Lug 22

“Labilità” di Domenico Starnone

 

Il nuovo romanzo di Domenico Starnone, Labilità (senza l’apostrofo, come tiene a precisare lo scrittore stesso), è un libro inquietante che riesce di sicuro a suscitare quel “disagio” che un buon libro, secondo l’autore, deve procurare nel lettore.

Basato su un’esibita metaletterarietà, questo romanzo riesce a fondere perfettamente il vissuto dell’autore con le immagini della sua fantasia, con i fantasmi dell’infanzia, età in cui la finzione prende spesso il posto della realtà, con il ripetuto gioco dell’imperfetto – “Io ero, tu eri” – che consente di inventarsi tutte le identità possibili e mettersele addosso con estrema semplicità.

A tale proposito Starnone, in una recente intervista ha dichiarato che “il lavoro del vecchio scrittore è ritrovare il bambino che è stato. Con pena, con febbre. Però deve farlo. Siamo tutti bambini con la barba lunga” (“la Repubblica”, 15 gennaio 2005).

Il romanzo narra le esperienze di un maturo scrittore, figura sicuramente auto-biografica, alle prese coi fantasmi del suo inconscio. Labilità si configura come un’autobiografia intellettuale, in essa si inserisce poi la storia del libro che il protagonista sta scrivendo, e l’intrecciarsi dei due piani narrativi è talmente fitto da risultare, a tratti, inestricabile.

Il protagonista è infatti impegnato nella stesura di un romanzo che sul filo della memoria lo porta a seguire le orme del passato e a riesumare figure ed episodi dell’infanzia. Tale percorso lo porta anche a scoprire la radice prima della sua ispirazione di scrittore e ad indagare a fondo sul “guasto” della scrittura. Egli, in altri termini, si interroga sulla condizione di labilità che ha sempre tormentato la sua vita e continua a farlo, nonostante gli anni e l’esperienza.

Il viaggio nel passato porta il protagonista a ricreare nella sua mente le immagini dei genitori. E se centrale, nel precedente romanzo del 2001, Via Gemito, era stata la figura paterna, che per altro qui ritorna identica (“ferroviere-artista”), adesso Starnone concentra la sua attenzione sull’ammaliante figura materna.

Sebbene l’autore, all’interno del romanzo, faccia dichiarare al suo protagonista di “detestare” Freud, tuttavia crea una perfetta dinamica edipica tra i tre membri della famiglia: ostile al padre-Laio (al punto tale che questi dovrà morire più volte perché ogni avversione svanisca nell’animo del figlio), il protagonista è invece fortemente attratto dalla madre-Giocasta (come lui stesso la definisce).

La madre se ne tornerà nel mondo dei morti solo dopo aver tentato, inutilmente, di salvarlo dal vizio della scrittura, dalla sua malattia di labilità che consiste nell’essere “stunati” cioè nell’essere “fuori tono” rispetto alla realtà, come spiega Starnone sempre nell’intervista citata. Qui, oltre tutto, egli aggiunge: “Bisogna essere molto abili per vivere in un mondo labile”, e cita, come esemplificazione di tale abilità, un’altra figura centrale del romanzo: il giovane Gamurra, scrittore di successo, alter ego rovesciato del protagonista, che sa come stare al mondo, riesce a scrivere senza fatica e a “fabbricare realtà” nei suoi libri.

Gamurra è sfrontato, arrogante, sicuro di sé e la personalità ‘malferma’ e tormentata dell’io narrante non riesce a sopportare il confronto con lui. La figura del giovane rappresenta tutto ciò che il protagonista di Labilità non è mai riuscito ad essere, e che in fondo, forse non avrebbe neanche voluto. Per lui la letteratura, infatti, seduce e ammalia perchè si discosta dalla vita reale, permette di allargare orizzonti e di attraversare mondi paralleli, di moltiplicare all’infinito il presente e il passato, in un vortice di esperienze e sensazioni precluse alla dimensione puramente referenziale dell’esistenza.

Questa idea di letteratura nel romanzo tuttavia è spesso accomunata anche alla Morte, intesa proprio come perdita di se stessi. C’è un dialogo che, pur nella sua concisione (in sintonia con tutti gli altri dialoghi), è molto eloquente: Nadia, l’amante dello scrittore, un giorno entra nello studio dove lui lavora incessantemente al suo libro e spalanca le finestre:

“Così fai entrare il caldo” disse, “C’è un odore pesante”. “È l’odore della scrittura”.”Veramente sembra di morte”. “È la stessa cosa”.

La letteratura quindi “è la stessa cosa” della morte, annulla l’individuo, gli fa perdere ogni contatto con la vita reale; e non è un caso che l’interlocutrice dell’autore sia Nadia. Scrittrice anche lei, (in tutto il romanzo si presenta come l’incarnazione della finzione letteraria) questo personaggio porta lo scrittore a vivere una vita non sua, a inventarsi il ruolo inedito del vecchio adultero, a fingersi diverso da com’è.

Ultimato il suo libro, il protagonista sentirà infatti svanire l’attrazione verso di lei e ricomincerà ad avvertire la mancanza della moglie, Clara. Figura di donna antitetica a Nadia, questo personaggio è l’immagine della concretezza, è l’ancora che tiene il protagonista legato alla realtà, scandendo la sua quotidianità con piccoli e fondamentali gesti. Il suo ruolo è paragonabile a quello della madre dello scrittore nei confronti del marito: donna concreta a pragmatica, alle prese con un marito ‘artista’, ha vissuto il suo ruolo di moglie con grande dedizione, prendendosi cura di lui per tutta la vita. Come lei Clara è consapevole di essere di fondamentale importanza per il marito anche in virtù di quelle cure e domande rituali che gli rivolge di continuo: lei è la custode delle sue debolezze, lo aiuta a restare aggrappato alla realtà, impedendo che la sua mente si perda dietro ai molteplici fantasmi dell’immaginazione.

Labilità, dietro i toni a volte lugubri e inquietanti, nasconde in sé una forte carica positiva, una sincera fiducia nella letteratura e nella vita. La necessaria compresenza di questi due mondi (finzione letteraria e vita vissuta) non poteva trovare probabilmente espressione migliore che nell’essenziale eppure pregnante dialogo di chiusura che si svolge tra i due coniugi:

“Di me ti ricordi?” le chiesi.”Disgraziatamente sì.” “Io ci sono.” “Anch’io.” “È questo che rende imperfetto ogni gioco, ma va bene così.”

Domenico Starnone, Labilità, Feltrinelli, 2005.

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