Nov 16

“Dio non ama i bambini” di Laura Pariani

(di VINCENZA D’AGATI)

In una Buenos Aires simile a “Sodoma e Gomorra messe assieme” (p. 150), tra i fatiscenti conventillos sovrappopolati dagli immigrati italiani, le distese maleodoranti di detriti e i resti sanguinolenti del mattatoio, si verificano alcuni efferati delitti di bambini: la strage degli innocenti si protrae per anni, tra il 1908 e il 1912, terrorizzando gli abitanti e gettando nello sconforto le autorità locali. Alla fine, nonostante la cieca inadeguatezza degli adulti, l’inchiesta trova la sua inaspettata conclusione, grazie all’intuito investigativo dei più piccoli, con l’arresto dell’assassino, il quindicenne Ognissanti Goletti, detto Orecchia. La storia crudelissima narrata da Laura Pariani in un romanzo dal titolo sconcertante, Dio non ama i bambini, trae ispirazione – come la scrittrice stessa dichiara nel suo epilogo da una reale catena di omicidi di bambini per opera di un giovanissimo serial killer italiano, Gaetano Santo Godino, soprannominato el petiso orejudo, volutamente dimenticato in Italia ma ricordato tuttora con orrore in America Latina:

La storia che ho raccontato in questo romanzo è fondamentalmente vera, anche se ho ristretto l’arco temporale degli avvenimenti e costruito con l’immaginazione i vari personaggi. Del resto negli archivi stessi, leggendo le testimonianze, poche cose risultano chiare: la confusione di nomi e date è impressionante.(p. 295)

Ad una lettura che privilegi gli eventuali risvolti ideologici di una simile scelta tematica, può dunque apparire coraggioso e controcorrente il tentativo della Pariani di spostare i riflettori su un capitolo assai sgradito del nostro passato, la fase durante la quale gli immigrati additati come pericolosi e malavitosi eravamo proprio noi italiani. Non a caso questo tragico romanzo, che si pone al confine tra il giallo, il noir, l’inchiesta e altri imprecisati sottogeneri, è interamente sostenuto da un apprezzabile scrupolo documentario, evidente nell’indicazione precisa delle date, nella puntuale ricostruzione dei delitti e dei luoghi di ritrovamento dei cadaveri, nel riferimento ai nomi, più o meno modificati, nelle citazioni delle fonti di archivio e dei quotidiani del tempo e infine nella solerte consultazione di saggi di storia dell’emigrazione, sociologia, criminologia.

Tuttavia, a questa tragica “realtà” la scrittrice sovrappone costantemente la “finzione” attraverso il moltiplicarsi di microstorie che si inseriscono, intrecciandosi, all’interno di un’unica macrostoria. Ricompaiono allora, oltre ai consueti temi, alcuni stilemi formali cari a Laura Pariani, come la narrazione corale, contraddistinta da un accattivante policentrismo: il continuo mutare delle focalizzazioni e il sapiente dosaggio tra discorso indiretto libero e discorso diretto permettono di relativizzare la realtà, fornendone molteplici chiavi interpretative. Ritorna anche la babelica commistione linguistica, volta a riprodurre il crogiolo di un’umanità dolorosamente marchiata dalla mancata integrazione etnica. Sul piano strutturale il romanzo, diviso in dodici capitoli, è il risultato delle storie di ben oltre cinquanta personaggi: ad ognuno di essi è destinata una o più unità narrative, introdotte dalla puntuale indicazione del nome, dell’età e del mestiere. Tra le singole unità si inseriscono, inoltre, frequenti frammenti di materiale eterogeneo, come le citazioni tratte dai documenti e dai quotidiani, qualche sporadico tango, gli annunci pubblicitari e soprattutto il corsivo delle Canzoni dei bambini, simili a degli infantili “cantucci” lirici dal ritmo cantilenante, nei quali i protagonisti rivelano con precoce disincanto il loro male di vivere. Inoltre il romanzo appare nettamente diviso in due parti: la prima, dall’eponimo titolo del libro, Dio non ama i bambini…, ostenta una spiccata prevalenza degli adulti e del loro punto di vista, spesso totalmente inconciliabile con quello dei piccoli; invece, la seconda parte, intitolata …E i bambini lo sanno, pur ponendosi in una linea di continuità rispetto alla prima, risulta affollata da personaggi che non superano i quindici anni d’età.

Le ragioni della scelta del titolo, in un romanzo ricco di apocalittici rimandi biblici, sono evidentemente riconducibili alle disumane condizioni di vita dei protagonisti, ben consapevoli della profonda alterità/ostilità dei grandi e del disinteresse di Dio. Non a caso essi stessi – capitanati dal tredicenne Maurilio Testa, un eroico e risolutivo “Garibaldi”, e riunitisi in una “banda” per sopperire alla noncuranza da parte degli adulti – lamentano il mancato intervento di Dio in loro soccorso:

[…] Da questa parte dove noi abitiamo Domineddio non guarda. Ti ricordi quella storia che raccontava don Vincenzo all’epoca in cui andavamo a dottrina? Quando tutto il mondo era schifoso e c’era una città che in schifezze le vinceva tutte? Allora Dio la distrugge. Non mi è piaciuta quella storia. E non c’erano forse bambini anche laggiù…? Ve lo dico io: Dio se ne frega dei bambini. (p. 246)

Nella rigogliosa molteplicità dei punti di vista, le cause di avvenimenti talmente brutali da non risultare “umanamente accettabili” trovano differenti risposte. Secondo l’interpretazione fatalistica delle generazioni più anziane, rappresentate dalla vecchia Santiaga, tali cause sono riconducibili all’irrefrenabile cupio dissolvi che accomuna tutti gli esseri viventi:

 […] Ché tutto corre verso la fine: il borracho verso la pulperìa di malamorte, la falena verso la fiamma, la mosca dritta nella tela ragna, i bambini nella bocca del lupo che imperversa in questo maldito quartiere. E’ la volontà di Dio che permette che i primogeniti degli egiziani muoiano tutti in una notte, che i soldati di Erode compiano la strage degli innocenti, che un nuovo Erode insanguini le notti di questa città. (p. 71)

Altrove, la ferocia dilagante trova una sua logica spiegazione nei meccanismi ferrei di un determinismo che costringe gli italiani indigenti a macchiarsi dei più svariati crimini. E sono proprio tali reati ad alimentare l’insorgere dell’ostilità razziale verso gli immigrati. E la xenofobia dilagante, ampiamente documentata nel corso del romanzo, trova espressione soprattutto nell’indiretto libero del vicecommissario Herminio Pascale:

Una barbaridad: ’sti italiani protestano perché vogliono cambiare la propria condizione, fare come i padroni, ma essere capi non è da tutti, bisogna nascerci col sangue adatto, studiare, educarsi. Certo che ci stanno cose che dovrebbero essere cambiate, chi lo nega, ma con calma, perdio, non si può guidare un cavallo da corsa con mano inesperta, solo chi ha le redini in mano sa la strada, mica la bestia nata per il lavoro, gli immigrati la politica non la capiscono, cosa possono sapere con quel cervello da gallina. Perfidi, capaci di fartela sotto il naso, in quello sono davvero esperti. (pp. 104-105)

Ma particolarmente interessante è la diagnosi che dei mali fornisce Riscatto Maine, un personaggio dal nome parlante considerato dagli altri “diverso” perché interessato, insieme alla sorella Bonifica, ai libri e alla cultura. Riscatto analizza con sensibilità l’inquietudine esistenziale dei migranti, costantemente dilaniati dal desiderio irrealizzabile del nóstos e dal risentimento per la terra che li ha rigettati. Egli elabora la suggestiva teoria del “mal di città”, un malessere destinato a colpire gli immigrati che transitano bruscamente, attraverso il viaggio dall’Italia all’Argentina, da forme di vita rurale ad un’urbanizzazione coatta e soffocante:

Un male oscuro e silenzioso da cui i contadini italiani trapiantati a Buenos Aires non si risollevano più, e che anzi si aggrava col tempo benché in apparenza sembri con gli anni acquietarsi. “Mal di città”  che copre gli immigrati, passati o recenti, di successive cappe di tristezza: “E’ come quando si sta in prigione e ti manca l’aria; solo che qui la gabbia è fatta di troppe strade, di case troppo affollate, di rogge puzzolenti di acque luride, d’incolti anemici. Uno come noi, nato in montagna, tra i boschi, non può che patirci.” (pp. 90-91)

E il “male” trova la sua più oggettiva manifestazione nella presenza costante dell’assassino, dei suoi racconti raccapriccianti e dei suoi cruenti crimini: tale presenza costituisce l’ossessivo leitmotiv di un romanzo in cui la tradizionale inchiesta poliziesca  –  condotta attraverso il ricorso alla logica di Sherlock Holmes, definito “il detective più bravo del mondo”–  si connota di ulteriori e più profonde implicazioni, assumendo la fisionomia di un’eroica resistenza dell’infanzia che cerca disperatamente di sopravvivere. Sulle tracce dell’assassino si pone anche Laura Pariani. Infatti, spingendo oltre i limiti la sua esuberante polifonia di voci, la scrittrice si addentra, con tre differenti unità narrative ben distanziate tra loro, nella mente impenetrabile dell’assassino e ne segue gli oscuri itinerari, segnati da una lunga scia di sangue:

Non so cosa mi stia succedendo. Sarà colpa di questa luna. Dicono che, quando è piena, girano i lupi mannari, mezzo uomini e mezzo lupi, con le unghie che gli diventano lunghissime, la voglia di uccidere che li prende alla gola, qué so yo. A me invece stasera sembra di avere nella testa uno scorpione che spunge e misura con le pinze il mio cranio […]. Maldito scorpione. Mi tormenta. Ché mi vien voglia di tormentare a mia volta. (p. 288)

E la verità finale, costantemente intuita dai piccoli ma rifiutata dai grandi in quanto inaccettabile, è ben nota al lettore sin dall’inizio: il “babau” infanticida, il “lupo mannaro” attratto dal sangue perché “fa sangue” è in realtà uno sfortunato ragazzino segnato da un’infanzia priva di affetti e marchiato da una gravissima malattia che ne deforma il corpo e ne devasta la mente. Egli concluderà prematuramente la sua dannata esistenza, destinata ad alimentare una triste e duratura leggenda, in un carcere di massima sicurezza della Terra del Fuoco.

Novembre 2011

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