Mag 28

Le figure parentali ne “Il tempo materiale”

(di VIVIANA TOSTO)

Nel romanzo Il tempo materiale dell’autore palermitano Giorgio Vasta le figure parentali sono in gran parte in ombra nell’intricata e tragica vicenda che vede protagonista Nimbo, un ragazzino di appena undici anni, artefice, insieme a due compagni di scuola, Volo e Bocca, di un’esperienza complessa ed adulta. Nimbo fin dalle prime pagine del romanzo viene descritto come un preadolescente atipico, per niente votato al gioco, al dialogo o voglioso di affetto, bensì precoce, impaziente, ferino; è, per dirla con Vasta, (p. 24)

Il contesto socio-familiare nel quale si plasma Nimbo, “terrorista” in erba, è tuttavia ben distante dall’ambiente ideologizzato, estremista e/o violento che il lettore potrebbe attendersi visto il comportamento del protagonista e dei suoi amici; si tratta di un ambiente piccolo-borghese, dominato da , conformista, ingrigito da una quotidianità le cui ore sono scandite dal ritmo e dalle voci delle trasmissioni televisive. La famiglia è composta da entrambi i genitori ed un fratello di quattro anni più piccolo; i nomi reali, tanto dei genitori quanto del bambino, il lettore non li apprenderà mai. Spago, Pietra e Cotone: sono questi gli pseudonimi con cui il protagonista, che nel romanzo narra in prima persona, si riferisce rispettivamente alla madre, al padre e al fratellino. Non si tratta di nomignoli casuali. Nel corso infatti di un’ intervista rilasciata alla trasmissione Fahrenheit di Radiotre Vasta spiega:

I nomi vorrebbero corrispondere non tanto a dei soprannomi quanto a qualcosa che appartiene alla voce narrante, al protagonista che è una specie di macchina percettiva; tutto quello di cui fa esperienza ha a che fare direttamente con la sensorialità e quindi se la madre è lo Spago e il padre è la Pietra, questo ha a che fare con la percezione che il protagonista ha di queste figure parentali.
(3 dicembre 2008)

La figura materna è presente fin dalle prime pagine del romanzo, quando Nimbo si dice in compagnia dello Spago per portare da mangiare in fondo al giardino di fronte casa ai gatti randagi; di lei dice:

Periodicamente, soprattutto in estate, lo Spago ha l’orticaria. Soffre di orticaria. […] Lo Spago è allergica a se stessa, al suo respiro. Al fatto di essere al mondo. Di vivere con me, con la Pietra e col Cotone. La stessa malattia che a forza di difendersene mi ha trasmesso. (p. 19)

È una donna sofferente, infelice dunque? Proseguendo con la lettura del romanzo si scoprirà che ha vissuto l’esperienza terribile dell’aborto ed è insito in lei uno stato di tristezza misto ad insoddisfazione che la rende una madre sì presente ma in modo non pieno; è una sorta di presenza assente per Nimbo che non ha mai parole di affetto per lei, al più di pietà e sofferta compassione (p. 296).
Non mancano poi le parole d’accusa a questa madre, forse troppo intenta a leccare le proprie ferite e a lenire quella sua forma di allergia , per dirla con Nimbo. Queste accuse, di certo non insistite o al centro di un aperto scontro verbale, fanno tuttavia cogliere una sorda richiesta di aiuto del figlio, ragazzino disadattato e bisognoso di dialogo, spiegazioni, risposte e abbracci. Nimbo invece riferisce che:

[…] lo Spago è riuscita a inoculare in me la paura di tutto, partendo da un’idea di educazione come immobilità e scomparsa. Giocare con la sabbia senza muovere la sabbia; se hai mangiato, niente bagno prima di quattro ore; non disturbare, non respirare, ma non permetterti di morire. La vergogna di essere vivi. Limitarsi a immaginare il gioco, a supporre di nuotare. Madri che allevano figli fobici e immaginifici. La trasmissione madri laterale delle paure.>> (p. 138)

Si tratta di paure, barriere innalzate con la forza delle negazioni e dei rimproveri a cui da subito Nimbo dimostra di reagire seppur di nascosto mostrandosi apparentemente ubbidiente ma manifestando, nel proprio essere un disadattato, un forte bisogno di essere percepito. Basti pensare a quando lo Spago in giardino gli fa segno di non toccare nulla e andare via ma Nimbo, senza farsi vedere, prende il filo spinato e tormenta lo ; analogo l’episodio nel quale durante la gita in campagna fuori Palermo, approfittando della disattenzione dei genitori e disubbidendo al divieto dello Spago di non toccare nulla, prende due frammenti di filo spinato arrugginito e li nasconde in tasca o, ancora, si pensi a quando Nimbo manifesta in spiaggia il proprio disagio scalciando e rotolandosi convulsamente sulla sabbia mettendo in forte imbarazzo la madre assorta nella sua lettura. Non vi è un dialogo costruttivo con lo Spago ed è emblematico in tal senso l’episodio nel quale la madre di spalle (posizione con la quale viene spesso ricordata da Nimbo, quasi a voler sottolineare la sua disattenta distanza) sta pulendo la gabbia del canarino e gli chiede impazientemente di passarle il panìco, senza preoccuparsi del fatto che il ragazzino non sa che è cosi che si chiama il cereale che fa da cibo per i volatili in gabbia, e soprattutto si ricorda in ritardo del compleanno del figlio.
Non è più schietto e costruttivo il rapporto con la Pietra, il padre. Questi emerge come una figura poco presente e anche quando lo è si rivela sordo al grido di ribellione del figlio; la Pietra, ad esempio, è addetta alla lettura della Bibbia:

La pietra ci legge la Bibbia da prima che imparassimo a leggere da soli. Non lo fa per fede, neppure come integrazione al catechismo o per un generico rispetto al testo sacro. Lo fa per abitudine. Per non sprecare. Per la serena forza d’inerzia che governa la nostra vita familiare. >> (pp. 12-3)

È proprio durante una delle consuete letture paterne del Testo Sacro che Nimbo, al culmine di una condizione di disagio e saturazione, trabocca in un moto di protesta che si palesa in un improvviso “no” che interrompe la lettura della Pietra: (p. 15) Il padre distrattamente chiede spiegazioni e si accontenta della più ovvia: e riprende la disattenta e sommessa lettura per poi consumare un altro gesto rituale, fumare una sigaretta.

Degno di nota è un altro episodio nel quale si palesa una chiusura al dialogo da parte dello stesso Nimbo che non vede in entrambi i genitori delle persone con cui potersi confrontare e alle quali poter raccontare l’esperienza eccitante e al contempo drammatica che sta vivendo. Ed emblematica è la sua risposta interiore alla domanda paterna:

[…] certo, voglio parlare, io voglio parlare sempre, per sempre, perché parlando fabbrico qualcosa ma soprattutto perché parlando impedisco qualcosa. Il problema è l’interlocutore. Io con te, con voi, non voglio parlare. >> (pp. 253-4)

Nimbo non vuol parlare con i propri genitori, non racconta niente, mai un accenno alla vicenda che lo vede coinvolto in prima persona; non capirebbero e, dice il protagonista, non capiranno neanche quando la polizia riferirà loro i crimini del figlio: (p. 303). Il proprio nucleo familiare del resto costituisce agli occhi di Nimbo un microcosmo di ciò che vuol combattere, rappresenta la Palermo, l’Italia rinunciataria, attendista, anacronistica ed << una massa infinita di scialli, di centrini, gli ornamenti di vetro opaco, gli specchi d’ armadio chiazzati. >> (p. 154)
Lo Spago e la Pietra sembrano dunque non essere in grado di offrire al ragazzino le risposte al disagio vissuto e non a caso all’ennesimo rimprovero ad opera dei genitori per una delle sue azioni violente Nimbo non reagisce:

Resto zitto, punibile e indifferente […] la Pietra e lo Spago […] assumono la forma di un sinedrio. Mi processano […] vado a sedermi sul buttatoio e sprofondo nella miseria familiare: dopo due ore vengo congedato, il sinedrio continua il suo lavoro a porte chiuse. (p. 191)

In realtà tale ubbidienza e remissività altro non sono che una forma di autistico distacco; Nimbo ormai ritiene estranei i genitori e dietro il suo silenzio matura una sorda avversione a tutto ciò che lo circonda, come ben si evince da questa sorta di confessione-sfogo:

La mattina andiamo al mare. Lo Spago il cotone ed io; la Pietra arriva dopo col giornale. Questo indistruttibile assetto familiare vetero-borghese mi avvilisce. La tradizione che ignara di se stessa consolida forme e procedure definendo le più intime drammaturgie del tinello, i posti a tavola, le posture, il ritmo del passo per strada quando il pomeriggio del sabato si compra. I parameri, i paramenti e i paraventi […] (p. 115).

Circa il ruolo giocato dalla famiglia nel suo romanzo Vasta, nel corso dell’intervista precedentemente menzionata, spiega:

L’idea era non tanto quella di realizzare uno scollamento quanto di raccontare una famiglia neutra, una famiglia che non avesse caratteristiche né positive né negative; qualcuno, ed è assolutamente legittimo, legge il romanzo immaginando che il comportamento di questi personaggi abbia a che fare con una sorta di famiglia degradata, inaffettiva; ripeto è legittima metterla in questi termini da parte mia l’intenzione era invece quella di non immaginare la famiglia come agente, come qualcosa che produce delle conseguenze in modo tale che il legame con il male che i protagonisti stabiliscono nel corso del romanzo fosse per certi versi deliberato, non giustificato da un problema di ordine familiare.

Queste parole dell’autore sembrano deresponsabilizzare i genitori rispetto al fare, o meglio, alla tendenza distruttiva di Nimbo, ma dall’analisi delle figure parentali di questo romanzo sembra che la famiglia esca sconfitta e che venga svuotata della sua funzione socio-formativa. A ben guardare emerge, dunque, tra i molteplici messaggi insiti nel testo, un implicito atto d’accusa da parte dell’autore verso un tipo di famiglia non in grado di assolvere al primario compito di educare alla non violenza.

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