Lug 31

Alla ricerca dell’identità perduta nella Babele della società globalizzata

(di Federico Longo)

Nel crogiolo delle culture varie che vivono le metropoli occidentali, si perdono le identità originarie e talvolta si ritrovano più come un vissuto immaginario personale e collettivo che come autentico recupero di qualcosa effettivamente esistente o esistito. Nel romanzo di Igiaba Scego questa diaspora delle identità porta come tema inevitabile la ricerca delle radici personali; ma per loro natura le radici affondano, tramite i genitori e la parentela, nel mondo da cui si proviene, nella cultura del popolo in cui si è nati e risiedono “oltre” la “Babilonia” del mondo globalizzato.

Nelle tante babele del mondo moderno molti incontri giornalieri sono fortuiti, così quello di Zuhra, che incontra una ragazza di pelle nera come lei, che le somiglia moltissimo e con la quale, come il lettore scopre successivamente, condivide lo stesso padre. Un padre somalo ha due figlie: Zuhra e Mar. La prima da una donna somala, Maryam. La seconda da una donna argentina conosciuta a Roma, Miranda; ed entrambe le figlie, reciprocamente ignare, s’incontrano, senza cercarsi, in un mondo altro dalla Somalia, dall’Argentina, dalle loro radici culturali e parentali.

Chi sono Zuhra e Mar? Chi è Elias? Chi sono Maryam e Miranda? Come ognuno di loro potrà rispondere alla domanda: “Chi sono io?” Quali saranno le loro radici? S’intrecciano identità nomadi che proprio per quest’attributo sono indeterminabili e la cui ricerca si “aggroviglia” man mano si “dipana”. La ricerca dell’identità biologica s’interseca e si confonde con quella etnico/culturale, senza speranza di soluzione. A meno che non si accetti l’astrazione di essere “cittadini del mondo”, che è come dire di nessun luogo e di nessuna appartenenza. “Ho camminato così nella mia vita” dice Zuhra, e questo “camminare” è la metafora del nomadismo identitario, dove è possibile giurare indifferentemente per Cristo, per Shiva, per Buddha, per le anime del purgatorio e per quelle del nirvana (pag. 9)[1], sempre portandosi il proprio mondo appresso, come fanno i nomadi, con il rischio di spezzarsi mille volte e con il dubbio di non potersi ricomporre (pag. 19).

La “sconosciuta”, che Zuhra casualmente incontra, dalla sua cuffia le fa sentire musica di un gruppo del deserto, e il deserto subito evoca l’errare, il camminare senza meta, dove inizio e fine si somigliano. Quei ritmi musicali narrano la “tua” storia, le dice la ragazza, “quella che stai scrivendo, quella che hai dentro da tanto. Perché non la continui?” (pag. 24).

La babele che disintegra le identità è geografica: i personaggi del romanzo viaggiano di fatto e con la mente in un plurimondo casuale: Somalia, Tunisia, Argentina, Italia, ecc. È storica: colonialismo e postcolonialismo, guerra civile, dittatura argentina, attualità controversa. È dei sentimenti: rimpianti, errori e vergogne opacizzano la vita delle due madri; risentimento, rabbia, amori e violenze torturano l’animo delle due ragazze; silenzio, abbandono e mistero mitizzano un padre assente, anche lui in cerca di sanare le proprie frustrazioni. È dei personaggi: sono numerosi nel libro e le loro storie si sovrappongono, ognuna con il suo pezzo di verità e di realtà e con la sua visione del mondo. Infine c’è la babele dei linguaggi che è all’origine di tutte le diaspore: l’arabo che s’intende imparare in una scuola di Tunisi, il somalo come perduto intruglio linguistico materno, lo spagnolo argentino con il suo repertorio di torture e di desaparecidos, il francese e l’inglese che spuntano negli spezzoni di canzoni, di film, di libri sentiti, visti, letti, l’italiano sporco; ma anche i diversi linguaggi usati per veicolare i ricordi, affidati ora al registratore ora ai quaderni. Ogni volta che si usa un linguaggio e un nuovo alfabeto è come aprirsi ad altri mondi (pag. 29), e ogni volta che lo si fa, si opera un distanziamento disorientante dal sé e dalla propria identità, che fa dire a Zuhra: “Io italiana? Il solito dubbio che mi assale” (pag. 39). Difatti il passaggio da una lingua all’altra o da un linguaggio a un altro non è semplice traduzione di termini che mantengono in sostanza significati identici: lingue diverse descrivono mondi diversi, ossia culture, pensieri, rappresentazioni, emozioni, sentimenti incomparabili. Ed è questa la babele di chi vive un’identità meticcia, dai confini fluidi e permeabili.

Le riflessioni sull’identità appartengono anche all’autrice che condivide molte cose con i personaggi del suo romanzo. In una relazione presentata da lei in un corso-convegno del 2004 cui era stata invitata e dal titolo “Scrittori migranti di seconda generazione”, Igiaba Scego, autocitandosi, dice: «In Salsicce dico una cosa che ogni volta mi meraviglia: “Credo di essere una donna senza identità. O meglio con più identità. Chissà come saranno belle le mie impronte digitali! Impronte anonime, senza identità, neutre come la plastica”». Le identità plurime o meticce sono il cuore dei romanzi e degli scritti di letteratura migrante, la cui essenza è lo specchio delle società multietniche.

La presente e le successive citazioni si riferiscono al romanzo Oltre Babilonia, Donzelli, Roma, 2008.

Luglio 2011

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