Mag 31

La storia ne “Il tempo materiale”

(di EMANUELA MONTALTO e LUISA COCUZZA)                                                

L’ambientazione storica

Il tempo materiale si snoda lungo il 1978, da gennaio a dicembre. Utilizzando una modalità narrativa di tipo diaristico Vasta, descrive alcuni giorni (3-5) per ogni mese, e per tutto il romanzo fa continui accenni alle vicende che hanno caratterizzato quell’anno. Su una, in particolare, si incardina quella dei giovani protagonisti. Il 1978 è infatti l’anno del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, presidente del partito della Democrazia Cristiana. Questo tragico fatto si inserisce pertanto nel periodo chiamato “gli anni di piombo”. Il termine deriva dal titolo di un film  di Margarethe Von Trotta uscito nel 1981. In Italia per “anni di piombo” si intende il periodo che va dagli anni settanta all’inizio degli anni ottanta, fu caratterizzato da manifestazioni e violenze di piazza, lotta armata e atti di terrorismo. In questo periodo rientrano la strage di piazza Fontana alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Milano, del 12 dicembre 1969 che provocò 16 morti e numerosi feriti, la strage della Loggia a Brescia, del 28 maggio 1974, la strage dell’espresso “Italicus” del 4 agosto del 1974 e quella della stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Sono anni di duri scontri tra le fazioni di destra e sinistra. Molti giovani durante i cortei o le riunioni  vengono uccisi, a volte si tratta di veri e propri agguati, come la vicenda di via Acca Larentia  nel quartiere Tuscolano a Roma, avvenuta il 7 gennaio in cui vennero uccisi tre dei cinque giovani del “Fronte della gioventù”, sorpresi all’uscita dalla sede del partito del “Movimento Sociale Italiano”, l’omicidio venne rivendicato da alcuni militanti di “Lotta continua”. Il romanzo inizia con il racconto dell’8 gennaio: siamo nel giorno successivo a questo omicidio plurimo, Vasta ne parla già nelle prime pagine con un accenno al telegiornale che riporta le immagini cruente di via Acca Larentia. Il sequestro di Aldo Moro avvenne il 16 marzo in via Mario Fani, giorno in cui il governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in parlamento per ottenere la fiducia per la quarta volta. L’auto con il politico venne intercettata e bloccata dalle “Brigate Rosse”, nell’agguato vennero uccisi tre poliziotti di scorta. Le auto vennero bloccate dalla tecnica “a cancelletto” usata dalla “Rote Armee Fraktion” o “banda Baader-Meinhof”, un’organizzazione terroristica operante in Germania. Durante la prigionia, che durò cinquantacinque giorni, Moro venne spostato in diversi luoghi ed appartamenti, tra cui quello di via Gradoli, famoso per la mancata perquisizione, durante un controllo, l’interno in cui era prigioniero Moro non venne perquisito. Dopo una telefonata anonima alla questura il corpo venne ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani. Aldo Moro fu rapito perché le “Brigate Rosse” volevano colpire l’artefice della solidarietà nazionale, ed evitare l’avvicinamento tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano , la cui espressione era il 4° governo Andreotti.  Moro rappresentava il regista di quella fase politica chiamata del “Compromesso Storico”. L’evoluzione politica portò l’esclusione del PCI dal governo mentre la DC di Andreotti rimase saldamente al potere fino al 1992, anno di “Tangentopoli”. Vasta attraverso la televisione, i giornali e i commenti dei genitori dei protagonisti, filtra il periodo di prigionia di Moro, nomina alcuni politici di allora come Zaccagnini, Andreotti, Fanfani, Craxi, quest’ultimo favorevole ad una trattativa con i brigatisti per il rilascio. Cita (pag. 75) inoltre le ultime righe del comunicato n° 9, l’ultimo, in cui i brigatisti annunciano la sentenza di condanna del prigioniero: “Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato”.

I comunicati del NOI e delle BR

Sappiamo che nel romanzo, esiste una stretta corrispondenza tra la scansione strutturale dell’opera ed il passare del tempo. Ad ogni capitolo corrisponde cioè un mese dell’anno 1978. Nel capitolo Fuoco (corrispondente ai fatti avvenuti in ottobre) Nimbo ed i suoi compagni – Raggio e Volo – dopo essersi preparati per tutta l’estate (un allenamento volto a disciplinare corpo e linguaggio), decidono finalmente di passare ai fatti. L’icastico titolo del capitolo ci suggerisce su cosa siano incentrate queste prime mosse. Dopo avere incendiato il cestino della classe e le giacche di tela dei compagni infilate nella cattedra, i tre ragazzi danno fuoco a della gommapiuma in palestra, lasciando per la prima volta il loro messaggio (“BEATO CHI CI CREDE, NOI NO NON CI CREDIAMO”) con la loro firma, “NOI”. Spiega più avanti Nimbo: “NOI è anche l’acronimo di Nucleo Osceno Italiano: nucleo identifica la solidità; osceno è l’unico tempo che abbia senso vivere; italiano è ciò che indigna e ciò in cui siamo immersi”. (pag. 199). L’azione successiva è ancora più grandiosa e spettacolare (il filum delle azioni dei protagonisti segue d’altra parte una sorta di climax ascendente del violento): per giorni i tre ragazzi raccolgono a scuola libri, oggetti, indumenti dei compagni, per bruciarli in un unico grande rogo, una mattina presto a scuola. I ragazzi scrivono per l’occasione un comunicato, di cui per gran parte Nimbo è creatore:

Mi sono messo d’impegno a studiare i comunicati delle BR ­[…] ad analizzarli ancora più approfonditamente di come abbiamo fatto a maggio. Ho cercato di smontarli e rimontarli, di torcere la sintassi e immaginare un altro lessico. Volevo modificarne lo stile, una lingua diversa; tecnica e violenta, sì, ma anche autonoma rispetto a quella delle Brigate Rosse, con un valore esclusivamente nostro. Quando mi rileggo sul giornale mi rendo conto di aver fallito. Mio malgrado sono rimasto imprigionato nella fraseologia che intendevo riformare. (pag. 204)

L’intenzione iniziale del NOI è quella di creare una lingua (e sappiamo quanto i concetti di lingua, linguaggio, mitopoiesi siano importanti nella storia del romanzo e nella poetica di Giorgio Vasta) altra rispetto a quella dei brigatisti. Come per tutta l’estate i tre ragazzi hanno ideato e perfezionato un codice linguistico (e quindi comunicativo), l’alfamuto, che fosse proprio a loro soltanto, così vorrebbero che fosse per la comunicazione scritta: intendono creare un linguaggio in cui rispecchiarsi e identificarsi, giacché anche attraverso la lingua passa il senso d’identità e di appartenenza al gruppo. Nimbo studia i comunicati dei brigatisti – e certamente Vasta, così come prima di lui Leonardo Sciascia, li ha esaminati attentamente – per prenderne le distanze, anche se poi al suo personaggio, come abbiamo appena visto, il tentativo non riesce.

Pertanto può essere utile confrontare brevemente la lingua del NOI e delle BR, facendo riferimento puntuale a quell’ultimo comunicato, il numero 9, citato proprio da Vasta riguardante il momento della condanna a morte di Aldo Moro. Il NOI si dichiara idealmente legato alle Brigate Rosse (pag. 204):

Prima di tutto deve essere chiaro che il nostro nucleo è connesso, non per filiazione diretta bensì per ispirazione politico-libertaria, a chi già da tempo sta portando avanti una campagna di lotta organizzata contro i gangli dello Stato Borghese, vale a dire quelle Brigate Rosse delle quali noi siamo dunque articolazione.

Il tono dei comunicati di entrambi i gruppi è forte, la lingua e la sintassi sono proprie di persone colte, istruite (abbiamo visto che quella di Nimbo e dei suoi compagni non può essere la lingua di tre undicenni, ma è la lingua dell’intellettuale Vasta).

Anche i brigatisti, così come il NOI, parlano al plurale:

A parole non abbiamo più niente da dire alla DC, al suo governo e ai complici che lo sostengono. L’unico linguaggio che i servi dell’imperialismo hanno dimostrato di saper intendere è quello delle armi, ed è con questo che il proletariato sta imparando a parlare.” (comunicato N°9).

La nostra costitutiva inesistenza ci rende tanto insospettabili quanto pressoché invisibili a qualsiasi indagine lo Stato voglia tentare. […] Costretti da risibili ragioni anagrafiche a un ruolo sociale subordinato, reagiamo costruendo la distruzione del sistema medesimo. (pag. 205).

Il tono, come si evince, è polemico e indignato, ma anche programmatico; e non potrebbe essere altrimenti, considerato che è attraverso i comunicati che le cellule terroristiche rendono pubblicamente noto il loro programma e l’ideale ad esso sotteso. Scrivevano i brigatisti:

Va detto chiaro che il gran parlare del suo segretario Craxi è solo apparenza perché non affronta il problema reale: lo scambio dei prigionieri. I suoi fumosi riferimenti alle carceri speciali, alle condizioni disumane dei prigionieri politici sequestrati nei campi di concentramento, denunciano ciò che prima ha sempre spudoratamente negato; e cioé che questi infami luoghi di annientamento esistono, e che sono stati istituiti anche con il contributo e la collaborazione del suo partito. Anzi i “miglioramenti” che il segretario del PSI come un illusionista cerca di far intravedere, provengono dal cappello di quel manipolo di squallidi “esperti” che ha riunito intorno a sé, e che sono (e la cosa se per i proletari detenuti non fosse tragica sarebbe a dir poco ridicola) gli stessi che i carceri speciali li hanno pensati, progettati e realizzati. Combattere per la distruzione delle carceri e per la liberazione dei prigionieri comunisti, è la nostra parola d’ordine e ci affianchiamo alla lotta che i compagni e il proletariato detenuto sta conducendo all’interno dei lager dove sono sequestrati e lo faremo non solo idealmente ma con tutta la nostra volontà militante e la nostra capacità combattente.

Vasta fa scrivere ai suoi protagonisti del Tempo materiale (in un comunicato che fa in primo luogo riferimento alla palestra della scuola):

Pretendiamo dunque che […] detta discarica non venga mai più utilizzata a tali scopi. Il rogo scolastico da noi messo in scena vuole così rappresentare al contempo la distruzione di una struttura, quella scolastica, già in sé fatiscente (basti pensare alla semplicità con la quale abbiamo potuto asportare parti teoricamente statiche della struttura medesima e portarcele via), e la distruzione di un luogo, l’ignobile discarica, che è vergogna e oltraggio a qualsiasi concezione scolastica possa venire in mente. (pag. 206)

L’obiettivo ultimo è quello di costruire un’unica organizzazione politica e armata che preveda il coinvolgimento della società a tutti i suoi livelli. (pag. 205)

Così Nimbo e i suoi amici fanno proprie le tecniche di comunicazione delle Brigate Rosse:

PORTARE L’ATTACCO ALLO STATO IMPERIALISTA DELLE MULTINAZIONALI! ATTACCARE LIQUIDARE DISPERDERE LA DC ASSE PORTANTE DELLA CONTRORIVOLUZIONE IMPERIALISTA! RIUNIFICARE IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO COSTRUENDO IL PARTITO COMUNISTA COMBATTENTE!”.

Alla sua maniera anche il comunicato dell’incendio scolastico del NOI si conclude con tre slogan, espediente che si rivela molto simile a quell’altro nella forma: “PORTARE L’ATTACCO ALLA SCUOLA IMPERIALISTA. DISARTICOLARE LE STRUTTURE E I PROGETTI DEI SERVI DEL PROFITTO. BEATO CHI CI CREDE, NOI NO NON CI CREDIAMO.” (pag. 206) 

Giorgio Vasta si serve dunque di alcuni avvenimenti storici per narrare  e rendere credibili le vicende dei protagonisti. Il 1978 è anche l’anno dei mondiali di calcio disputati in Argentina dall’ 1° al 25 giugno. Anche questo evento è citato nel romanzo: esso ispira di Nimbo e i suoi compagni, che al termine delle partite si recano alla villetta sotto casa per simulare alla perfezione le azioni più significative delle partite appena viste. Questo “allenamento” eseguito fino allo sfinimento deve servire per temprare il corpo e la mente alla sottomissione e all’imitazione. La finale viene giocata a Buenos Aires tra  l’Olanda e l’Argentina che vince il suo primo titolo mondiale, mentre l’Italia, che si classificò quarta dopo il Brasile, é quella del commissario tecnico Enzo Bearzot con in campo Zoff, Scirea, Tardelli, Bettega, Causio, Rossi, Cabrini. La mascotte si chiama “Gauchito”, è un ragazzo (un gaucho) che calcia un pallone con indosso la maglia dell’Argentina, un cappello con la scritta “ARGENTINA 78″, un fazzoletto al collo e una frusta nella mano destra.

L’ambientazione degli anni Settanta è inoltre segnalata nella presenza della canzone di Laura Luca “Domani domani”, dal disco Solo un’emozione e dalla descrizione della spiaggia di Mondello costellata di Espadrillas. Si tratta di calzature di tela con suole di farro, canapa o iuta, molto in voga negli anni settanta ed utilizzate in Spagna, Francia e in diverse aree dell’America latina. Queste calzature estive le ritroviamo anche indosso ad alcuni amici di una cugina di Nimbo, ragazzi appassionati di film di impronta comunista o indipendenti, come Coatti del 1977 del regista ed attore greco Stavros Tornes, che ebbe un grosso favore di pubblico al festival di Toulon-Hyerese, e Una moglie del 1978 del regista americano John Cassavetes, con Gena Rowlands, che ricevette due nomination agli Oscar, come il miglior regista e la migliore attrice, ottenendo anche un buon successo di pubblico e critica.

Un’auto molto venduta negli anni settanta è la SIMCA, dall’acronimo francese Société Industrielle de Mécanique et Carrosserie Automobile, della casa automobilistica e motociclistica fondata a Nanterre nel 1935 da Enrico Teodoro Pigozzi, e definitivamente dismessa nel 1990. Nel romanzo è l’automobile del preside della scuola, che Nimbo e i suoi compagni decidono di incendiare, causando anche dei feriti tra alcuni ragazzi che si trovavano a passare dal luogo dell’esplosione.

Il 1978 è in questo secolo, l’ultimo anno lunare con tredici lunazioni, ce ne sono sei per ogni secolo, dice. Anche meno. Tredici lune significa instabilità emotiva, collasso del pensiero. La sensibilità umana viene devastata: le percezioni diventano visioni, i presentimenti incubi. (pag. 260)

Queste invece sono le parole dell’annunciatrice  dell’ Almanacco del giorno dopo mentre scorrono le immagini di uomini mostruosi: per Nimbo il televisore diventa seicentesco e il suono del carillon suscita l’idea del diavolo al lavoro. L’Almanacco del giorno dopo è stata una rubrica a cura del TG1, trasmessa dal 1976 al 1992. All’inizio, nel 1976 le stampe erano in bianco e nero, divenendo a colori nel febbraio 1977. La trasmissione andava in onda alle 19.45 indicando l’orario in cui il sole sarebbe sorto e tramontato, e quando la luna si sarebbe levata e sarebbe calata il giorno successivo. Seguiva una breve biografia del Santo del giorno, e la rubrica Domani avvenne, con filmati storici, dedicati a un fatto del giorno.

Il romanzo si conclude con la data del 21 dicembre. E’ il giorno in cui Nimbo compie 12 anni, nel romanzo coincide con il giorno in cui la sonda sovietica “Venera 11”, partita il 14 settembre, atterra sul suolo venusiano, ma in realtà la sonda, divisa in due parti (orbiter e lander) atterra il 25 dicembre, per studiarne la stratigrafia chimica dell’atmosfera, la natura delle nuvole e il bilancio termico dell’aria.  Per Nimbo questa operazione spaziale non è uno studio su Venere, ma ha il vero fine di osservare la Terra da lontano, o meglio l’Italia e in particolare Palermo, e Nimbo con il suo corpo inadatto e fuori luogo è la sonda adatta ad accumulare dati ed informazioni, attraverso le sue percezioni, per questo “carotaggio”.

Conclusioni

Abbiamo atteso d’incontrare l’Autore per concludere questo lavoro. Rispondendo a una domanda sul valore della scelta dell’ambientazione storica del romanzo, Vasta ha spiegato che sente un legame forte tra quest’ultima e il protagonista: perché a undici anni si cambia nel fisico, nel biologico, nelle proprie percezioni e conoscenze; riguardo poi al tempo storico del romanzo, esso è ugualmente catastrofico e cataclismatico. L’età dei ragazzi è “un evento catastrofico, un passaggio di stato e di tensioni molecolari disciolte nell’aria”; sia le metamorfosi di Nimbo che le tensioni storiche acquistano dunque tangibilità e materialità.

Tra le letture determinanti per Il tempo materiale Vasta annovera L’affaire Moro, in cui Leonardo Sciascia mostra prontezza di riflessi – scrivendo praticamente in tempo reale – e scardinando così quell’idea secondo cui solo a posteriori la storia viene lucidamente esaminata. Sciascia analizzò la lingua dell’uomo (mettendo in crisi l’idea dello statista Moro) e delle BR; come lui, anche Vasta ha studiato i comunicati dei brigatisti, rimanendo affascinato dalla loro fraseologia e retorica, perciò li ha riprodotti nel suo romanzo. Quello che lo ha sedotto tuttavia è – non ce lo aspettavamo – la tensione autodistruttiva di tale lingua: che non ha alcuna credibilità né solidità (strutturale o effettuale) e che alla fine si è rivelata un fallimento.

Ambientando il suo romanzo nella città che conosce meglio, Palermo, che certamente fu un luogo periferico rispetto alla storia della lotta armata di quegli anni, Vasta ha voluto spingere i tre giovanissimi fondatori del NOI ad una doppia periferia, geografica e anagrafica, per potenziarne lo slancio – antitetico – verso il centro.

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