Lug 31

Il tema della memoria in “Oltre Babilonia” di Igiaba Scego

(di CLAUDIA D’ALEO)

«Devi raccontare la tua storia, per non perderla, per non perderti», così inizia a dipanarsi il lungo racconto di uno dei molteplici personaggi del romanzo Oltre Babilonia di Igiaba Scego. La memoria è, infatti, uno dei temi ideativi centrali delle pagine di questa scrittrice somala: memorie storiche, individuali e collettive racchiuse in un caleidoscopio di storie, luoghi, personaggi. Un romanzo di più generazioni, di ricordi scanditi in un ciclo di continuità che prende corpo nelle parole emblematiche di uno dei protagonisti: «Il nostro inizio è quello di altri prima di noi e altri dopo di noi…la vita è un cerchio, un continuo inizio e una continua fine…l’inizio è la somma di tutti i nostri inizi, è la sottrazione degli inizi passati».

Leggiamo di quattro voci femminili: due madri immigrate, una somala e l’altra argentina, e due figlie meticcie: le prime, impegnate a viaggiare nella loro memoria per ripercorrere l’esilio e la gioventù ormai lontana che le ha portate a Roma; le figlie, invece, affannate nella ricerca del senso della loro multipla identità, confuse dal loro appartenere a mondi diversi, a lingue differenti, entrambe desiderose di scoprire l’essenza dell’essere donne.

Ma fra le pagine ritroviamo anche un uomo, Elias, “il padre” che non riesce a raccontarsi alle sue bambine ormai cresciute e che deciderà di farlo solo sotto la spinta delle parole di una delle sue donne: «Devi raccontare la tua storia, perché la bellezza di tua figlia senza storia è muta»; finirà così per narrare della violenza inflitta da ufficiali italiani fascisti ai suoi genitori durante la seconda guerra mondiale; archetipo quest’ultimo, di tutta la crudeltà che si muove nel romanzo, spinta primordiale alle scelte di vita delle più giovani protagoniste.

«La memoria si fa carne» come afferma la stessa scrittrice in uno dei suoi articoli sul giornale l’Unità. Le ferite della storia passano attraverso gli individui: sangue mestruale, molestie sessuali, violenze, suicidi, bulimie che segnano indelebilmente i corpi e sgretolano le anime; di questa materia è composto il romanzo di Igiaba Scego. Ognuno dei personaggi cercherà di curare le proprie lesioni anestetizzando ciò che di vitale porta dentro, nella speranza vana di cancellare il dolore; si affideranno alla scrittura e al registratore: solo la loro «memoria senza tregua» sarà capace di sottrarre all’oblio le vicende dei travolti dalle violente e incomprensibili ragioni della storia; nell’esatto istante in cui ognuno dei protagonisti del romanzo riuscirà a sciogliere i grumi di dolore nella parola scritta o parlata, si sentirà rinascere a nuova vita.

Paradigmatico, a questo proposito, è il caso di Miranda che tornerà a sentirsi viva e forte solo quando riuscirà a raccontare la storia della sua adorata Flaca alla figlia, dicendo: «Ora io, Miranda, tua madre, una donna, scrivo. Trasformo il pianto in una lingua, in una ribellione. Prima ero sfocata. Quasi inutile. Non riuscivo a vedermi, a farmi vedere. Ora che ti ho raccontato della Flaca, del mio più grande affetto, ecco che la mia immagine riappare. Sono qui, una reaparecida. Mi sento forte».

I personaggi di Oltre Babilonia grondano di storia e sangue, non soltanto perché hanno avuto il coraggio di raccontare le loro terribili vicende, ma per aver fatto in modo da tramutare quello che è stato in quello che è. La memoria, nucleo vitale del romanzo di Igiaba Scego, dunque, provoca e traumatizza, costringe a rimanere vivi per mobilitarsi e combattere: ricordare è sapere affrontare la realtà, è sapere che esiste un filo senza tempo che lega civiltà e uomini. La memoria come strumento di consapevolezza e certezza di esistere che attribuisce al passato valore nel presente attraverso la scrittura, l’unico modo per non andare via senza lasciare una traccia di sé, per dare ordine e senso ad esperienze traumatiche, per tenersi uniti e resistere alla vita, per entrare in contatto con qualcuno fuori da se stessi, per fissare un passato altrimenti perduto.

«Non puoi dimenticare. Sarebbe come farli morire di nuovo» diceva la Reaparecida Miranda alla figlia Mar.

Luglio 2011

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