Lug 31

Il plurilinguismo del testo: funzioni e strategie

(di Antonina Sacco)

Uno dei tratti caratteristici di Oltre Babilonia è indubbiamente la funzione assunta dal plurilinguismo quale importante elemento di significazione. Infatti, nel corso dello sviluppo del romanzo ed in sintonia con il meticciato dei personaggi principali e secondari, sempre più ci si rende conto di essere di fronte ad una vera e propria ‘metafora linguistica’: le lingue così come i popoli della terra si sono originate e continueranno a farlo nella mescolanza e nella diversità. Non è infatti un caso che la madre di Elias, Famey, personaggio solo apparentemente secondario, sia nativa di una città, Brava, crocevia in cui «erano passati tutti. Egizi, qualche antico romano […] arabi, portoghesi, malesiani e infine gli italiani di Benito Mussolini. […] i bravani si erano inventati un’altra lingua. Si parlava il somalo, si pregava in arabo, ma la lingua del cuore era una miscela esplosiva di swahili, portoghese, arabo.»[1]

Le lingue che arricchiscono il testo italiano sono dunque: il somalo, lo spagnolo, l’arabo, il francese, l’inglese. L’intelligibilità dei termini o delle intere frasi è generalmente affidata ad una traduzione puntuale, per quanto in alcuni casi Scego abbia fatto ricorso a particolari invenzioni attraverso le quali il lettore potrà facilmente dedurne il senso. Ad esempio per rendere comprensibile la parola spagnola abuela della frase «La abuela se murió»[2] l’autrice poco dopo continua: «Mar si ricordava solo una foto della sua abuela, aveva un naso importante e delle sopracciglia distanti. Non sapeva più niente di sua nonna.»[3]. Lì dove invece risultano assenti entrambi questi espedienti, l’autrice sembra invitare il lettore italiano, notoriamente tra gli europei il più distante dal maneggiare le lingue straniere, a fare un esercizio di riconoscimento delle matrici comuni in frasi del tipo: «Claro que sì[4]; nonché uno sforzo mnemonico di quei termini non trasparenti, somali soprattutto, che alla fine della lettura e grazie alla loro attenta ripetizione avranno arricchito naturalmente il nostro lessico. Un esempio di ciò il burgicco davanti al quale cucinava la zia Salado. Tale termine, che inizialmente compare con la sua traduzione, «la cucina a carbone»[5], proseguendo lungo la narrazione, tutte le volte in cui verrà utilizzato ne sarà privo, e il lettore ‘costretto’ a memorizzarne il significato.

In armonia dunque con le intenzioni dell’autrice, centro focale dell’azione principale diviene così la scuola di arabo classico a Tunisi. Una sorta di destino vi si compie sotto l’egida della capostipite: «Famey era una osservatrice attenta e il suo orecchio era molto portato per le lingue. Se qualcuno avesse speso un minimo per la sua formazione, sarebbe diventata di certo poliglotta.»[6]. Sarà infatti in quella babelica comunità, dove «In una sola stanza c’era l’Asia, l’America, L’Europa, l’Oceania e sì l’Africa.», che le sue nipoti si incontreranno. La linea di sangue non si è quindi mai interrotta, ma per quanto risulti più evidente in Zuhra, già «laureata in letteratura brasiliana»[7], meno lo sarà per la giovane Nus-Nus. Infatti, affinché il fiume carsico della sua predisposizione genetica al poliglottismo possa giungere alla luce occorrerà un agente, la madre Miranda, la Reaparecida che la trascinerà a compiere quel particolare percorso di riappropriazione: «Lei [Mar] era l’unica che stava lì per imposizione. Era quasi un dettato divino»[8]. Poco alla volta possiamo quindi assistere alla trasformazione del suo accostarsi a quella lingua ostica, che tanta parte ha nel lessico somalo delle sue origini. Mar passerà dalla riluttanza iniziale, «Che idea del cazzo andare in quella scuola di arabo. A lei degli arabi, dell’arabo, […] non gliene fregava nulla.»[9], alla lenta fascinazione salvifica, «Era una bella lettera, la sad. Mar si sentiva Michelangelo. […] Guardò la sad che aveva tracciato sul quaderno. […] Una vera Monna Lisa. Mar sorrise. Per un istante Patricia le aveva dato tregua.»[10], fino al raggiungimento di un genuino interesse, «Stava cominciando a piacerle quella lingua strana.»[11].

Da quanto sin qui esposto ci si può inoltre rendere conto dell’importanza assunta dall’elemento linguistico per l’organicità del romanzo in relazione a uno dei suoi temi portanti: l’incomunicabilità. La scrittrice sembra volerci suggerire infatti che il limite alla comunicazione non risieda nella diversità delle lingue dei popoli ma bensì in quel «dolore troppo grande da condividere»[12] procurato da Babylon: «tutto quanto di peggio possa esistere al mondo. La feccia, il vomito, lo schifo, il dolore.»[13]. La Babilonia a cui si riferisce il testo è un richiamo alla fede Rastafari di cui Bob Marley fu un sostenitore e divulgatore. Tale religione, di origine ebraico-cristiana, nata in Etiopia nel 1930 sulla scorta del movimento nazionalistico e in contrapposizione al colonialismo, identifica il Sistema di Babilonia con il sistema capitalistico-imperialistico occidentale e bianco. A mio avviso tuttavia l’autrice, allontanandosi da tale posizione estremistica, che vede una insolubile contrapposizione tra ‘bianchi e neri’, attraverso il suo romanzo sembra auspicare non solo il superamento di tutto il male del mondo, ma anche una sorta di possibile riconciliazione delle diverse culture attraverso l’arricchimento reciproco, di cui come abbiamo visto il plurilinguismo si è fatto simbolo. La babele linguistica, perdendo la sua accezione negativa, si fa allora tratto nobile dell’umano: tutte le lingue possono essere studiate ed imparate, se limite esiste esso risiede solo nella disposizione mentale a questo particolare incontro con l’Altro.

Dunque raccogliendo la speranza di Zuhra: oltre Babilonia ma salvando Babele.

 


[1] Igiaba Scego, Oltre Babilonia, Donzelli, 2008, p. 65

[2] ibid., p. 167

[3] ibid., p. 168

[4] ibid., p. 85

[5] ibid., p. 105

[6] ibid., p. 68

[7] ibid., p.82

[8] ibid., p. 216

[9] ibid., p. 71

[10] ibid., p. 125

[11] ibid., p. 327

[12] ibid., p. 433

[13] ibid., p. 450

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