Lug 22

Storia della Sicilia. Pensiero e cultura letteraria dell’Ottocento e del Novecento, a cura di Natale Tedesco

(di SIRIANA SGAVICCHIA)

«Attraverso Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, Rosso di San Secondo, Borgese, Quasimodo, Vittorini, Brancati, fino a Bonaviri, Cattafi, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Bufalino e Consolo – classici italiani che sono insieme classici siciliani – si può fare buona parte della storia della letteratura italiana moderna e contemporanea».

È quanto scrive Natale Tedesco, direttore scientifico dell’ottavo volume della Storia della Sicilia (Editalia e Domenico Sanfilippo Editore, 2000) dedicato a Pensiero e cultura letteraria dell’Ottocento e del Novecento.

L’affermazione non è di parte e, se a quelli elencati si aggiungono anche i nomi di D’Arrigo e di Pizzuto, punte di diamante della narrativa sperimentale del secondo Novecento, il quadro per ricchezza, vitalità, varietà e qualità delle testimonianze acquista davvero il carattere di unicum nella storia e geografia della letteratura italiana. D’altronde, come sottolinea Tedesco nell’introduzione, se «il fenomeno della unitarietà e continuità della tradizione dei siciliani si attesta nella modernità nel suo maturo configurarsi a metà Ottocento», è anche vero che dalla scuola poetica siciliana al Quattrocento (Beccadelli, Aurispa, Caloria), dai letterati del Cinquecento (Arezzo, Bagolino, Veneziano, Caggio, Giuffredi) ai lirici e autori di teatro del Seicento (Scipione Errico, Simone Rau, Tommaso Aversa), fino al Settecento (Meli e Tempio), per citare solo gli esempi più noti, «si afferma una letteratura dei siciliani non solo inserita nella vita culturale della penisola, ma soprattutto legata alle correnti più vive delle letterature europee, spagnola e francese in particolare».

Dalla metà del diciannovesimo secolo, per tutto il Novecento e fino ai giorni nostri, la Sicilia si pone in maniera più netta al centro di un sistema di rapporti culturali, artistici e letterari in cui la sperimentazione dei codici espressivi e di genere, imponendosi molto oltre la «dimora isolana», va a collocarsi in una dimensione decisamente cosmopolita. Tradizione e innovazione, «sicilitudine» e apertura verso il resto d’Italia e verso l’Europa, sono, dunque, i poli intorno ai quali si sviluppano le riflessioni degli studiosi che hanno contribuito a disegnare il percorso dell’ottavo volume della Storia della Sicilia. Sul taglio di questa iniziativa editoriale (inclusa in un progetto più ampio che comprende undici volumi di storia, cultura e arte siciliana dall’età antica fino alla contemporaneità, tra i quali l’undicesimo, curato da Natale Tedesco, è dedicato alla Sicilia dei viaggiatori) viene da riflettere innanzitutto in termini di metodo della storiografia letteraria. Quanto mai attuali in proposito, appaiono le riflessioni di Carlo Dionisotti (Geografia e storia della letteratura italiana) intorno all’esigenza di comprendere e descrivere i fenomeni linguistici e letterari italiani in una prospettiva storico-geografica che individui come loro peculiarità la tensione sempre attiva fra differenziazione regionale e spinta unitaria. L’attenzione rivolta a ricostruire la storia letteraria anche in relazione alle sue connotazioni spaziali e geografiche, oltre che temporali, sembra poi, in anni recenti, trovare sostegno anche negli orientamenti della fenomenologia. Fredric Jameson (Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo) ha scritto, infatti, che la storia sociale e culturale, esposta nella contemporaneità al corto circuito globalità-frammentazione, richiede più che in passato di essere studiata servendosi di una «cartografia cognitiva», cioè di un sistema di conoscenza che implica la rappresentazione, la raffigurazione spaziale e il concetto di «mappa».

Proprio come una mappa può essere, allora, letto e immaginato il tracciato dell’ottavo volume della Storia della Sicilia – il che implica anche un certo stimolo all’ avventura e alla scoperta -.  Si tratta di un viaggio guidato lungo le varie stazioni della letteratura siciliana dell’Ottocento e del Novecento: non soltanto gli autori più noti e i movimenti letterari di maggiore impatto, ma anche le strade meno conosciute e le voci eccentriche. Si fa la storia delle provincie (da Messina a Catania a Palermo, e così via) e la storia della regione ma sempre con una visione d’insieme rigorosamente scientifica che collega la storia e la geografia locale a quella nazionale ed europea. I contributi critici affrontano problemi e analizzano figure della storia letteraria siciliana valorizzando sia la microstoria che l’esigenza di stabilire un canone, fornendo ritratti critici nuovi di autori poco noti e bilanci sui maggiori. Nel corso della trattazione, ricchissima di notizie, emerge un fitto panorama di fermenti culturali – l’attività di circoli culturali e di riviste –, e s’impongono figure di scrittori solo apparentemente periferiche e marginali. Viene, inoltre, messa in luce la vivacità e la produttività dei contatti e delle collaborazioni tra i siciliani e gli scrittori del resto d’Italia e d’Europa.

La partenza del discorso è il “Rinascimento” siciliano. La riflessione teorica di Capuana (oltre che naturalmente la sua attività creativa) di cui scrive Antonio Palermo, la sperimentazione delle “maniere” e dei generi di Verga (dal feuilleton alle prove storico-patriottiche della narrativa giovanile, fino alla novellistica e al romanzo verista) analizzata da Fernando Gioviale, e il «realismo analitico e plurilinguistico» di De Roberto di cui discute da Natale Tedesco segnano l’iter attraverso il quale la Sicilia, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, ha assunto un ruolo fondamentale per la diffusione in Italia del naturalismo francese e per l’elaborazione delle poetiche del verismo e del realismo, attuando la sprovincializzazione della cultura letteraria dell’isola e della penisola e contribuendo alla definizione di una specifica identità siciliana nel panorama letterario non solo nazionale. Il “Rinascimento siciliano” si verifica, però, anche per il tramite di una serie di esperienze Prima, durante e dopo il verismo che, se anche non emergono di consueto nelle storie letterarie, tuttavia possiedono grande rilevanza: è il caso degli studi tra folklore e antropologia delle Parità di Serafino Amabile Guastella o del realismo romantico della Nana di Emanuele Navarro o anche del dibattito sul naturalismo che si accende intorno alla rivista palermitana “Il Momento” diretta da Giuseppe Pipitone Federico.

Nella sezione dedicata a Simbolismo e Futurismo. Le riviste, gli autori l’attenzione è rivolta a ricostruire le tappe del contributo siciliano alla diffusione delle avanguardie in Italia. E’ questo un nodo molto importante per comprendere il dinamismo e l’anticonformismo che caratterizza in quegli anni la cultura isolana, pronta a mettere in discussione una solida tradizione  – antica (il classicismo) e recente (il naturalismo e il verismo) – e a inserirsi con grande fervore d’intenti nel movimento di rinnovamento della letteratura e delle arti del Novecento. Il percorso storico-critico, disegnato da Rosa Maria Monastra, Anna Maria Ruta, Natale Tedesco, rileva una intensa e prolungata partecipazione da parte degli intellettuali locali al programma del movimento di avanguardia di Marinetti – che soprattutto attraverso le riviste si prolunga fino agli anni Trenta -, ma illustra anche le polemiche dei siciliani, che in più di un caso individuarono direttive poetiche proprie dissentendo con il Futurismo ortodosso in particolare dopo la svolta paroliberista del manifesto tecnico del 1912, nonché in seguito ai proclami interventisti di Marinetti.

Nel volume diretto da Tedesco la letteratura e la cultura siciliana dell’Ottocento e del Novecento è raccontata attraversando i generi – narrativa, poesia, teatro, scrittura critica e riflessione filosofica – e in questa direzione evidenzia codici espressivi, costanti e varianti stilistiche e linguistiche in un sistema dinamico che si muove tra tradizione e trasgressione anche all’interno dell’orizzonte più ampio della letteratura nazionale. Emergono figure di autori che si inseriscono di volta in volta all’interno delle grandi correnti artistiche e letterarie italiane ed europee – naturalismo e verismo, espressionismo, surrealismo, neorealismo, sperimentalismo, neoavanguardia, postmoderno-, ma un filo sotterraneo sembra unificare tutte le esperienze grazie alla persistenza di una tradizione autoctona di stili (classicismo e barocco) e di temi (solarità e lutto, razionalismo e follia, mito e ironia).

In particolare, quando si segue lo sviluppo della scrittura narrativa siciliana del Novecento, a cui è dedicata ampia trattazione nel volume a testimonianza del contributo fondamentale che fornisce al panorama della sperimentazione e dell’innovazione del genere in Italia, le scelte espressive dei singoli autori talvolta si illuminano a vicenda come all’interno di una sorta di genealogia letteraria e geografica. L’opera di un autore richiama quella di un altro (e non solo quelle degli autori del canone della letteratura italiana, ma spesso anche quelle di minori e minimi conterranei che fungono da anelli di raccordo).
Le riflessione intorno ai Prosatori del primo Novecento è inaugurata da una rilettura dell’opera di Pirandello da parte di Gioviale che, prendendo a prestito le parole di Savinio, definisce lo scrittore di Girgenti un «traghettatore». Questa immagine rappresenta nello scrittore siciliano il rapporto tra il teatro come «luogo della metamorfosi e dell’inquietudine» e la narrativa come strumento che permette di dominare il testo, ma è anche metafora di quel «crinale tra pura tradizione e radicale avanguardia» che fa di Pirandello «un uomo dell’Ottocento che traghetta se stesso e le sue creature nel furente caos del primo Novecento» fungendo da ponte tra l’isola, l’Italia e l’Europa. Un ruolo di ponte fra la Sicilia e l’Europa spetta anche a Rosso di San Secondo narratore, soprattutto laddove, attraverso i temi dell’ eros e della morte – temi tradizionalmente già inscritti «nella mappa antropologica e culturale dell’isola» (Flora Di Legami) – fa dell’isola l’oggetto e il soggetto di invenzioni narrative che si orientano sulle orme del futurismo e del surrealismo. Se, poi, ai primi del Novecento Giuseppe Antonio Borgese, tra saggistica e narrativa, segna la rinascita del romanzo in Italia in opposizione al frammentismo e al calligrafismo, I mimi siciliani di Francesco Lanza, più o meno negli stessi anni, mettono in scena la Sicilia come «regressione verso remoti archetipi pagani o addirittura animistici» (Antonio Di Grado) proprio in coincidenza con il recupero del primitivismo e dei linguaggi ancestrali e “selvaggi” dei movimenti d’avanguardia dai  fauves al dadaismo, dall’espressionismo al cubismo.

Nell’ambito dell’excursus dedicato alla narrativa, singolare è la ripartizione degli autori, a partire dagli anni Trenta fino ai giorni nostri, in sezioni che corrispondono alle loro aree geografiche di provenienza: La narrativa della Sicilia orientale, La narrativa della Sicilia occidentale, Lo sperimentalismo messinese, L’invenzione critico-narrativa dell’area palermitana. Si tratta in questo caso di una scelta che attraverso l’orientamento spaziale collega scritture e scrittori molto differenti tra di loro sotto il comune denominatore dell’appartenenza a differenti isole letterarie, linguistiche, culturali, storiche dell’atlante siciliano. Nel panorama della narrativa del versante orientale spiccano Brancati, Vittorini, Bonaviri, Mazzaglia, Bufalino. La Sicilia è sempre lo spazio-chiave delle narrazioni di questi autori. In Vitaliano Brancati, come mostra Domenica Perrone, l’isola è lo specchio dell’Italia e della cultura italiana tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta. I racconti di Brancati, strutturati intorno al «gioco del malinteso», al paradosso e all’iperbole, scoprono la «vena malinconica e riflessiva» dell’autore e contemporaneamente  sorprendono per la «rivelazione di un universo comico». Anche nel caso di  Elio Vittorini, rileva Perrone, il tema del viaggio fa della Sicilia un luogo che sta sempre al centro delle narrazioni tra la fuga e il ritorno, come metafora esistenziale, come simbolo di un percorso memoriale e mitico e come slancio utopico e costruttivo. Mentre il caso di Giuseppe Bonaviri, a partire dal romanzo d’esordio Il sarto della stradalunga, segnala nella scelta della Sicilia come omphalos da cui genera il racconto, la ricerca di uno spazio creativo che è luogo geografico ma soprattutto sito dell’invenzione della scrittura e «spazio prelinguistico» (Tedesco). Nell’itinerario che segue la produzione narrativa della Sicilia orientale s’incontra Giuseppe Mazzaglia, narratore che, pur avendo ottenuto il consenso di critici autorevoli, non gode di grande popolarità presso i lettori né di opportuna attenzione presso gli studiosi. Esordiente negli anni Sessanta (con La dama selvatica), la sua è da subito un’esperienza appartata che non si inserisce in una corrente o in una tendenza espressiva. Attento ai valori formali della scrittura, Mazzaglia fonda la ricerca narrativa sul rapporto tra verità e menzogna a partire dal tema dell’eros che emerge con accenti ora mitici ora grotteschi nella cornice di luce e ombre della Sicilia (Maria Di Giovanna). L’isola, questa volta come luogo di prigionia, è anche lo spazio del romanzo La diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino, in cui il reale si trasforma in artificio della scrittura e in tessuto fittissimo di rimandi intertestuali e di deformazioni di gusto barocco.

Nel versante della Narrativa della Sicilia occidentale, partendo ancora dalla “localizzazione”, si dà conto dei fondamentali sviluppi della scrittura di romanzi e di racconti dalla fine degli anni Cinquanta fino ai giorni nostri, mostrando le successive metamorfosi di quella che Tedesco nell’introduzione generale definisce la «doppia anima siciliana dimidiata tra regola ed eccezione, ordine e caos, tradizione ed eversione, equilibrio formale ed espressionismo». In quest’ottica si può rileggere oggi Tomasi di Lampedusa che nel Gattopardo fa esplodere dall’interno il sistema della narrazione tradizionale facendo posto ad una scrittura allusiva inserita a pieno titolo nell’orizzonte del grande romanzo novecentesco. Antonio Pizzuto sta sulla sponda opposta rispetto a Tomasi in termini di scelte espressive:  in Signorina Rosina e nelle successive opere narrative, la sua scrittura si può apparentare al futurismo, anche al surrealismo, per «il suo frugar dappertutto mutando prospettiva accostando rapidamente impervi pensieri sull’arte e farsesche battute di spirito, citazioni squisite a infantili giochi di parole, giudizi caldi e motivati a freddure e divagazioni» (Walter Pedullà). Dalla parte della sperimentazione delle forme narrative sta anche il neoespressionismo dei romanzi «burocratici» di Angelo Fiore. Mentre la scrittura di Leonardo Sciascia appare decisamente indirizzata verso la ricerca di un classico nitore quando racconta le problematiche della storia e della cronaca siciliana adottando un modello di prosa sempre meno romanzesco nell’accezione tradizionale e «sempre più imperniato sulla sperimentazione d’una “terza via” tra narrativa e saggismo» (Di Grado). La varietà delle soluzioni espressive dell’area orientale della Sicilia trova poi in Carmelo Samonà (Fratelli) testimonianza della vitalità della tradizione dello stile del barocco, arricchito nel caso particolare grazie alle influenze del Seicento spagnolo di Lope De Vega, Tirso de Molina, Pedro Calderòn de la Barca. Si arriva fino ai giorni nostri con Andrea Camilleri che si avvicina a Sciascia per la preferenza rivolta al genere del giallo di ambientazione siciliana, ma che sceglie una strada eccentrica nello stile e nella lingua adottando un «pastiche mistilingue sapido e grottesco» (Di Grado).
La sezione dedicata allo sperimentalismo messinese collega la narrativa di Beniamino Joppolo, di Stefano D’Arrigo e di Vincenzo Consolo nella direzione di uno stile innovativo e trasgressivo rispetto ai codici della letteratura italiana e siciliana. Joppolo, come risulta dall’analisi di Perrone, accoglie modalità espressive e tematiche del surrealismo da una parte (si veda la raccolta di racconti C’è sempre un piffero ossesso), e, dall’altra parte, si nutre del gusto per la deformazione espressionista (La giostra di Michele Civa  e Un cane ucciso). D’Arrigo, nel romanzo Horcynus Orca, racconta il moderno nostos di un pescatore siciliano dopo la fine della seconda guerra mondiale utilizzando un materiale di temi, di immagini e di parole che ha la sua radice nel terreno della tradizione siciliana, da Verga a Pirandello a Vittorini, ma che costruisce una grande invenzione linguistica e narrativa collocabile accanto alle maggiori prove narrative del Novecento, non solo italiano (Pedullà).

Natale Tedesco riflettendo sulla natura «non unitaria» della tradizione realistica della narrativa siciliana, che include elementi eterogenei appartenenti anche al versante dello sperimentalismo e della ricerca linguistica, discute il caso di Consolo, la cui scrittura «inquieta» incontra le sperimentazioni della neoavanguardia, il sistema espressivo di marca barocca e il romanzo postmoderno.

Il quadro che rappresenta le tendenze della scrittura in prosa comprende anche una riflessione intorno alla produzione critico-narrativa dell’aera palermitana: da autori come Michele Perreira e Gaetano Testa, legati al gruppo 63; alla scrittura tra giornalismo e letteratura di Gianni Riotta; all’«ossessione catastale» nei racconti di Roberto Alajmo; al giallo siciliano di Santo Piazzese.
Anche l’itinerario dedicato alla storia del teatro siciliano parte dall’ultimo decennio dell’Ottocento e dall’opera dialettale di Giusti Sinopoli e di Martoglio e dalla ricerca drammaturgica di Verga, Capuana, De Roberto per arrivare al Teatro del Novecento di Rosso di San Secondo, di Pirandello, di Aniante, di Joppolo e poi di Brancati e di Sciascia. A proposito di Pirandello Paolo Puppa parla di «teatro plurale», scandendo le fasi di un «percorso instabile» che, dalle opere dialettali degli anni 1910-‘15 al «salotto dialettico» del 1916-‘20 alla trilogia 1921-‘30 al teatro mitico, forzando i moduli di rappresentazione del naturalismo, rivolge lo sguardo al «palcoscenico sperimentale del tempo», alla verve trasgressiva delle serate futuriste, al surrealismo, al simbolismo, all’arte metafisica. Anche nel caso di Aniante, Rosso e Joppolo  Natale Tedesco indica come fondamentale il rapporto con le avanguardie europee e su questa base individua una «disposizione fantastica» comune ai tre autori: l’Addormentata di Rosso e l’enigmatica Gelsomino d’Arabia di Aniante sembrano allora molto vicine, così come si legano i motivi dell’isola mitica ne Il ratto di Proserpina di Rosso con l’approdo alle leggende cosmogoniche nella produzione teatrale che fa capo ai due atti di Le acque di Joppolo. I percorsi interni che possono seguirsi lungo il profilo dell’isola siciliana e di qui verso le altre letterature d’Italia e verso l’Europa sono molti e stimolanti. Quando si approda al discorso sul genere della poesia non manca ovviamente una panoramica relativa all’esperienza dialettale tra Ottocento e Novecento (in cui spicca l’opera di Ignazio Buttitta). Mentre il capitolo sulla Poesia del Novecento include un excursus intorno alle ricerche poetiche del primo Novecento, da Tito Marrone – anello di raccordo tra la tradizione classicistica e le nuove poetiche del crepuscolarismo e del simbolismo francese – fino allo stile “eterodosso” di Edoardo Cacciatore che si muove nell’orizzonte dello sperimentalismo nutrendo la scrittura con la riflessione ermeneutica e filosofica.

Il centro della sezione dedicata alla lirica siciliana del Novecento è occupato da un capitolo su Salvatore Quasimodo. Si tratta di un bilancio critico sull’opera di un autore che negli ultimi anni sembra relegato ad una zona di ombra nel panorama degli studi di poesia contemporanea, o di cui si valorizza quasi esclusivamente l’opera di traduttore. Natale Tedesco conduce sul filo della polemica una “difesa” vivace e articolata di Quasimodo e, con argomentazioni che vogliono sollecitare una più obiettiva valutazione dell’opera del poeta siciliano, storicizza elementi anche contraddittori presenti nella sua scrittura e nella sua esperienza civile e intellettuale. Il richiamo è a riconsiderare il particolare sperimentalismo tra ermetismo e realismo di Quasimodo, in cui miti, sentimenti, ricordi (l’isola-donna, la solitudine, l’infanzia) e problematiche esistenziali (i temi dell’esilio, della libertà, della giustizia), colti nella cornice isolana, diventano oggetto di riflessione ampia sulla storia italiana tra le due guerre, nonché anche termine di confronto attivo nell’attualità.

Così pure, nel caso di Lucio Piccolo, Tedesco si sofferma a valorizzare la ricchissima rete di interessi, suggestioni e influenze che agiscono nella scrittura: le letture del barocco spagnolo e la formazione musicale, il sodalizio epistolare con il poeta Yeats, l’amicizia con Tomasi di Lampedusa, Pizzuto, Sciascia, la cultura filosofica. Questo impasto di stili costruisce un tessuto poetico complesso che, tra suggestioni oniriche, atmosfere esoteriche e mitiche, lavora in Piccolo sull’alchimia del verso per rappresentare l’universo simbolico di una Sicilia ancestrale, luogo del «dormiveglia mediterraneo».

Tra le esperienze più interessanti della poesia siciliana del secondo Novecento, particolare attenzione viene rivolta a Angelo Maria Ripellino, ironico interprete della lezione delle avanguardie europee e del formalismo russo; a Armando Patti, ardito virtuoso della parola e eccentrico visionario; a Jolanda Insana, trasgressiva sperimentatrice della lingua tra comicità e arcaismo; a Maria Attanasio, scopritrice di metaforiche figurazioni geroglifiche tra eros e mente. Una testimonianza di scrittura poetica neoavanguardista, in anticipo sul Gruppo 63, è rappresentata, poi dai testi di Roberto Di Marco, Michele Perriera e Gaetano Testa (La scuola di Palermo) e dai rappresentanti dell’ “Antigruppo” che rivendicano l’esigenza di un’autonomia sperimentativa dentro e fuori la tradizione culturale isolana.

Nuova è la scelta di dedicare all’interno della storia della letteratura e della cultura siciliana un capitolo a sé, molto vario di prospettive per altro, a La ricerca al femminile dagli anni Cinquanta a oggi (Donatella La Monaca, Rosa Maria Monastra). Il discorso sulla scrittura femminile è, infatti, l’occasione sia per proporre o riproporre l’opera di autrici importanti, talvolta poco note, sia per fornire testimonianza di una costante attenzione da parte delle donne siciliane a definire il proprio ruolo intellettuale e artistico con autonomia e originalità (il fantastico della narrativa di Teresa Carpinteri e il realismo di Laura Di Falco; l’invenzione surreale di Livia De Stefani e l’impegno femminista di Dacia Maraini; lo sperimentalismo “a mosaico” di Silvana La Spina, le manipolazioni barocche di Silvana Grasso e la produzione tra giornalismo e saggismo di Maria Rosa Cutrufelli).

 Infine, occorre almeno menzionare gli importanti capitoli dedicati a La Critica letteraria (Massimo Onofri e Emma Giammattei) e a La ricerca filosofica dell’Ottocento e del Novecento (Corrado Dollo) in cui vengono illustrati orientamenti, metodologie e strumenti per l’interpretazione dei fenomeni letterari, e non solo, in una prospettiva di scambio e di confronto fra la periferia e il centro, fra l’isola, l’Italia e l’Europa, fra la tradizione e l’innovazione che, secondo l’efficace formula critica di Natale Tedesco, contribuisce a definire l’identità culturale «plurale» e «impura» della Sicilia.

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