Apr 26

“Oltre Babilonia”, verso il sole: il sogno di Igiaba Scego

(di DONATELLA LA MONACA)

Noi parliamo la lingua della frontiera, quella degli attraversamenti continui. Quante lingue ci sono dentro di noi? Tu lo sai, figlia mia? Io lo intuisco, e non so dire di quante lingue siamo fatte. In noi c’è sicuro l’ancestrale lingua india, la lingua di Coatlalopeuh. Della fertilità. Poi c’è la lingua della storia, lo spagnolo esportato col sangue e con l’inganno. Ma nella nostra bocca è cambiato, lo sento, si è ingentilito, si è innervato di noi. Non è più la lingua arrotolata dalle consonanti compatte dell’inizio del mondo. Diventa aria e stelle, diventa sole e luna. Si fa carne. Si fa viva. Diventa altro, una lingua segreta che si parla da bambini, una lingua per comunicare con gli angeli.

Si compone attraverso un “puzzle di suoni”, di destini individuali, di snodi epocali il tessuto narrativo di Oltre Babilonia il romanzo di Igiaba Scego che accoglie e fonde nella sua caleidoscopica coralità inventiva i drammi della grande storia e i cammini accidentati delle ‘piccole’ vite che li popolano. La Somalia ferita dal colonialismo italiano degli anni Trenta,  tradita dalla violenza dittatoriale e poi dalla ambivalenza capitalista del governo di Siad Barre, lacerata senza respiro sino alla contemporaneità dagli orrori fratricidi della guerra civile, prende corpo e sangue nelle vicissitudini generazionali dei personaggi che da quel grembo provengono: Famey e Majid, Elias e Maryam sino alla giovane Zurha, la “negropolitana”, una delle voci narranti che si stagliano protagoniste dall’affresco polifonico della narrazione.

Al dolore ‘storico’ della terra africana si accorda la sofferenza di una Argentina straziata dalle torture efferate dell’ ESMA, illusa dall’avvento di Peron, gravata sino all’oggi dai fantasmi insepolti dei tanti innocenti desaparecidos. Un paese le cui ulcerazioni si imprimono urenti sui corpi e sulle menti di Miranda, di Ernesto, della Flaca, scorrendo nel tempo sino a Mar, la “Nus Nus”, la “mezza-mezza” coetanea di Zuhra, metà spagnola e metà somala, espressione anch’essa del “male di vivere” della moderna società occidentale. E’ la civilissima e ostentatamente multietnica Italia il crocevia in cui, in tempi e modalità diversi, le sorti di questo coro di figure si intersecano ed è il luogo dal quale muove il ‘racconto’ delle loro storie.

A scandire, infatti, il ritmo narrativo degli otto capitoli in cui si articola il romanzo è proprio l’iterazione cadenzata degli stessi “io recitanti”, per dirla con Elsa Morante: la Nus Nus, la Negropolitana, la Reaparecida, la Pessottimista, il padre. Attraverso le loro voci si delinea progressivamente un affresco iridescente di vicissitudini, si viaggia senza confini nel tempo e nello spazio svelando trame fittissime di legami insospettati, ma soprattutto si tenta con la forza della ‘parola’ di restituire dignità a chi è stato inghiottito dall’oblio, identità a chi ha smarrito la ragione del proprio esistere, ripercorrendo i solchi di un passato doloroso senza la cui consapevolezza il presente si svuota di senso e il futuro è un’orizzonte incolore. Miranda la “Reaparecida”, la poetessa argentina madre di Mar la “Nus-Nus” e Maryam la “Pessottimista”, somala madre di Zuhra la “Negropolitana”, si caricano dell’onere più gravoso: riattraversare il ricordo di vite trascorse tra offese, umiliazioni, abbandoni, tradimenti a fatica negli anni censurati, pur di restituire una storia, un’appartenenza a quelle figlie intorno a cui il silenzioso, malinteso senso di protezione ha creato solo barriere di disistima e inferiorità, segregandole in una condizione di “esilio da se stesse”. A comporre ulteriormente l’ eterodosso mosaico di rapporti familiari che gradualmente acquista la sua fisionomia è la voce di Elias, per l’ennesimo strano gioco del destino, “padre” di entrambe le giovani le cui quotidianità scorrono parallele e diverse sino a quando il ‘racconto’ non le avvolge in una rete fittissima seppure latente di rimandi.

“Sono stato concepito. E ho concepito. Sono figlio e padre. Ma sono anche un figlio mancato, un padre mancato. Mi hanno detto: “Devi raccontare la tua storia, per non perderla, per non perderti”. Ciascuno dei protagonisti interpreta appieno questo monito e, sia che si immerga, come Miranda o Zuhra, nella parola scritta sia che affidi la propria voce ad un registratore, come Maryam o Elias, dà vita ad una piena lussureggiante di memorie che “si fanno carne”. E in questo riannodare le fila smagliate di esistenze in cui “il nostro inizio è l’inizio di altri prima di noi” acquistano vigoria e intensità, proprio dalla forza della parola, figure che con la loro storia impreziosiscono l’invenzione narrativa e al tempo stesso schiudono finestre dolorose e talvolta scomode su frangenti bui della storia italiana non sottoposti , forse ancora oggi, ad un’adeguata autocritica.

“I nuovi padroni si credevano onnipotenti, avevano piegato l’Etiopia, proclamato l’impero ed esibito le palle al vento. Gli italiani negli anni trenta si credevano dei. Ben presto si sarebbero svegliati dal loro sonno malato. Ma all’epoca era meglio non incontrarli – si dicevano cose orribili sulle loro scorribande”: rifluisce così nel racconto di Elias il ricordo delle “cose orribili” subite da Famey e Majid, violati dalla brutalità di stupri selvaggi, mutilati nel fisico e nell’anima e alla cui unione sacrificale lui deve la sua nascita. In un tragico controcanto, riaffiorano, invece, dalla penna di Miranda le disumanizzanti torture subite a Buenos Aires, durante la detenzione all’ESMA dalla Flaca, l’eterea danzatrice compagna del fratello della poetessa, Ernesto, anch’egli inghiottito dalla spietata voracità delle carceri fasciste. Il rito della capucha, l’incappucciamento, della picana, l’induzione di scariche elettriche su corpi già straziati da sadiche crudeltà, rivivono di bruciante fisicità nel  dettato impietosamente asciutto del racconto, quasi una mimesi espressiva dell’atmosfera di straniante ‘normalità’ in cui per anni, nel silenzio connivente della nazione, si sono consumati i destini di centinaia di giovani “risucchiati”, martiri della militanza per la difesa dei più elementari diritti umani.

Proprio Famey, “una stella marina dagli occhi verde intenso” e la Flaca “la ragazza rosa”, “una libellula sospesa nel suo dolore” si disegnano come le figure più intensamente poetiche del romanzo: nella delineazione delle loro fisionomie narrative coesistono, infatti, l’innocenza, la purezza primigenia del luoghi che le hanno generate e le stigmate delle crudeltà storiche che le hanno annientate. E’ una ambivalenza, mai retorica, esemplare della qualità stilistica della scrittura di Igiaba Scego che fonde in una raffinata complessità la crudezza della denuncia, la suggestione degli scorci ambientali, la forza delle tradizioni, la riflessione sui percorsi impervi dell’integrazione razziale. In tal senso il romanzo dell’autrice romana interpreta al meglio le intonazioni del ‘realismo’ contemporaneo inteso nell’accezione di un ritorno forte alla rappresentazione del reale che sa farsi invenzione narrativa, in cui la spinta conoscitiva sa tradursi in scatto inventivo. Accade allora che ciascun aspetto della realtà, del presente come del passato, acquisti il volto di un personaggio e della sua parabola vitale, in un crogiuolo in cui creature di ‘carta’ come Howa Rosario o Bushra la sarta sanno di verità non meno dell’immagine tragica di Ilaria Alpi o del mito cinematografico di Marilyn Monroe.

Analogamente, l’orchestrazione espressiva del testo si piega ad offrire identità alle molteplici realtà che si rincorrono: gli ambienti, i costumi, le usanze africane, le atmosfere rituali si intersecano con gli scenari metropolitani, con la società globale che spersonalizza. E tutto questo si eplicita nell’impurità narrativa di una scrittura che predilige le metafore cromatiche declinando, in una voluta mescidazione linguistica,  la durezza trasandata del lessico giovanile, la fascinazione dell’oralità popolare e la tensione meditativa, la consapevolezza autocoscienziale dense soprattutto nei monologhi narrativi di Miranda, la più incline, nella finzione, alla frequentazione con la parola letteraria: “Come si fa a concepire tanto orrore? A entrare in un dolore? Non ci entri. Non puoi. La strada è sbarrata. Chiusa. Ma ti puoi avvicinare se vuoi, conoscere, far conoscere. Non possiamo capire il dolore dei desaparecidos, non possiamo capire il dolore di nessuno, ma possiamo non dimenticare. Per questo scrivo. O almeno tento.”

Ed è vero: l’intero romanzo attraversa il dolore nelle sue più vaste espressioni ma non si assesta sul senso della disfatta, non indugia ad alcuna retorica vittimista, anzi, proprio all’angoscia più buia attinge per perseguire con maggiore lucidità il riscatto, il risarcimento. Una qualità distintiva, quest’ultima, dell’impegno di Igiaba Scego, esemplare ad esempio nella sua fertile attività giornalistica: dagli interventi sull’ “Unità”, in cui della pur martoriata Africa orientale lei ascolta le “voci di creatività, voglia di futuro, speranza”, della nuova letteratura, agli articoli- interviste come Avventura di un giovane povero e Una donna violata pubblicati su Amnesia Vivace.

Qui temi come l’emigrazione o l’infibulazione, attraverso la chiave del racconto- testimonianza vengono sempre indagati nella prospettiva dell’affondo conoscitivo e dell’avvenuto, possibile affrancamento.

“Sono somala e italiana. Sono nera. Sono figlia di migranti.  Essere somali oggi significa fare i conti con uno stato di guerra permanente. Significa che tu, membro della diaspora, hai il dovere morale di aiutare chi è rimasto in patria.[…]Essere italiani significa non avere certezze. Significa vivere la crisi politica più drammatica degli ultimi trenta anni.[…] Essere somali e italiani insieme non è sempre facile. Però si resiste. Perché tanti somali e tanti italiani hanno un sogno”. Così  scrive su “Nigrizia” e non è un caso che la parola “sogno” rivesta una centralità ricorrente nel romanzo facendosi strada proprio dai destini più vessati. Sogni traditi, schiacciati, frustrati che pure, però attraverso percorsi impervi, in forme per nulla affini alle istanze originarie, trovano il modo di solcare la “Babilonia” dei conflitti, epocali, generazionali, interiori, per andare “oltre”. Si radica in questo modo di intendere la militanza intellettuale, la forza e la ragione prima della scrittura di Igiaba Scego consegnata idealmente, nell’invenzione narrativa, alle parole di Miranda:

“Però ora io, Miranda, tua madre, una donna, scrivo. Trasformo il pianto in una lingua, in una ribellione. Prima ero sfocata. Tua madre, Miranda, la poetessa, sfocata. Quasi inutile. Non riuscivo a vedermi, a farmi vedere. Ora che ti ho raccontato della Flaca, del mio più grande affetto, ecco che la mia immagine riappare. Sono qui, una reaparecida. Mi sento forte. Presto tua madre ti darà tutti quei baci pigiati nello zaino. Il nostro cammino, il tuo e il mio, dev’essere ora in direzione del sole”.

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