Lug 13

“Scrittori d’Europa 2007” a cura di Domenica Perrone

“Quando una lingua si zittiva, un’altra lingua le dava il cambio ciarlando”. L’epigrafe di questo volume (Scrittori d’Europa 2007, a cura di Domenica Perrone, Bonanno editore), che raccoglie i racconti di alcuni tra i più rappresentativi autori europei contemporanei, l’ha scritta involontariamente uno di loro: si tratta di Koen Peeters, cui si deve Piccolo romanzo europeo.

Un testo canettiano, del Canetti della Lingua salvata per intenderci, in cui la memoria si compone dell’albero genealogico delle lingue europee, e l’universo viene a coincidere con lo spazio chiuso, ma solo in apparenza tale, del vocabolario, sterminato campo di battaglia, come lo immaginava Giorgio Manganelli, disseminato di cadaveri di soldati pronti inopinatamente ad animarsi.

Vivere, per chi dice io in queste pagine, significa dar sfogo a una sorta di irrefrenabile empito classificatorio, a una coazione tassonomica: non per nulla il racconto si apre con una citazione tratta dal Sistema periodico di Primo Levi. Il bisogno d’ordine, di compostezza e armonia è però solo un velleitario gesto apotropaico, il tentativo di arginare un’entropia irreversibile.

Racconto di una nuova Babele, ancora più spietata e apocalittica, Piccolo romanzo europeo è una specie di incubatrice d’inchiostro: in essa le parole appena germinate hanno una remota possibilità di sopravvivenza. Grandiosa e insieme fragilissima metafora della letteratura. Peeters è uno scrittore auricolare: mostra una sensibilità estrema nei confronti di echi, rumori, frantumi. I minimi sussulti vengono registrati, ma anche gli strepiti assordanti. La vita che se ne vuol stare al riparo, lontana dai clamori, e la guerra che rimbomba col suo immondo frastuono. Il tutto, reso attraverso un montaggio sperimentale, che segue un procedimento analettico. Si può crivellare la cronologia, vuol dirci l’autore, senza per questo apparire avanguardisti d’altri tempi. Ma solo se il procedimento messo in atto trova una sua giustificazione nel cuore stesso del racconto.

E al mondo che va in decomposizione, per via della guerra che devasta e incenerisce, si oppone invece la putrefazione che si consuma tra le pareti di casa dell’artista recluso, tratteggiato da Alessandro Piperno. Allo sguardo sulla carcassa del pianeta, uno sguardo panoramico e però in grado di isolare anche un dettaglio minimo, si alterna, nelle pagine dello scrittore romano, il piglio claustrofobico che mette in luce tic e manie di un singolo individuo.

Arguto chiosatore di Proust, Piperno sembra oramai aver fatta sua la scrittura olfattiva dello scrittore francese: le fragranze, gli odori, gli effluvi vengono rubricati con precisione scientifica.

Ricordo confusamente che la mia preoccupazione maggiore era di non sentire alcun odore. Io odio gli odori cattivi e amo troppo morbosamente quelli buoni. L’odorato è il mio senso più vivo, la cui vitalità mi ha sempre spaventato, come una cosa pericolosa.

E pian piano, il profumo di pane appena sformato che emana il fratello del protagonista del racconto, lascia la scena ai miasmi della decomposizione cui questi è condannato. E una sorte simile, anche se metaforicamente trasposta, è riservata allo scrittore recluso cui si allude nel titolo. Uno scrittore la cui vita è sofferenza, mortificazione. Pratica masochistica: Piperno, come Truman Capote, usa la penna alla stregua del cilizio. Pian piano che la vicenda prende corpo, e che la voce del narratore si stabilizza, si ha sempre più l’impressione di assistere a una danza macabra, a un cupio dissolvi, a un vero e proprio trionfo della morte.

È una vita dimezzata, quella di cui si narra: che potrebbe avere il suo completamento in quella del fratello, Dav. È una strana dipendenza, questa narrata da Piperno, che lui stesso definisce “oblatività narcisistica”. C’è dunque qualcuno, per dirla in parole povere, che fa da polmone d’acciaio a qualcun altro. Quando questi viene a mancare, non può che sopraggiungere, puntuale come un orologio svizzero, la morte. Ed è quello che accade alla fine di questo racconto, che ha una efficacissima chiusa dantesca: “Faccio cadere le cose e io stesso sono una cosa che cade” (“E caddi come corpo morto cade”).

Anche nelle pagine di Giuseppe Montesano troviamo la storia di un doppio, questa volta però celeberrimo. A offrire materia allo scrittore napoletano è infatti la coppia Cervantes-Sancio Panza, catapultata dalla Spagna nei vicoli vocianti di Napoli (del resto, ci aveva già pensato Giuseppe Bonaviri a trasferire il cavaliere dalla triste figura dal continente ispanico a Frosinone: vedi L’infinito lunare. Racconti fantastici, Mondadori 1998).

Coppia che sembra risentire della lettura che di don Chisciotte e del suo fide scudiero diede Vittorio Bodini, straordinario traduttore del capolavoro cervantino. Per Bodini, infatti, don Chisciotte non era l’eroe idealistico dell’illusione, come videro i romantici, ma un intellettuale innamorato dell’azione. Di conseguenza, Sancio appariva come un uomo pratico catturato dal fascino del pensiero e della cultura. “Scusa, Sancio – fa dire Montesano a Cervantes – ma tu mi sbalordisci! Ti ho lasciato analfabeta, e ti ritrovo lettore attento…”. “Ho imparato a leggere – risponde il fido scudiero – cavandomi gli occhi sulla mia vita, quella che tu hai falsificato, Miguel, e mi sono evoluto: ora faccio il critico letterario, scrivo sui giornali e insegno pure all’università”.

C’è una inversione dei ruoli, che richiama alla mente quella ipotizzata da Kafka nel suo inquietante paradosso, intitolato La verità intorno a Sancio Panza:

Nel corso degli anni, durante le ore della sera e della notte, Sancio Panza, che però non se ne è mai vantato, procurò al suo diavolo, cui diede in seguito il nome di Don Chisciotte, una quantità di romanzi di cavalleria e di brigantaggio e riuscì ad allontanarlo da sé in maniera che questi, privo di controllo, compì le più matte gesta, le quali però, in mancanza d’ogni oggetto prestabilito – che avrebbe dovuto essere appunto Sancio Panza –, non fecero del male a nessuno. Da uomo libero Sancio, imperturbabile e forse animato da un certo senso di responsabilità, seguì Don Chisciotte nelle sue scorribande e ne ricavò, sino alla sua fine, un grande e utile divertimento.

Kafka, dunque, immagina un don Chisciotte come demone di Sancio, ricreato dallo scudiero come un parto della sua immaginazione favolistica. Una cosa del genere accade anche nella seconda parte del testo di Montesano, dedicata al rapporto tra don Giovanni e Leporello. Ma, in più, c’è in queste pagine una prepotenza metaletteraria, che induce l’autore a riflettere sul ruolo dello scrittore, sulla sua pratica vampiresca, sul rapporto ambiguo tra verità e menzogna.

Viene alla mente un altro paradosso, di cui troviamo traccia proprio nel Don Chisciotte: quello del mentitore. E tutto sulla menzogna è giocato il racconto di De Hèriz, La bambina sta bene. Frase, questa, che scandisce il ritmo della narrazione con la precisione di un metronomo. È un apologo sul destino, Sciascia avrebbe detto sull’entelechia. Un apologo beffardo, che si fa sempre più claustrofobico, vertiginoso. Una impietosa auto-analisi, che accelera il ritmo cardiaco, trascinando il lettore nel vortice di un senso di colpa che si manifesta pian piano, e che diventa chiaroveggenza, capacità di decrittare anche i segnali più oscuri. Segnali che lasciano presagire la vicinanza minacciosa della morte: fisica e dei sentimenti, che pian piano inesorabilmente si pietrificano.

E una lunga, beffarda riflessione sulla morte è il racconto di Benali, che si inserisce in quel filone familistico-favolistico che sta tra Pennac e Rushdie. È un racconto anti-foscoliano, di una corrispondenza negata di amorosi sensi, che ha al centro la figura di un barbiere, il padre di chi dice io. Sappiamo quale sia la dignità letteraria di un personaggio come quello del barbiere (grande figura misteriosa, gran raccontatore, in primo luogo raccontatore di se stesso), consacrato nelle Mille e una notte dalla novella del Gobbo riottoso e poi riproposto nei secoli da tantissimi autori.

È la storia di un rapporto conflittuale tra padre e figlio (Turgeniev docet), il racconto di uno scontro generazionale che a un certo punto si interrompe per il sopraggiungere della morte del genitore. Cosa, questa, preannunciata all’inizio, in una sorte di efficacissima preterizione tematica:

Oggi ho contato l’ottava coccinella rinsecchita. Come facciano a rientrare in casa, è per me un mistero. Il modo in cui dopo si sciupano per mancanza di piante e si essiccano non mi ha lasciato indifferente, e in una specie di rito superfluo le ho messe tutte e otto sul davanzale come se fosse una famiglia in cerca di una ricomposizione post mortem.

Le pagine si susseguono sulla spinta di un umorismo nero, di un sarcasmo mortuario che mano a mano si infittisce. Il rito non trova una sua conclusione, la sepoltura assomiglia a una rimozione.

Sono rimasto vicino alla tomba finché gli ultimi raggi di sole furono scivolati via dalla vallata. Quando più tardi, nel pomeriggio, sono tornato per dare ancora un’occhiata, non sono più riuscito a trovare la tomba.

C’è pure di mezzo un decesso, nelle pagine di Marina Mayoral, puro esercizio metaletterario, di matrice pirandelliana: del Pirandello dei Sei personaggi in cerca d’autore. La scrittura letteraria, per l’autrice spagnola, è il risultato dello scontro tra la volontà di chi scrive e quella dei personaggi messi in campo: autonomi, forse eccessivamente indipendenti.

Come autonome, forse troppo indipendenti sembrano essere le ciabattine che stanno al centro del racconto di Vanhole, tutto costruito sulla tecnica dello straniamento. Racconto fantastico, a tutta prima, di formazione cammin facendo, che solo alla fine denuncia la sua vera natura: che è sociale, meglio sociologica.

giugno 2007

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