Apr 26

Introduzione alla lettura di Igiaba Scego

(di DOMENICA PERRONE)

La casa del romanzo, osservava Henry James, “non ha una sola finestra: ha un milione, o meglio, un numero incalcolabile di finestre, ciascuna delle quali è stata aperta, o deve essere ancora aperta, nella sua vasta facciata dalla necessità della visione individuale, dalla pressione della volontà individuale”.

Una forte necessità di visione spinge oggi scrittori come Igiaba Scego ad aprire una propria irrinunciabile finestra su quell’immenso prospetto e ad appostarvisi per guardare in modo inedito le contraddizioni del mondo contemporaneo.

E’ attraverso voci come la sua, infatti, che si rivelano a noi una socialità e una varietà linguistica nuove. Fatto è che la Scego è una romana di origine somala e per questo suo doppio patrimonio culturale è in grado di declinare la complessità del nostro presente arricchendo, con la sua scrittura polifonica, il panorama della letteratura italiana odierna. Un esempio di quanto affermo è certamente offerto dal cronotopo multilpo del romanzo Oltre Babilonia (Donzelli, Roma 2008) che sposta continuamente l’asse del tempo e dello spazio con esiti interessanti.

In otto capitoli si avvicendano cinque protagonisti, quattro donne e un uomo, di cui con successione fissa si va narrando, di volta in volta, un pezzo di storia che si interseca con quella degli altri.

Tra Roma (la città dove sono stati tutti i personaggi e vivono quattro di essi) e  l’Argentina, la Somalia e la Tunisia si dispiegano e incastrano, a poco a poco, le vicende dei protagonisti come i tasselli di un mosaico cui dà coesione il bisogno di raccontare,  di raccontarsi, e la fiducia nella forza delle parola. “La bellezza senza storia è muta” afferma, non a caso, una delle protagoniste, Miriam Laamane, che invita Elias a raccontare la sua storia alla figlia Zuhra..

Igiaba sa il valore delle parole, lo sa doppiamente perché, oltre alla tradizione letteraria italiana, ha alle spalle la tradizione orale somala.

Non è un caso che nel romanzo della scrittrice romana ci siano due personaggi somali che registrano le loro narrazioni e che proprio a loro vengano affidate alcune dichiarazioni sull’importanza del ricordare e del raccontare. “Il nostro inizio è l’inizio di altri prima di noi […] di altri dopo di noi” afferma Elias facendo proprie le parole di Hagi Nur, che come lui ama vivere nel passato:

Ma come si comincia a racconta una storia? Dall’inizio credo, dal protagonista. Ma sono io il protagonista? O sono l’ultimo anello di una catena di arzigogoli?  E poi qual’è l’inizio di un individuo? Non mi è poi così chiaro. La sua nascita? O qualcosa che la precede? Hagi Nur ha una teoria, me l’ha detta mentre sorseggiavamo il nostro tè speziato, l’altra sera da lui. “il nostro inizio è l’inizio di altri prima di noi”  ha detto, di altri dopo di noi” ha aggiunto. Sentendo Hagi Nur ho capito che la vita è un cerchio, un continuo inizio e una continua fine. Non c’è un movimento preciso, non possiamo quantificare, definire, precisare. L’inizio è la somma di tutti i nostri inizi, è la sottrazione degli inizi passati (p.62).

E’ nella memoria quindi che può cominciare a costituirsi l’identità, anche se ricordare è ripercorrere le strade del dolore come accade ai personaggi di questo romanzo e leggerlo vuol dire toccare tante ferite e sentire che la scrittura vuole essere un modo per guarirle, per andare, come recita il titolo, oltre “la feccia, il vomito, lo schifo, il dolore”, “oltre Babilonia”, appunto.

Il romanzo del 2008 prelude al romanzo autobiografico La mia casa è dove sono, pubblicato nel settembre 2010, dove si ritrova il tema dell’identità intrecciato con il tema della parola.

Aprile 2012

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