Mag 24

“Spaesamento” di Giorgio Vasta

(di VINCENZA D’AGATI)

L’impulso iniziale che spinge il protagonista di Spaesamento verso la sua città natia, Palermo, è quello di operare una rigorosa perlustrazione della realtà attraverso un suo costante “carotaggio”, condotto con ostinazione e con un piglio, verrebbe da dire, quasi da positivista. E questo ritorno in Sicilia, se non propriamente mosso da astratti furori, è tuttavia associato ad un indefinito coacervo emotivo riconducibile ad un’imprecisata e sinestetica “rabbia bianca” (p. 4) ed è, soprattutto, preceduto da mesi di “esacerbazione e smaltimento” dinanzi all’imperscrutabilità della realtà italiana. L’ardito tentativo di cognizione della totalità per mezzo del campionamento delle unità minori, le “carote”, di volta in volta prelevate e isolate e osservate, prende casualmente le mosse dalla visione di un documentario di argomento geologico e si tramuta poi in un’estenuante smania gnoseologica, portata avanti con apparente distacco scientifico, intorno ai fenomeni sociologici, politici – o per meglio dire antropologici – della realtà odierna.

L’analisi induttiva viene effettuata a Palermo nell’arco di tre giorni, durante i quali si snodano ben tre unità narrative, e si prefigge l’obiettivo di “descrivere la forma di questo spaesamento” (p. 9). E ben presto lo “spaesamento” che dà titolo al romanzo si impone come l’ossessivo Leitmotiv dell’intera narrazione, ripresentandosi in vario modo attraverso delle varianti sinonimiche – come il “disorientamento” e lo “stordimento” – e potenziando progressivamente il proprio raggio d’azione, dalla condizione esistenziale del protagonista ad un più diffuso “umano naturale spaesamento” (p. 92), per arrivare finanche allo smarrimento di un’intera nazione, fino cioè allo “spaesamento italiano” (p. 114), già presente in nuce nel disfacimento palermitano. Ma si tratta pure dello “spaesamento” che avvolge i lettori, costantemente disorientati da una materia composita, raccontata attraverso un genere letterario tendente all’ibridazione, dove i confini tra la dimensione reale e quella onirica, tra i fatti e le allucinazioni, appaiono sfumati e talvolta del tutto assenti.

Il carotaggio prevede l’assoluta casualità del campione analizzato e viene messo in atto in una Palermo di fine estate, arsa, straniata e straripante di immagini mortuarie e di sfumature cromatiche dalle tinte forti, dove la luce e il buio sono ambedue accecanti. È in questa Palermo degradata, divenuta ormai metafora dell’Italia intera, che il protagonista si aggira, spaesato e assetato, tra la spiaggia di Mondello, via Libertà, piazza Politeama, i bar del centro ormai irrimediabilmente stravolti dalla “ruspa della semplificazione” (p. 30), dove il barista, “neorealista e terrestre”, simile ad un pasoliniano personaggio di Uccellacci e uccellini (e l’esplicito riferimento al casarsese non è, in un libro come questo, certamente fortuito), è stato soppiantato dal barman, “un supereroe della postmodernità” (p. 32).

In questo esame autoptico della “tempesta neurovegetativa” nella quale è sprofondata l’Italia, assai frequenti sono gli incontri con dei personaggi, privi di nomi propri e di identità ben definite, che assurgono ad emblemi della società dei nostri tempi: la “donna cosmetica”, una creatura sensuale e magnetica ma al tempo stesso evanescente, dalla corporalità funerea e prossima all’ineluttabile “sbriciolamento cellulare” (p. 17), ma ciononostante impegnata in un’epica resistenza ad oltranza; gli emo di piazza Politeama, illusoriamente capaci di far riaffiorare alla memoria le gesta stellari di Capitan Harlock ma anch’essi vacui e ben lontani da ogni barlume di eroismo; e soprattutto i bambini, quasi fratelli dei giovani protagonisti de Il tempo materiale, quotidianamente dediti ad un ludico ed ineliminabile esercizio della violenza.

Tuttavia, oltre che nei personaggi emblematici, il disfacimento in atto trova delle ulteriori e più concrete manifestazioni in alcuni inquietanti correlativi oggettivi. Ne sono prova, ad esempio, la rottura del ventilatore “frulla tempo”, l’insufficienza dell’illuminazione stradale (causa principale dell’aspetto cimiteriale della città e della nictalopia dei suoi abitanti), lo stato di abbandono del cimitero, l’arsura dilaniante accompagnata da un’estenuante ricerca dell’acqua, la strage delle palme divorate lentamente dal punteruolo rosso e finanche i resti di una lumaca uccisa dai bambini. Non a caso, la vista di questa creatura massacrata, con il suo “miscuglio di guscio e corpo molle”, è all’origine di una riflessione, antropologica e ontologica, sull’essenza stessa e la complessa fenomenologia del male:

Accanto al residuo di lumaca che risplende nel sole. Sto fermo a respirare, le spalle all’acqua, per qualche minuto, il tempo di riprendermi. Respiro, mi guardo intorno e so che il pensiero sociologico non basta, la psicologia non basta; qui serve l’antropologia, serve l’ontologia. Il male è possibile, è sempre possibile, anche senza cattiveria, e può essere leggerissimo, persino inconsistente. Infantile, feroce. Limpido e gioioso. Mite. Il male è nel mucchietto di piccola massa viscerale e carbonato di calcio mescolati qui accanto a me, in qualcosa che era un piccolo bene coriaceo e vulnerabile, ignaro di se stesso, e che adesso è materia organica altrettanto ignara di se stessa.(p. 79)

Tuttavia, già nelle pagine precedenti, la minuziosa ricerca eziologica delle origini del mutamento antropologico si è notevolmente arricchita per la comparsa di “una singola infinita parola: BERLUSCONI”, stagliatasi in modo monumentale nella spiaggia di Mondello per poi primeggiare ossessivamente nel corso della seconda parte del romanzo:

[…] non c’è altro che Berlusconi; al limite alcune variazioni sul tema ma tutto parte da Berlusconi e tutto torna a Berlusconi, la parvenza incorporea capace di appagare l’istintivo ferocissimo panteismo nazionale assumendo ogni forma desiderata o detestata – e così il nome Berlusconi trascende se stesso, e la contingenza storica, ed entra nel mito. (p. 57)

Sin da questa sua prima apparizione il nome di Berlusconi si impone come la “parola-totem”, la “parola-mania”, “la parola magica”, la “sintesi”, il “marchio registrato” dell’Italia intera. E Berlusconi – con le sue imprese,  le intercettazioni, “la propria vita genitale in primo piano” (p. 89) – permea i discorsi, i gesti, i mores dell’ultima parte del romanzo.

A conclusione di tale percorso, sul finire della terza giornata, la componente mitica e allegorica che serpeggia sin dalle prime pagine trova una parossistica manifestazione nella scena visionaria dell’incontro con tutti i personaggi, depositari adesso di una lucida verità che viene rivelata anche al protagonista. Durante tale rivelazione la feroce distruzione delle palme si carica di un significato ulteriore, lì dove “il problema dello smaltimento delle scorie […] è un problema parallelo a quello dello smaltimento del linguaggio, dello smaltimento delle storie” (p. 109 – il corsivo è mio).

Infine l’Epilogo, contrariamente alle nostre più pessimistiche attese, è tutt’altro che tragico: l’impulso scientifico delle pagine iniziali ritorna con caparbietà in quell’eroico tentativo di esaminare, sperimentare, tentare di riparare – attraverso lo studio e l’assemblaggio delle singole componenti – il ventilatore “frulla tempo” della propria stanza. E circolarmente ricompare anche la “rabbia” dell’incipit, pur nella nuova e propositiva consapevolezza che “questa rabbia deve essere feconda e generare un’intelligenza utile e una fiducia incoerente e infondata, una fiducia calma e trasparente, qui, nel cosciente disincanto”.

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