, lascia i suoi residui nell’intonazione e nella cadenza.
Il punto di vista di un undicenne che interroga e studia la fenomenologia del linguaggio, come un adulto, permette anche un’altra considerazione. Ormai, alla fine degli anni ’70, il tempo in cui è ambientata la vicenda, il dialetto rimane vitale come codice linguistico, sia formale che informale, fra le generazioni più anziane, mentre i genitori preferiscono utilizzare la lingua nazionale anche nel contesto familiare, fornendo tale esempio anche ai figli.
E lo scrittore ci fornisce un esaustivo spaccato linguistico delle famiglie borghesi del periodo. Nella Palermo degli anni ’70 troviamo dei ragazzini che si esprimono perfettamente in italiano e che a loro volta considerano “ragazzi di strada”, “scippatori”, coloro che non si adeguano alla medesima situazione linguistica. Inoltre il gergo con cui devono confrontarsi, il palermitano, li agevola nella loro scelta di distacco e alimenta i loro pregiudizi:

Fermi nei vicoli, al centro dei catoi, ci sono i palermitani. Parlano gutturali, gastrici, una continua raschiatura di parole nella gola e nella pancia. Esclamano. Il palermitano è una lingua esclamativa. Accade qualcosa, un fenomeno qualsiasi, e il palermitano comincia subito il suo assedio. Spesso è una sola frase ripetuta modificando l’intonazione, in litania dinamica, rilanciando, rincarando, così che il fenomeno si riduce alla sua più originaria e autentica natura di scandalo. Ma sempre nella minaccia, nella rabbia. Perché per il palermitano dialettale ogni fatto è orrore. (p.57)

Nimbo invece non riesce a essere dialettale, ovvero teatrale, nel pronunciare le parole, e si rammarica e si mortifica di “essere incapace nell’esclamazione”. Il dialetto è allora il codice prevalentemente appetito per curare le relazioni interne alla propria comunità, ma rifiutato se collocato in una dimensione linguistica e dunque sociale più ampia, in cui si può essere emarginati e considerati inferiori.

Da un lato ci sono il passato, la memoria, il lusus del gergo dialettale; dall’altro il presente, l’azione, la grazia della parola “nuova”, dalle infinite possibilità creative. In tal senso si possono comprendere le parole che Scarmiglia recita ai suoi compagni: “Non ho paura di loro perché io parlo in italiano. Io, noi tre, parliamo in italiano- sostiene dopo aver parlato con due concittadini usando continuamente il congiuntivo- Noi conosciamo il piacere del linguaggio. Non soltanto il congiuntivo: il piacere delle frasi”.
“Parlare in italiano – dice Scarmiglia – parlare complesso, per noi vuol dire andarcene”.
Ecco perché Nimbo non rivolge la parola a Crematogastra, la presunta donna delle pulizie: “Con lei non parlo mai perché parla solo in dialetto. Quindi la evito”.

Per chi è immerso nel fango di una lingua che sporca perché carica sino all’inverosimile e quindi sentita come inautentica e artificiale, come nel caso del maltrattato palermitano, l’italiano delle Brigate rosse di quei pesanti anni di piombo, con le sue acrobazie linguistiche, le frasi lunghe e complesse dei comunicati nervosi ed energici, non può che essere ambito e anelato dal gruppo di amici. Preadolescenti anomali che manifestano la loro diversità già nel modo di esprimersi antipalermitano (“il tono sommesso, il volume basso, ogni parola piatta, ritagliata, calma eppure sediziosa”) e che vedono un modello linguistico e socio-culturale nelle BR perché “loro parlano – o meglio scrivono – come noi”.

Dopo aver conquistato l’attenzione dell’opinione pubblica a livello nazionale, l’immagine che le Brigate rosse riescono a diffondere in quel periodo è quella di una formazione determinata, spietatamente efficiente, il cui modo di esprimersi appare freddo, burocratico, impersonale e molto politico. Poiché solo una voce maschile, senza inflessioni dialettali, può parlare il brigatese, si spiega il rifiuto categorico da parte dei ragazzi di concedere qualche chance al dialetto.
Comprendiamo che per lo scrittore la dimensione del linguaggio verbale è un gioco e un’agonia e nel gioco delle parti il dialetto è la stasi e l’italiano è l’azione.
Tale dicotomia viene apparentemente superata creando l’alfamuto, l’alfabeto dei gesti e delle posture, che rifiuta il verbum e agisce sul corpo.

Ma neanche questo Aufhebung può cambiare la sorte di Nimbo che, sul finale del romanzo, mormora: “Mi dichiaro prigioniero mitopoietico, mi dichiaro prigioniero mitopoietico…”

Le parole, le frasi, i nomi, i pensieri espressi in qualsivoglia lingua traducono il mondo, ci legano alla realtà e finiscono per incatenarci. L’autore e il suo protagonista trascorrono il tempo a costruire forme storte, alfabeti posticci, a pensare alle parole: pratiche svolte insieme per divertissement e necessità. Sembrerebbe esservi la possibilità di entrare nel flusso della storia per decifrarla e possederla attraverso il linguaggio (ma soltanto dopo aver eclissato il dialetto periferico); in realtà viene svelata la natura traumatica e opprimente del corpo linguistico in toto.

“La parola di un uomo è il più duraturo dei materiali”, scriveva Arthur Schopenhauer. L’unica ancora di salvezza per sfuggire all’infezione delle parole che rendono il tempo materiale è allora il silenzio.

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