Lug 31

“Il mio nome non è Wendy” di Wendy Uba e Paola Monzini

(di FEDERICO LONGO)

Come suggerisce il titolo, l’autrice del romanzo non si chiama Wendy: o meglio, Wendy Uba è il nome che l’autrice ha scelto per la sua non vita, quella finta che si racconta in un romanzo, in questo romanzo, che, dopo una lettura attenta, si rivela, al contrario, di una veridicità e attendibilità terrorizzante. Nel romanzo, pubblicato per i tipi Contromano di Laterza nel 2007, Wendy, una ex prostituta nigeriana, racconta la propria storia in prima persona, scritta a quattro mani insieme a Paola Monzini. La co-autorialità, che ritroviamo in quasi tutti i lavori degli scrittori migranti di prima generazione, nel caso di Wendy si rivela con una duplice funzione: di certo è necessaria una rifinitura dell’italiano, ma soprattutto serve a certificare la storia raccontata, a renderla credibile. Paola Monzini aveva già incontrato Wendy Uba nel 2002, nel contesto di un lavoro in materia di prostituzione pubblicato da Donzelli: Il mercato delle donne, prostituzione, tratta e sfruttamento.

Alla base di questo romanzo-inchiesta, non vi è quindi soltanto il diario emotivo di una donna che ha subito lo sfruttamento e l’inganno, ma la fusione tra la dimensione storico-sociale del tema prostituzione e gli avvenimenti concreti e particolari della vita di Wendy, che formano l’intreccio del romanzo.  

La storia di Wendy è la storia di migliaia di africane, che, portate in Italia da uno sponsor con la promessa di essere aiutate nello studio, si ritrovano per strada a lavorare da prostitute in una condizione di schiavitù per ripagare l’associazione criminale del debito del viaggio, cifra che nel caso di Wendy lievita fino a circa quaranta milioni di lire. Come migliaia di donne, anche Wendy è sottoposta dai suoi protettori a una serie di violenze e minacce di ritorsione verso i propri familiari qualora non saldi il debito. Prima di partire per l’Italia Wendy è sottoposta persino a un rito voodoo da una santona: “questa pratica ci doveva proteggere durante il viaggio … Tempo dopo mi è stato detto che il rito serviva anche come una sorta di minaccia: se avessi fatto qualcosa di sbagliato, il giuramento avrebbe lavorato contro di me” (pag. 62). In questa atmosfera di pressioni fisiche e psicologiche, per Wendy come per molte altre donne, diventa problematico il riscatto. E lo sconforto e la vergogna impediscono di denunciare i propri sfruttatori. Wendy tuttavia non perde la propria lucidità e la speranza di liberazione, così, grazie all’aiuto di un giovane italiano, Matteo (anche questo nome è fittizio), che si innamora di lei e grazie alla legge sull’immigrazione che protegge chi denuncia i propri sfruttatori, Wendy riesce a liberarsi dai propri aguzzini e a diventare italiana. “Diventare italiana” nel romanzo è il titolo della sezione dedicata alla sua nuova vita. Wendy, finalmente libera, impara l’italiano, studia, collabora come mediatrice culturale, si laurea in scienze politiche, e spera di poter avere una vita normale come i suoi coetanei italiani.

Il romanzo di Wendy Uba si snoda inoltre come un “romanzo di formazione”, dal momento che, come suggerisce già l’indice, si segue l’evoluzione del personaggio-protagonista, dall’infanzia alla maturità, in una prosa polifonica che accoglie al proprio interno emozioni, progetti, frustrazioni, riflessioni, sentimenti e punti di vista diversi. E’ un viaggio che parte dall’infanzia in Nigeria, a Omokobe, un piccolo paese di campagna e procede con la morte della madre e le complesse relazioni familiari, i sogni adolescenziali (“in quel periodo pensavo che in futuro avrei fatto la giornalista” pag. 57), il desiderio di continuare gli studi e il sogno di poter fare un lavoro emozionante, la promessa di poter studiare in Europa e la scoperta dell’inganno, la vita nella strada (“Chi mi trattava da donna oggetto non poteva avermi. Mi offendevo e gli rispondevo apertamente che almeno io lo facevo apertamente, mentre la sua ragazza, sua madre e sua sorella lo facevano di nascosto. Io avevo un motivo per farlo” pag. 97), il sostegno di Matteo che consente a Wendy pian piano di riappropriarsi di se stessa e di farle scorgere la possibilità di cambiare e infine la denuncia alla polizia dei propri sfruttatori, il ritorno al villaggio natale e di nuovo in Italia dove tuttora vive (“Dopo un po’ sentivo il bisogno di tornare in Italia” pag. 165). Così conclude l’autrice:

Scrivere questo libro mi ha permesso di raccontare la mia storia e dunque di fare un po’ di ordine, o forse di ricreare un necessario disordine. La mia intenzione era di far conoscere ad altri, che non sanno, come succedono certe cose, come si comprano e si vendono le persone, e far vedere che c’è un altro modo, per chi arriva da solo in un paese straniero, di guadagnare. Non c’è solo la prostituzione. E poi, anche se quello che mi è successo mi ha provocato un danno enorme, mi piace poter pensare e dire che ne ho tratto anche forza e che ho imparato moltissimo. Finora ho dovuto sempre nascondere tutto. Ora capisco invece che raccontare è anche una liberazione.

Il potere della scrittura ha permesso a Wendy di ritrovare il coraggio di vivere, di superare l’enorme trauma e di fornire a tutte le ragazze che vivono tuttora la sua stessa terribile esperienza un esempio di riscatto. Lo stile della scrittrice è realistico e oggettivo, e le frequenti scene di squallore e di frustrazione legate allo sfruttamento e alla vita sulla strada, proprio per contrasto con una sintassi limpida e lineare, risultano più intense e cariche di dolore.

Leggere questo libro è importante tanto quanto averlo scritto: infatti il racconto in prima persona della tragica esperienza di vita è più convincente delle statistiche o dei reportage giornalistici e ci fa meglio capire quanto questo nuovo tipo di schiavitù sia insopportabile, ingiustificabile e da combattere con ogni forza.

Luglio 2011

About The Author