Lug 22

Cosa chiedere, oggi, al romanzo?

(di ANTONIO DI GRADO)

Cosa chiedere, oggi, al romanzo? Gli abbiamo chiesto di tutto, di mettere ordine nel mondo o di mimarne il caos, di rifletterlo come in uno specchio o di smontarlo come un giocattolo, di fare propaganda o di esaltare l’orrore, di raccontarci la società o di inabissarsi nella psiche, di straniarci o di radicarci vieppiù, di rivelare o mentire, di convincere o turbare e così via esigendo.

E il romanzo, servizievole e duttile, ha sempre risposto: è nella sua natura metamorfica adattarsi alla forma in cavo del presente, incarnarne le contraddizioni e patirne gli incubi; e mettersi in discussione, esibire i suoi trucchi e inventarne di nuovi, piegarsi di volta in volta alle necessità e sfruttarle scaltramente come quei pìcari, quei trovatelli, quei reietti, quegli ingegnosi naufraghi e quelle accorte ladre o serve o puttane, che ne popolarono i primi paesaggi.

E ce ne vorrebbero, di quei guastafeste, nel romanzo italiano d’oggi così rassettato e perbenino, a far pipì sul tappeto del tinello, a disegnar le corna sul ritratto del nonno. Che cosa ci raccontano invece, fatte salve pochissime eccezioni, i sedicenti romanzieri che gremiscono le vetrine? Infanzie pustolose e votate all’onanismo nelle penombre d’un collegio o della provincia; ritorni alle radici (molto spesso, ahimé, siciliane) di intellettuali emigrati, frustrati professionalmente e abbandonati delle mogli; malati terminali che si confessano ai figli e figli drogati o ex-terroristi (ma mai nessuno che ci racconti davvero gli anni di piombo!) che piangono in grembo alla mamma; arcadie contadine venerate come templi della memoria e solitudini metropolitane inevitabilmente corruttrici; donne che corrono coi lupi e che poverine c’hanno il vuoto-di-senso; scrittori che non riescono a scrivere e che s’incaponiscono a sottrarre braccia all’agricoltura (le loro e quelle degli autori); e così via tediando, fino all’argomento principe della romanzeria di consumo otto-novecentesca: sì, sempre lui, l’Adulterio, il triangolo originario (‘isso, ‘issa e ‘o malamente), lo spettro del tradimento femminile che si aggira (altro che Marx ed Engels!) nelle coscienze borghesi, ovvero – dall’altra parte della barricata sessista – il timor panico dell’abbandono o la cauta trasgressione di qualche attardata Bovary.

Già, proprio così. Siamo ancora in piena cavalleria rusticana o tutt’al più nei salotti viennesi dei pazienti di Freud. Che tema sprecato, il Tradimento, se non si tradisce che un coniuge! Tradiscano la patria, le fedi, gli ideali, siano degni di Giuda o di Jago, vadano a militare a Salò o a rapire Moro, riscrivano se sono capaci I demoni o il Voyage au bout de la nuit, ma non rompano coi loro problemucci personali o con quelli, altrettanto stantìi, dei loro quattro amici al bar… Quando il romanzo diventa autobiografia e non si riesce a esplorare il possibile, a travalicare ere e latitudini, e quando poi quella biografia è l’asfittica routine d’un travèt della penna malmaritato e magari pure deluso dal Partito, be’ allora non resta che replicare la nobile scelta di Jacopo Ortis: ma non nella pagina.

E fin qui stiamo parlando solo di temi. E la forma dell’odierno romanzo nostrano? Frattaglie ermetico-solariane in salsa neorealista, aure trasognate e distratti furori, prosette educate e lingua da terza liceo alle Orsoline. Poche le isole felici: l’espressionismo della scuola palermitana e il grottesco di Giuseppe Montesano, l’affresco-sonata di Filippo Tuena, la regressione sado-narcisistica di Domenico Starnone, le minime immoralità dei nipotini di Carver, la piccola bottega degli orrori dei nipotini di Tondelli… e certo ci sarà altro da aggiungere, da chi legge i novissimi più e meglio di me.

Ma altra è la questione: cosa e come raccontare? In assenza di un Musil, o nel caso nostro di uno Sciascia, che passino i temi dell’ultimo trentennio sulla lama della loro affilatissima intelligenza analitica, in assenza d’una sperimentazione all’altezza dei linguaggi – brucianti come quei temi – della modernità, in assenza d’una Woolf che interiorizzi e moduli le nuove consapevolezze femminili o d’una Ortese che le trascenda sfiorando l’indicibile, o ancora d’un Faulkner (ma anche d’un Tozzi) che dalla ferocia della provincia faccia sprigionare – per dirla con Vittorini – il “ruggito dell’iperbole”, a noi poveri critici non resta, forse, per ora che provare ad aggiornare il canone, a riscrivere il Novecento a ritroso stabilendo valori e gerarchie dal basso del suo drammatico crepuscolo, a decretare nuovi maestri e modelli di stile e di etica intellettuale per una letteratura che voli più alto e respiri a pieni polmoni.

Ad altri (a chi?) fare l’Italia e gli italiani.

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