Mag 29

Aborto e maternità ne “Il tempo materiale”

(di ALESSIA D’ANNIBALE)

Nimbo, il protagonista del romanzo, fin dalla prima pagina presenta in maniera indiretta i personaggi che compariranno. La prima figura che introduce è la madre o meglio Lo Spago, nomignolo che lui le dà e che non ci fa intendere fin da subito la sua vera identità. Infatti solo alcuni indizi (il pronome “la”, gli ammonimenti sull’infezione e la casa) ci porteranno a comprendere lo strano sistema dei personaggi che Vasta ha creato. Fin dall’inizio del romanzo la madre viene rappresentata di spalle: “mentre lei è di spalle tocco l’inferriata con la lingua”, e questo motivo ritornerà nel resto delle pagine; questa immagine ci fa subito intendere il distacco che vi è tra madre e figlio e che il protagonista spiegherà in maniera implicita nel corso degli avvenimenti. Questo distacco sarà pian piano spiegato con la descrizione dell’episodio dell’aborto dello Spago, tema che ripercorrerà tutto il romanzo come un filo rosso, ricollegandosi al continuo ripetersi del nodo vita-morte.

Il tema della morte è strettamente legato alla maternità, poiché l’aborto che la madre ha subito è come se rappresentasse per Nimbo la proliferazione di un’infezione interna, un’infezione che la madre cerca continuamente di evitare al figlio, rimproverandolo spesso di non toccare degli oggetti sporchi e a proposito di ciò non è un caso che poco dopo egli dica: “Lo Spago è allergica a se stessa, al suo respiro. Al fatto di essere al mondo. Di vivere con me, con la Pietra e col Cotone. La stessa malattia che a forza di difendersene mi ha trasmesso.” Il distacco nei confronti della madre e quindi della sua famiglia è possibile notarlo durante il viaggio in treno, dove Nimbo finge che due estranei, più simili a lui, siano la sua “nuova famiglia” (invece “Lo Spago, la Pietra e il Cotone lontanissimi” davanti a lui), un altro luogo esemplare è anche nel capitolo “Comunicare” (non a caso), in cui Lo Spago lo guarda delusa “come sempre, anche se in questi giorni fa quella che percepisce il dolore fisico e lo cura, senza rendersi conto che mi innervosisce. Perché è vero che lo alimento, questo suo impulso ad accudire, con pose da convalescente delicato che su un colpetto di tosse edifica castelli di agonie, ma è anche vero che non sono capace di considerarlo naturale. Dunque lo rifiuto, cerco di espellerlo. Lei se ne rende conto e si allontana […] l’impotenza degli affetti che si spegne brulicando”. Da questo brano si evince il distacco e l’impossibilità del comunicare tra madre, presa dalle sue ansie, e figlio che non riesce a sopportare l’impulso della madre ad “inoculare la paura in tutto”. Anche l’invenzione dell’alfamuto e la sua esibizione in spiaggia non solo non vengono intesi dalla madre ma le recano imbarazzo, un imbarazzo che non si ferma soltanto alla spiaggia, ma che continua anche all’interno delle mura domestiche: “Tornando a casa lo Spago mi si era avvicinata nervosa […] aveva cercato di toccarmi la testa e le spalle e io mi ero scostato.”

Non a caso proprio a metà del libro, comincia il racconto dell’aborto, a cui Nimbo ha voluto assistere contro il volere dei genitori; la visione di madri sui letti dell’ospedale, che si toccavano il ventre e l’ombelico, che con il loro passo lento sembravano “elefanti sonnambuli”, viene descritta con grande puntualità, ma la descrizione più drammatica è quella della madre che esce dalla stanza, imbottita di medicinali e in lacrime, lacrime che erano accompagnate da gesti che allontanavano il figlio: “mi faceva cenno con la mano aperta spingendomi l’aria contro”.

Questa descrizione-rivelazione sembra aver colpito di più il fratello, il Cotone, che dopo aver appreso la notizia dalla madre stessa non si separa più da un panino che decide di tenere “in vita” ponendolo anche in frigo con la speranza che non marcisca come un corpo in decomposizione che egli aveva disegnato su un foglio “immerso in una specie di acqua sporca che aveva cercato di rendere mescolando il nero al giallo al grigio.” Ma ancora più significativo appare il disegno della sua famiglia, poiché accanto ai genitori e al fratello disegna il corpicino del neonato dentro un barattolo contenente liquido: “non aveva disegnato un neonato; aveva disegnato un feto, la forma di quello che non aveva compreso.” La presenza del barattolo si ripresenterà più avanti: “nel barattolo c’è un neonato microscopico, il figlio che mi manca, rannicchiato contro le pareti di vetro appannate dal respiro, l’aria che secondo dopo l’altro si consuma, e io devo fare fretta e liberarlo”.

Malgrado questa descrizione, che riempie diverse pagine, possa far credere che il Cotone sia il figlio rimasto più scosso dalla perdita della madre, in realtà attraverso i piccoli messaggi sulla morte, sul distacco dai genitori e la difficoltà nel comunicare con essi si può intuire che è proprio Nimbo quello che ne rimane più segnato. Infatti l’episodio del Cotone si riassume in poche pagine, mentre gli indizi dello choc del protagonista sono presenti in tutto il racconto, talvolta in maniera celata e inconsapevole. Ad esempio nel capitolo Dialoghi parlando con un piccione sente un odore che paragona al liquido amniotico disseccato: “odore di citoplasma e di agonia. Di secrezioni vecchie . Di ammoniaca.”e continua confessando all’animale. “voglio un figlio” e sarà proprio questa esclamazione che riceverà una risposta nel successivo dialogo con un gatto il quale gli dirà: “sei incinta”(precisamente nel momento in cui sequestra Morana). In un brano seguente,invece , si chiarisce il motivo per cui Nimbo finga di avere dei continui spasmi, che si presentano fin dall’inizio del libro: anche questi, infatti, sono legati all’esperienza materna: “alla somiglianza di quegli spasmi con quelli di una madre quando partorisce, di un figlio quando nasce.”

Il culmine di queste metafore è il momento del sequestro di Morana; da subito troviamo la descrizione del rifugio in cui il compagno sarà recluso, esso è circondato da contenitori di uova, (simbolo di nascita) la cui presenza non è casuale, tanto che verranno ripresi nel dialogo con il gatto: “hai un ventre fuori dal corpo, continua. Un’incubatrice per i prematuri. Cemento e poi legno. E i contenitori delle uova . Chissà dove sono finite, tutte quelle uova.[…] la gestazione procede: il bambino dorme, si sporca e aspetta di nascere.”

La presenza di Morana nel covo rappresenta quindi, in maniera simbolica, la gestazione di un feto nell’utero materno, un utero vivo che può generare la morte e nel momento in cui Morana esala l’ultimi respiro ecco che torna l’allusione al parto: “chiusi nel nodo coviamo un morto . un morto semplice. Il morto semplice . Non lo coviamo, lo partoriamo: il corpo morto di Morana viene fuori dai nostri corpi vivi.” Ecco dunque la morte dalla vita, esattamente come avviene nel ventre di una madre nel momento in cui ha un aborto spontaneo (questo concetto di morte nata dalla vita viene ripreso nel capitolo successivo con le frase: “la vita che inventa la morte”) Subito dopo questo tragico avvenimento, non sono descritte né sensazioni né paure ma viene riportato un sogno di Nimbo in cui la madre gli faceva compiere dei gesti dell’alfamuto che lui cerca di decifrare ma senza comprenderli.

I riferimenti all’aborto materno si fermano alla morte di Morana, ma l’ultima immagine della madre riprende una di quelle iniziali, essa è di spalle ed è così che realmente rimarrà, perché malgrado tutti i loro sforzi, i genitori di Nimbo non riusciranno mai a comprendere loro figlio. Questo incomunicabilità è sintetizzata dalla frase che la madre pronuncia alla fine del libro: “Ci sono ancora delle cose che non sai, evidentemente”. Questa affermazione suona crudelmente ironica: in realtà è Lo Spago che non sa niente di tutte le vicende che il figlio ha vissuto e ha raccontato. Nella sua vita lei non ha svolto altro che un ruolo marginale.

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