Lug 31

“Chiamatemi Alì” di Mohamed Bouchane

(di Claudia D’Aleo)

Tra i primi scrittori in lingua italiana che inaugurano il loro viaggio in Italia con uno scritto, tra il 1990 e il 1992, si trova il libro di testimonianza sotto forma di diario di viaggio, Chiamatemi Alì del marocchino Mohamed Bouchane, redatto a sei mani, in collaborazione con due giornalisti milanesi, Carla De Girolamo e Daniele Miccione. Un libro autobiografico, questo dello scrittore di prima generazione Mohamed Bouchane, un racconto di vita lontana dalla sua terra e città d’origine, Tiflet in Marocco.

Un testo in cui l’autore registra fedelmente, ogni notte, i diversi momenti della sua vita da emigrante e clandestino: la decisione di lasciare la facoltà di biologia per cercare lavoro e fortuna in Italia, la partenza traumatica da Rabat nel 1989, l’arrivo a Milano, la “città di Gullit”, la ricerca spasmodica di un lavoro che non gli tolga la dignità, le notti insonni nei dormitori e in dimore occasionali, come le automobili abbandonate o i vagoni dei treni, gli interventi della polizia, gli atti di razzismo, i corsi di lingua italiana per immigrati e i primi contatti con gli italiani. Esperienze che raccontano i sogni e le illusioni di un intero popolo: di chi è partito, irretito dal miraggio del benessere e della libertà e spesso ha trovato miseria, emarginazione e rifiuto; di chi si è sentito ingannato dalle promesse di eldorado della televisione o dei racconti dei compaesani; di chi si è reso conto degli ostacoli, a volte incomprensibili, della macchina burocratica europea.

Tema fondante e salvifico dell’intero libro è la religione, la fede, che sorreggerà il protagonista della storia, Mohamed, e lo aiuterà a maturare la consapevolezza di una chiara e orgogliosa identità culturale. I centri islamici di Milano divengono l’ancora di salvezza e pace a cui potersi aggrappare ogni volta che se ne senta il bisogno e soprattutto durante il Ramadan. Il libro-diario si apre, infatti, con la frase: «Nel nome di Allah Clemente e Misericordioso»; non si deve, però, confondere la forte accezione religiosa del testo con una visione tutta mistico-ascetica dell’esistenza: l’autore non vive gli stenti e le mortificazioni subite come strumento di crescita e consolidamento religioso; la religione è un dato di fatto, un rassicurante punto di partenza e d’arrivo per il rafforzamento della propria identità, nello stridente confronto con un diverso e insolito stile di vita, che nel far percepire le differenze, diviene strumento di salvaguardia della propria dignità di uomo.

Altra importante tematica riscontrabile, ancora una volta a testimonianza di una forte identità, è il cibo e le ricette del proprio paese di provenienza: il giovane Mohamed non cesserà mai di inseguire i sapori e gli odori della sua terra, anche quando si ritroverà a cucinare in un parco pubblico con un fornello da campo una speziata e profumata “tajin” o un caratteristico the alla menta.

Nella narrazione è inoltre significativa la presenza di una sottile vena ironica, sensibile soprattutto nella difficoltà degli italiani nel pronunciare il nome del protagonista, nel provincialismo che si riscontra in Italia nei confronti delle lingue straniere. Mohamed non accetterà di sentirsi storpiare il nome dai suoi datori o colleghi di lavoro, di sentirsi chiamare con un nuovo nome italiano, fino a dire: «Se non riuscite a chiamarmi Mohamed, che è un bellissimo nome in Marocco, allora chiamatemi Alì!».

Chiamatemi Alì è dunque un romanzo autobiografico, un diario di viaggio, un libro di testimonianza che si discosta dalle pagine dei cosiddetti scrittori migranti di seconda generazione, portatori di istanze originali e produzioni letterarie che possono essere a tutti gli effetti annoverate nella giovane letteratura di lingua italiana.

Luglio 2011

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