Mag 31

Oltre il linguaggio: mi dichiaro prigioniero mitopoietico

(di ALBA CASTELLO)

Le parole vive.
Le parole ardenti.
Le parole mute
rimaste fra i denti.
(G. Caproni, Gastronomica, Res Amissa)

Il tempo materiale, il primo romanzo di Giorgio Vasta, pubblicato da minimun fax nel 2008, tesse le fila di alcuni nuclei tematici fondanti cari all’autore. La riflessione sul linguaggio è senza dubbio una di questi. Sin dalle prime pagine il protagonista, Nimbo, un ragazzetto di undici anni, esprime il piacere che prova nel “muoversi dentro le parole, passare il tempo nel linguaggio” (p.60), creare alfabeti di parole e di gesti, compiacersi dei sillogismi, sperimentare il proliferare infinito della lingua, sentirne la forza fino a restare imprigionato dalla sua capacità di avvolgere e penetrare ogni cosa.
In un’intervista rilasciata su Intoscana.it a proposito del suo primo romanzo Vasta dichiara espressamente di aver voluto riattraversare gli anni ’70, in particolare il 1978, attraverso il linguaggio, uno strumento di analisi e di conoscenza della realtà del quale da bambini non si conoscono le potenzialità o di cui non si dispone affatto.
Nimbo, al contrario, non solo possiede inaspettate capacità linguistiche ma viene definito e si autoproclama “mitopoietico” (p.60).

Il linguaggio è importante per l’autentico piacere che ne deriva, “il piacere delle frasi” (p.60), delle parole, che scaturisce da un uso complesso, logico e articolato della lingua, l’italiano. Adoperare correttamente il congiuntivo, ad esempio, distingue ed eleva il protagonista rispetto a chi ne fa un uso inappropriato o scorretto. La consapevolezza delle sue capacità linguistiche permette a Nimbo di sentirsi un eletto proprio per il suo modo di giocare con le parole. Esso, tuttavia, è fondamentale anche perché è capace di includere e di escludere: coloro che parlano il dialetto, il palermitano, non solo non sono compresi ma sono anche respinti, sono “mostri dialettali” (p.111), quindi non solo profondamente diversi ma, in quanto mostruosi, temibili o da allontanare. Di essi si dice che emettono un odore che li distingue e che sa di garza, di cotone idrofilo infeltrito e di pelle traslucida: “è un odore che proviene dal loro modo di parlare.[…]. Il dialetto, già marcio in origine, marcisce ancora” (p.134-135). Le loro facce sono “dilaniate dal dialetto-il dialetto è esploso dentro le loro bocche lacerandone i lineamenti” (p.87). Giorgio Vasta imposta volutamente descrizioni dettagliate e di tipo scientifico come se stesse diagnosticando i sintomi di una malattia terribile che sconvolge il corpo e lo spirito, di cui putrefazione e devastazione fisica sono l’esito inevitabile.

Il linguaggio di Nimbo quindi se da un lato è tendenzialmente infinito, proprio per la sua capacità creatrice, che genera, plasma parole, dall’altro è stretto tra limitazioni d’altro tipo, confini invalicabili. Il protagonista è un “moltiplicatore di alfabeti” al quale è preclusa, forse anche per sua stessa volontà, ogni comunicazione in cui si usi il dialetto, e non soltanto quella. In più occasioni dichiara e manifesta la sua incapacità linguistica nell’adoperare, in modo spontaneo, parolacce ed esclamazioni, espressioni che non siano mediate da sillogismi o intellettualismi. Questa incapacità è legata sia alla vergogna pungente di mettere a nudo sensazioni forti, di stupore, rabbia, gioia, sia al fatto che quelle emozioni, quando finalmente sono manifestate, vengono prima rielaborate ed espresse attraverso un complesso apparato linguistico che va ben oltre la schietta esclamazione:

so di essere un incapace dell’esclamazione.[…]L’impulso emotivo, in partenza, è autentico, ma al momento di diventare parola si traveste. (p.57)

Sempre nell’intervista sopra citata Vasta dichiara: “Nimbo è moltiplicatore di alfabeti sistematicamente inefficaci. Non gli servono mai a dire quello che gli preme di più di riuscire a dire”.  Si palesa così da un lato il fallimento del linguaggio, come codice comunicativo, dall’altro la difficoltà, per Nimbo, nella comunicazione più genuina e semplice, quella degli affetti.
E’ interessante notare come uno dei capitoli centrali del romanzo, significativamente intitolato Dialoghi (pp. 169-194), contenga quasi esclusivamente dialoghi surreali, fantastici e, in modo diverso, tutti impossibili (Nimbo parla con un piccione preistorico, con una pozzanghera a forma di testa di cavallo, con Crematogastra, domestica che non parla altro che il dialetto). L’autore sembra voler sottolineare così che altro tipo di dialogo (con i genitori per esempio) non è neppure tentato dal giovane protagonista. Egli evita ogni possibile manifestazione di affetto, ogni vera comunicazione. Proprio da questi dialoghi fantastici si evince un’insofferenza o meglio una vera sofferenza verso l’istrionica essenza del linguaggio:

Il linguaggio è un’esistenza immensa […]. Ma ad un certo punto cominci a desiderarne un’altra, di esistenza. Più limitata ma più comprensibile. (p.193)

Il linguaggio si rivela fallimentare perché incapace di dare certezze, perché contenitore infinito e quindi al fine incontrollabile. La rinuncia ad esso coincide con la rinuncia al dolore (p.193) e con la ricerca di “una forma di vita che ci dica chi siamo e chi siamo stati” (p.193, il corsivo è mio).
Il protagonista sperimenta e crea altri codici, linguaggi non verbali, che, tuttavia, si riveleranno esempre più esclusivi, limitanti, ancora una volta incapaci di una comunicazione che arrivi fino in fondo al sentimento, all’emozione immediata. Nimbo e i suoi due piccoli-grandi amici (Scarmiglia e Bocca) inventano l’alfa-muto, un linguaggio fatto di gesti, posture del corpo e movimenti inconsueti, ripresi da personaggi dello spettacolo o della televisione, da fotografie famose e diffuse dai media (come quella del corpo senza vita di Moro). Questo sistema comunicativo può essere compreso e adoperato solo dai tre ragazzini che lo hanno creato. Esso permette una comunicazione rapida ed efficace ma è capace di tradurre solo un numero limitato di parole e concetti. Questo innovativo linguaggio di gesti quindi, volutamente ridicolo e provocatorio, è destinato anch’esso al fallimento perché non consente una piena comunicazione, non permette neppure di chiedere perdono:

Esiliato dal linguaggio, io, il mitopoietico, mi avvicino a Wimbow, vorrei chiederle scusa ma è una parola che nell’alfamuto non c’è (p.276).

L’alfa-muto è un primo tentativo, vano, di andare oltre il linguaggio. Proprio quella capacità di creare miti, frasi e narrazioni, all’inizio del romanzo proposta come carattere positivo ed elettivo (si pensi anche al nome Nimbo, che vuole evocare l’aureola e alludere alla sacralità), si rivela in fine prigione. Il mitopoietico undicenne è padrone del linguaggio ma ne è anche prigioniero e lentamente di questo prende consapevolezza:

Vorrei non dover muovere più un passo[…].Immobile, soltanto sensoriale, riuscire a guarire dall’infezione delle parole. Perché ho capito che mentre il compagno Volo lavorava per diventare prigioniero politico, io ho lavorato per potermi dichiarare, adesso, prigioniero mitopoietico (p.300).

Ciò che comporterà la crisi definitiva dei precedenti codici comunicativi sarà la scoperta di un “legame”, quello che senza un perché razionale e logico lega il protagonista a Wimbow, la bambina muta (p.306). I due personaggi sono profondamente diversi: Nimbo è un “moltiplicatore di alfabeti e di linguaggi”, Wimbow invece, muta, non è capace di pronunciare neanche una parola. Tra essi, in modo sempre più evidente, si stabilisce un’intesa, si creano giochi di sguardi, curiosità reciproche che lasciano intravedere il nascere di un sentimento d’affetto. Nimbo è affascinato dalla capacità di comunicare anche attraverso il silenzio, di farsi comprendere senza l’uso delle parole. Paradossalmente questo mutismo così eloquente spinge il protagonista ad una profonda riflessione e diventa la chiave per tentare una nuova strada, una semplice ed elementare comunicazione che finalmente porti alla scoperta dei sentimenti e del dolore, fin ora sconosciuti (p.262).
“Mi dichiaro prigioniero mitopoietico” affermerà allora, più volte, ancora e ancora, frase graffiata dentro, pronunciata a labbra serrate, pensandola, iterandola nella mente quasi conferendole un valore esorcizzante. Si tratta, come dichiara lo scrittore, di “una dichiarazione contemporaneamente orgogliosa e di fallimento […] Nimbo si permette il lusso di qualcosa che non è linguaggio”(intoscana.it). Infatti egli non lo abbandona ma va’ oltre i suoi limiti, sperimenta una via che è anche pre-linguistica, preistorica forse, immediata, emozionale e assoluta: il pianto.
Finalmente andrà oltre la ragione delle parole:

Ed è solo adesso, quando nella fabbricazione della nostra notte le stelle esplodono nel nero, che alla fine delle parole comincia il pianto (p.311).

Il mitopoietico protagonista riesce a plasmare una nuova accezione di linguaggio, capace di includere anche manifestazioni non linguistiche come i gesti, il pianto.
La poesia di Giorgio Caproni riportata in calce a questo lavoro, Gastronomica, pur se in un contesto diverso e senza alcun legame diretto con il romanzo di Vasta, ci racconta in versi l’essenza multiforme delle parole. Si potrebbe forse tentare di guardare Il tempo materiale attraverso la lente del bel componimento caproniano e dire che tentano di essere “vive” le parole di Nimbo, quelle del suo linguaggio infinito; di essere “ardenti” le parole della sua lotta, della rabbia, delle brigate rosse; e, infine, finiscono con il restare “parole mute/ rimaste fra i denti” quelle mai pronunciate ma piante nel silenzio finale del romanzo.

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