Lug 14

“La luna di carta” di Andrea Camilleri

Dopo avere letto il nuovo romanzo di Andrea Camilleri, La luna di carta (Sellerio, 266 pagine, 11 euro, da oggi in libreria), con al centro ancora una volta le avventure del commissario Salvo Montalbano, viene alla mente un passaggio, fondamentale, della Voce del violino: quello che fa riferimento alla vicenda di Edipo, protagonista, suo malgrado, di “una bella storia gialla”.

Dalla tragedia, infatti, lo scrittore di Porto Empedocle era riuscito a ricavare una sorta di paradigma indiziario esemplare, in forza del quale ogni investigazione, in fin dei conti, può rivelarsi alla stregua di uno sprofondamento nei meandri più impenetrabili della coscienza. Per averne una prova, basta rileggere La pazienza del ragno (2004), dove ad avere la meglio, alla fine di una storia di torbidi interessi, era proprio la catarsi, tipica del teatro greco.

Col nuovo romanzo, Camilleri si spinge ancora più in avanti, costringendo il suo antieroe a misurarsi pericolosamente con l’horror vacui. Un antieroe, va detto, sempre più consapevole del fatto che la vecchiaia avanzi minacciosa e subdola, e quasi rassegnato a cedere le armi. Montalbano, da qualche tempo, è diventato più fragile, il suo fianco ora è definitivamente esposto alle incursioni della paura e dell’angoscia, la sua memoria si inceppa e fa i capricci.

Ma c’è soprattutto un pensiero ricorrente, che si affaccia al risveglio, e che terrorizza il commissario e sadicamente lo tortura: “Quanno viene il jorno della tò morti…”. La signora nera e ossuta, armata di falce, e incappucciata fa visita al commissario di Vigàta, alle prime luci dell’alba, per far tintinnare il suo inquietante “memento”. Montalbano cerca di correre ai ripari, sistemando sul comodino una sveglia, il cui scatto della molla gli consente di non lasciarsi sorprendere.

A farsi cogliere alla sprovvista dalla morte è invece Angelo Pardo, un informatore medico-scientifico, il cui cadavere viene rinvenuto orrendamente mutilato e oscenamente atteggiato. Una fine oltraggiosa, la sua, con un carico di mistero a tutta prima impenetrabile. A complicare la faccenda, ci pensano due donne: Michela, la sorella del morto, apprensiva e asfissiante sino all’inverosimile, dal fascino sinistro e inquietante, e Elena, l’amante, sinuosa come una “gattoparda”, bella e intelligente, sempre in agguato sulla sua preda. Tra l’incudine della prima, pronta a fare carte false pur di non infangare la memoria del fratello, e il martello della seconda, sensuale a tal punto da far sudare pure una statua, il commissario Montalbano non ha vita facile.

Per non parlare poi di alcuni cadaveri eccellenti, quelli di un ministro e di un avvocato molto in vista, appartenenti all’area politica della maggioranza, rispettivamente stroncati da due infarti, per la cronaca, e invece uccisi da due partite di cocaina tagliata male. Ci sono, come al solito, due vicende parallele, che scorrono all’interno del romanzo, e che sono destinate a incrociarsi. Nel frattempo, Montalbano si trova costretto a fare i conti con strani codici, nascosti nel computer di Angelo Pardo, e con lettere minatorie probabilmente apocrife; con le reticenze di Michela, introversa e timida apparentemente, ma capace di sfuriate, cui dà la stura quasi sotto possessione, e le vicissitudini di Elena, provata dalla droga e dalla vita.

Questa volta il caso è davvero complesso, l’indagine maledettamente complicata, un vero e proprio “gnommaro”, per dirla con Gadda. E non è facile, in una situazione del genere, distinguere la verità dalla menzogna, leggere tra le righe delle diaboliche apparenze. Da qui, il titolo del romanzo:

Quann’era picciliddro – ricorda Montalbano – una volta so patre, per babbiarlo, gli aviva contato che la luna ‘n cielu era fatta di carta. E lui, che aviva sempre fiducia in quello che il patre gli diciva, ci aviva cridutu. E ora, maturo, sperto, omo di ciriveddro e d’intuito, aviva nuovamente criduto come un picciliddro a dù femmine, una morta e l’altra viva, che gli avivano contato che la luna era fatta di carta.

Ma quando Montalbano capisce che non è cartacea la luna, quando si trova faccia a faccia con la verità, lo spettacolo che gli staglia di fronte è quasi insostenibile. Inaccettabile. Il lago viola e profondo degli occhi di Michela, nel quale tutti i maschi vorrebbero tuffarsi, si trasforma in un’immonda palude, nelle sabbie mobili di una vita famigliare torbida, in cui l’amore può trasformarsi, empiamente, in incesto (e qui torna Edipo). In cui l’innocenza più sfacciata può celare, sinistramente, minacciose zone d’ombra.

Montalbano, consapevole dei guasti che la vecchiaia si diverte a disseminare sul suo corpo e sul suo animo, si specchia nelle acque limacciose di questo sudicio stagno, e l’immagine riflessa quasi lo atterrisce. C’è, sempre, nelle pagine di Camilleri, una compassione simenoniana, una sorta di stizzita pietà per le vittime, spesso indifese anche se apparentemente armate sino ai denti. Ma insieme, c’è anche lo sgomento, per aver intrapreso un viaggio dritto all’inferno, in quella terra desolata da cui ben pochi riescono a fare ritorno.

luglio 2005

Andrea Camilleri, La luna di carta,Sellerio,Palermo 2005

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