Lug 22

Romanzo o saggio?

Non sei veramente fregato finché hai una buona storia e qualcuno a cui raccontarla.
A. BARICCO – Novecento

È proprio questo l’errore che hanno commesso la maggior parte dei romanzieri […]; che a forza di inventare storie […] hanno finito per creare una natura umana che non somiglia per nulla a quella che avevano sotto gli occhi, o per meglio dire, a quella che non hanno saputo vedere.
A. MANZONI – Lettre à M. Chauvet

Il più coerente e indefettibile apologeta della forma saggistica è stato, in Italia, negli ultimi venti anni, Alfonso Berardinelli. Già in un lontano articolo del 1983, egli individuava, risolutamente, nel più indefinito e proteiforme dei generi letterari, la forma più indicata per riflettere le irreducibili contraddizioni della realtà contemporanea:

Il saggio sembra il genere più adatto a registrare, inseguire, mettere a frutto le lacerazioni della cultura contemporanea, intrecciando e mescolando i codici, entrando e uscendo dallo “specifico letterario”, attraversando e adoperando scienza e giornalismo, diario intimo e discorso pubblico, dimostrazione e argomentazione.
(A. Berardinelli, L’esteta e il politico, Einaudi, Torino 1986, pp. 40-41)

Più di recente, un’attenta diagnostica della narrativa italiana ha potuto invece ricordare come risieda proprio nell’eclettismo linguistico e stilistico una delle risorse più importanti della forma romanzesca:

[Il romanzo come] genere plurimo, capace di annettere linguaggi diversi, di smembrare il proprio corpo per poi ricostituirne una nuova e più salda interezza. Nella pratica di una scrittura impura che si contamina con altre forme del narrare, nutrendosene, il romanzo vive di un continuo scambio, fra l’altro, con il genere del racconto, del diario e dell’epistolario.
(D. Perrone, Editoriale)

Alla stregua dei filosofi avversari di un noto racconto di Borges, apologeti del saggio e diagnostici del romanzo, inopinatamente, scoprono di essere la stessa persona. Ciò che, a ragione, pare stare a cuore agli autori delle citazioni ora riportate non è infatti la necessità di stabilire i fondamenti di un poco significativo primato fra romanzo e saggio, quanto piuttosto di individuare, al di là della casistica rigida del sistema dei generi tradizionali, una “forma” adatta a raccontare il mondo contemporaneo. E proprio il fatto che questa “forma”, eminentemente impura, possa scaturire dalla contaminazione dei linguaggi, e dalla circolazione trasversale, nell’opera, di stili differenti, è ciò che, alla fine, pur vedendoli partire da opposte sponde, avvicina critici di orientamento diverso.

La discorsività come soluzione all’esigenza di raccontare la complessità, pare quindi, da qualunque prospettiva si guardi alla questione, la risposta più convincente. All’improbabile priorità dilemmatica del primato fra romanzo e saggio, si finirebbe, dunque, per far fronte con il doppio compromesso di una scrittura impura che nelle molteplici possibilità offertegli dai suoi registri non disdegna di contaminare il racconto con il corredo discorsivo della riflessione saggistica, o di innestare sul tronco più robusto del saggio la gemma vegetale e lieve dell’invenzione narrativa.

È anche vero, tuttavia, che la prospettiva ora messa in luce non esaurisce da sola le possibilità della scrittura narrativa e che numericamente cospicua si sia andata formando, soprattutto negli ultimi anni, una pattuglia di scrittori meno significativi che nell’artificio del racconto o nell’illusione suprema delle “storie”, hanno inteso come assolto a pieno il loro ruolo di testimoni di un’epoca.

Ed è proprio a questo meno esaltante settore della produzione romanzesca contemporanea che Claudio Magris ha voluto fare riferimento in un suo articolo recente. Dopo avere sintetizzato nell’immagine della “lancia di Achille che ferisce e guarisce”, con cui fra l’altro si apre il sito, le acquisizioni sul romanzo dell’estetica moderna da Hegel a Lukàcs (il ferimento come simbolo della frattura che la modernità ha prodotto nel rapporto dell’uomo con la natura, e della perdita dell’unità originaria dell’epos, la guarigione, all’opposto, come espressione di una indefettibile vocazione sintetica a cui la migliore tradizione romanzesca assolverebbe abbracciando le lacerazioni del mondo moderno in una rinnovata totalità), il critico triestino, non ha esitato a individuare il limite di certa produzione narrativa, proprio nella sua costante tentazione a sottrarsi e a indietreggiare di fronte alla natura irriducibilmente complessa della postmodernità:

Il romanzo è stata la voce del moderno, la sua poesia, il suo tribunale e la sua contestazione. Ora tutto questo sembra finito. […] La media produzione romanzesca sembra fiorire rigogliosa, almeno sul piano quantitativo, nell’assoluta ignoranza del mondo e della sua trasformazione, nella tranquilla non presa d’atto della realtà; la maggior parte dei romanzi assomigliano a telefoni a cornetta.
(C. Magris, E’ pensabile il romanzo senza il mondo moderno?, in AA.VV, Il romanzo, vol. I, La cultura del romanzo, Einaudi, Torino 2001, p. 880)

Per un romanzo che rinuncia a confrontarsi con le realtà materiali e immateriali della nostra epoca, con le essenze biologiche di una residuale umanità o con i codici binari dell’implosione multimediale, è quasi scontato che all’immagine solenne e ideale della lancia di Achille si sostituisca, sintomaticamente, quella gretta e un pò rétro dei vecchi telefoni a cornetta:

Il romanzo medio assomiglia sempre di più a quei generi letterari invecchiati e stantii che il grande romanzo moderno, erompendo violentemente sulla scena, aveva spazzato via.
(Ibidem)

In un mondo votato alla produzione di beni superflui, soffocato dall’accumulo di oggetti solo rottamabili, era forse inevitabile che anche il romanzo andasse incontro a un preciso destino di merce. Sempre più numerosi, artificiali e freddi, esemplari prodotti in laboratorio affollano gli scaffali delle librerie e dei supermarket: romanzi depotenziati, ridotti a surrogato di valori estetici, che intercettano, gratificandolo, proprio come se si trattasse di un telefono a cornetta, il gusto un pò kitsch dell’onesto acquirente medio.

Nella palude prodotta dall’alluvione torrenziale delle “scritture”, al lettore consapevole non resta altro compito che quello proibitivo dell’eroe che provi ad orientarsi nelle mitiche stalle d’Augìa, in linea, del resto, con la possibilità ormai solo “eroica” di vivere criticamente questa contemporaneità.

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