Lug 13

Segni d’oro

(CINZIA PINELLO)

Segni d’oro di Domenico Starnone, edito del 1990, presenta non poche affinità con l’ultimo suo romanzo, Labilità (2005). Tale scoperta intertestualità fa pensare che la scrittura dell’autore ruoti intorno a dei nodi autobiografici forti che egli trasforma in temi letterari, declinandoli di volta in volta in modo diverso.

Tra i temi ricorrenti nelle opere di Starnone vi è il rapporto con il padre, che in Segni d’oro è un po’ in sordina, ma è comunque presente: il libro è infatti dedicato al padre e inoltre compare anche qui una sorta di conflittualità tra questa figura e il figlio che manifesta velleità letterarie.

In secondo luogo ha un notevole rilievo il rapporto di coppia: nel romanzo del Novanta la dinamica marito-moglie è identica a quella che poi sarà ripresa in Labilità.

La vicenda narra di un uomo e della moglie Virginia: lui è un aspirante professore universitario che però finisce col fare il bibliotecario, lei è un’insegnante. I due si trasferiscono da Roma a Montemori, piccola cittadina infestata dall’inquinamento industriale e ‘dominata’ da una famiglia di imprenditori, i Sani Mortella.

Montemori è una sorta di anti-eden, i fiumi hanno il colore del catrame, i pesci sono tutti morti, il cielo è grigio e rossastro. Qui il protagonista intreccia alla sua triste attività da bibliotecario una non meglio precisata attività di ‘studioso’: egli in realtà scrive tesi di laurea su commissione, dando così libero sfogo alla propria passione per la lettura e per la poesia in particolare. Passione che lo porta a vivere immerso in una sorta di “distrazione letteraria” che lo aliena a tratti dalla realtà circostante e da se stesso:

Questa distrazione da letterato mi prendeva sempre più spesso, anche quando parlavo con Virginia. Lei mi diceva: il parrucchiere. E io mi ricordavo del tempo di una volta, dei suoi denti, degli occhi, di quando Amor del suo piacer m’avea preso, in ogni membro e fòr d’ogni misura. Né avevo conosciuto donna alcuna che d’or capelli in bionda treccia attorse, sì bella; anche se era bruna e non portava treccia. Mi sentivo dentro una nostalgia di passione furibonda. E cercavo di capire se ancora gli occhi suoi brillavan più dell’amorosa stella. Non mi pareva. Del resto, anche i capelli: mah. Avevo detto sì, distrattamente: “mi sembra una buona idea”. Così lei era andata dal parrucchiere ed era tornata coi capelli corti, che poi si era trattata con l’henné. (p. 20)

Una distrazione che diverrà nel 2005 la condizione di “stunatu” del personaggio narrante di Labilità.

Nella nuova cittadina viene chiesto al bibliotecario-studioso di intervenire nella celebrazione del centenario della nascita di Francesco Sani Mortella, il fondatore della prima fabbrica, e nel contempo gli viene commissionata una tesi sulle Ultime lettere di Jacopo Ortis del Foscolo.

Il protagonista decide di partecipare al centenario, ma da dissidente, mettendo a nudo i particolari segreti e scabrosi della vita del commemorato, e insieme decide di accettare il lavoro per la tesi. Compie così un viaggio sui colli Euganei per verificare la attendibilità storica delle lettere di Ortis e anche per intervistare degli ex operai della fabbrica di Montemori, in particolare una certa Laura Morone, che aveva avuto una relazione scandalosa con Francesco Sani Mortella. In questo modo le due ricerche, la letteraria e la sociale, si incrociano.

Non appena il protagonista arriva a destinazione incontra però Elena Morone, nipote della vecchia ex operaia, e tra i due nasce una relazione, che anticipa le movenze della storia extraconiugale tra l’io narrante e la Nadia dell’ultimo romanzo.

Il personaggio principale di Segni d’oro vive però attraverso il filtro della letteratura: è un inetto alla vita e all’azione e riesce a trovare verità e bellezza solo nei versi degli antichi poeti, nelle parole già scritte:

Avevo solo l’impressione che la verità fosse più dentro le parole già dette che in quelle che si potevano dire. Di conseguenza la memoria verbale mi era diventata particolarmente vigile e, a ogni anche vaga sollecitazione, si accendeva come un flipper tintinnando di spezzoni sonori ben torniti per ogni suggestione di pupille, d’abiti, di luce. Solo che più vivace diventava il verbo, più mi sembrava frusto il mondo: immondo mondo, una volta giocondo e ora, invece, al fondo. (p. 14)

È per questo che non può fare a meno di intercalare al proprio frasario i versi e le espressioni dei suoi amati maestri, Dante, Petrarca, Frescobaldi, Foscolo; tali versi sono comunque inseriti da Starnone all’interno di una lingua per nulla connotata espressionisticamente o tendente alla magniloquenza. Il contrasto che si viene così a creare tra ‘l’aulico e il prosaico’ dà un colorito vivace e interessante alla narrazione.

Il protagonista tenta inoltre di scrivere un diario di viaggio che abbia una qualche valenza letteraria: compra un grosso quaderno a gigli angioni e si ripropone di riempirlo per intero con delle notazioni frequenti e di vario argomento. Rileggendosi però non può fare altro che constatare di continuo il proprio totale fallimento, l’impossibilità di raccontarsi con parole nuove che non siano, appunto, già state dette e usurate da secoli di reiterazioni. Con sguardo spietato e con un’amara ironia legge e rilegge le proprie frasi e non riesce in alcun modo a riconoscervisi, a trovare loro una qualche funzionalità:

Mi occorrerebbe ricordare la faccia dei camerieri, quello che proponevano, come ci guardavano. E il nome dell’albergo con annesso ristorante, l’esatta ubicazione, il numero della stanza, la forma del posacenere sul comodino, se portavo scarpe da ginnastica o macassini o sandali. Sono queste e altre cose che si dimenticano subito e che uno vorrebbe annotare, il danaro speso diventa cifra soltanto sommando dettagli.
Invece ho messo lì, sulla prima pagina di un quaderno a quadretti comprato per l’occasione, una E puntata, come nei diari delle persone di rilievo quando si decide di stamparli e non si vuole offendere la gente menzionata. A me e a questa E.ho attribuito molte cupe riflessioni “componente servizio che va pervadendo tutto il tessuto produttivo”, alternate a congetture sulla “lingua ingrata” di Tetrarca che, se parole fa, sono imperfette. Quindi, in solitudine, ho ipotizzato per iscritto che lei provasse “desideri ondulati di colore rosso per le vie di Arquà” […].
Bella roba. Non oso aggiungere altro. È sufficiente per spiegare che oggi, rileggendomi, non riesco a capire nemmeno io cosa volessi dire. Tra tante righe l’unico particolare di rilievo e che questa E., a sera, beveva acqua minerale: ma attinta a quale fonte, imbottigliata dove, pagata quanto? Non lo so. (pp. 9-10)

La letteratura per il protagonista del romanzo deve avere una propria concretezza e una dimensione veritiera, tutto il resto si riduce solo a inutili segni su un foglio. Da qui il titolo Segni d’oro (diffusamente spiegato in chiusura): i segni d’oro sono le parole ben spese, ben dosate che, una volta impresse sulla pagina, restano indelebili e aiutano l’uomo anche e vivere le proprie emozioni, anche ad affrontare il dolore.

Il bibliotecario a un certo punto decide di lasciare la moglie e vivere fino in fondo la passione travolgente per Elena, ma ben presto, rimasto solo in paese, costretto a vivere nella biblioteca comunale entro l’orizzonte asfittico delle proprie aspirazioni frustate, si rende conto di non avere mai amato veramente quella ragazza e di aver solo seguito delle suggestioni letterarie che avevano contribuito ad offuscare la realtà dei fatti. Scrive anche un opuscolo su Francesco Sani Mortella e vi inserisce la narrazione della passione che lo legò all’operaia Laura Morone, lo scrive con chiaro intento polemico, sperando di suscitare la reazione della classe operaia e invece è costretto a costatare, con grande delusione, che l’opuscolo piace a tutti solo per quelle “pagine patinate” in cui si parla d’amore (pp. 131-132).

La delusione è totale e coinvolge tutti i campi della vita del protagonista; egli alla fine si rende conto che le uniche cose reali, che hanno qualche valore risiedevano nella sua vita di un tempo e decide così di ritornare con la moglie (una riconciliazione poi ripresa, con maggiore intensità e profondità, in Labilità), con la raggiunta e ‘sollevante’ consapevolezza, da parte di un uomo che per tutta la vita era andato alla ricerca di una nuova “felicità adolescenziale”, di non essere mai stato felice: perché la felicità, come lui stesso affermava nelle prime pagine del romanzo, consiste in un “interstizio tra il desiderio inattuato, forse inattuabile, e la tradizione verbale che gli fa da supporto, lo anticipa, lo circuisce, lo dice e lo ridice, e te ne fa godere” (p. 32):

Il denaro passa da una nefandezza all’altra, ma porta solo segni d’oro. Come le parole, quando sono ben scelte e ben spese: soprattutto quelle scritte.
Da ragazzo mi piacevano tutti i libri, quelli ameni in particolare. Io non mi piacevo. Non mi piacevo perchè ero infelice. Nei libri invece mi pareva che anche il dolore, una volta scritto assumesse la forma della felicità, ma ora che la nota è pronta e le somme sono state tirate, mi accorgo con sollievo che in effetti non sono stato mai felice. (p 143)

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