Lug 13

Scheda di lettura di Donatella La Monaca

Una “Roma che non è Roma”, una “Disneyland senza montagne russe”, artificiosa parodia borghese di “modelli architettonici tratti da altre civiltà e altre epoche”, avvolge in un ingannevole involucro patinato il disegno di una tormentata vicenda interiore. Prende corpo, infatti, nell’incedere dolente del flusso memoriale, attraverso la rievocazione autoanalitica di una anonima voce narrante, la storia amara di una segregazione dalla vita, dell’angosciosa reclusione in un mondo di fantasmi interiori, in un microcosmo autoreferenziale nutrito soltanto dell’aggressività autolesionistica delle frustrazioni.

“Sono cresciuto qui, con mio fratello David. Ho fatto qui con lui tutte le prime cose che si fanno. Diciamo che questo posto divide con i miei genitori il tentativo fallito di rendermi la persona che per mille ragioni non sono riuscito a diventare. Questa casa che non riesco ad abbandonare (sono settimane che non esco, ho il terrore di farlo) è stata testimone del mio vivere per interposta persona”: si dipana, nell’atmosfera claustrofobica di una voluta clausura, il racconto di una “formazione” rovesciata, di un percorso intellettuale, professionale, sentimentale solo apparente, di fatto sempre smentito, negato, o peggio mortificato da autopunitive, deteriori, abiezioni.

Specchio capovolto di questo “ritratto di recluso” e al tempo stesso unico nutrimento di questa esistenza parassitaria è, all’opposto la parabola vitale, eroica, di un fratello, Dav, sul cui viso aleggia “l’angelica serenità delle persone per cui vivere non è difficile”. Il ricordo indugia, con una carica dolorosa implosa ma acuminata, sulla morbosità “masochistica” di un rapporto tra fratelli, ebrei, segnato, sin dall’infanzia, da una subalternità cercata anzi, implorata, dell’uno, l’ ‘inetto’, all’altro, l’ ‘eroe’: “Lo tallonavo per guardarlo vivere al mio posto”, rievoca l’io narrante.

Metafora elettiva della visceralità adulterata di tale sudditanza è la dipendenza, la fascinazione olfattiva: come sempre accade infatti, nell’universo narrativo di Alessandro Piperno, da Con le peggiori intenzioni alla Favola della vita vera, si intesse intorno alla pregnanza degli odori un’inedita sintassi sensoriale allusiva e sostitutiva delle relazioni umane, affettive, sessuali, parentali.

“Il suo segreto era l’odore: la fragranza di pane appena sfornato che esalano certi ragazzi biondi rubizzi lievemente sovrappeso”: trae l’avvio da qui, dall’alchimia nauseabonda di “quell’aroma di bebè acuminato da una nota di chiuso e di calzini da tennis”, il racconto ulcerato di due vite spezzate, l’una dall’autistica reclusione, l’altra dall’esplosione di una mina in Medio Oriente. Mentre, infatti, l’io narrante si lascia attraversare da un mestiere di scrittore in cui non crede, da una carriera universitaria costellata da squallide, voyeuristiche relazioni occasionali con studentesse fragili o compiacenti, il fratello Dav, sceglie di partire come giornalista inviato nei territori occupati dal conflitto israelo-palestinese. Le loro strade non si incontreranno mai più se non quando, violato il bozzolo morboso delle sue automortificanti perversioni, proprio lui, l’ “artista”, dovrà recarsi a compiere il pietoso ufficio del riconoscimento del cadavere in una Tel Aviv avvolta da miasmi necrotici.

“Odori malsani di scappamenti, immondizia, frutti andati a male” si mescidano, in uno stridente ossimoro olfattivo, con “una fragranza lontana di mare o una zaffata di zagare” fagocitando l’“odore di Dav”, metamorfizzandolo “in qualcosa di mostruoso”. Un analogo destino di “decomposizione” attende da questo momento anche l’inetto protagonista che si autocondanna ad espiare la colpa di una vita immeritata, in un esilio volontario dal mondo, minato dalla malattia e dalla reificazione spirituale: “Faccio cadere le cose e io stesso sono una cosa che cade”.

Un distacco gravido di tensione dolorosa alimenta il tessuto narrativo di questo racconto; risuona nella scelta di “un’ironia piena di amarezza” l’eco della “consonanza emotiva” che lega, per sua stessa ammissione, Piperno al suo auctor d’elezione, quel Vladimir Nabokov nella cui opera lo scrittore romano coglie, in un saggio che è quasi un’autoesegesi, proprio la tendenza ad “usare il diaframma dello stile per tenere a bada la realtà”. Ed è abilissimo Alessandro Piperno a modulare l’intonazione del suo narrare su corde antifrastiche, stranianti, le cui vibrazioni amplificano, con le dissonanze interiori, anche gli orrori della storia anzi, proprio nella prosaicità del ‘privato’ deflagrano i nodi irrisolti del divenire epocale.

Ed è significativo, in tal senso, che, nel ribadire come “la creatività nasce dalla vita e dal sangue”, lo scrittore romano accosti al magistero letterario di Nabokov, l’esemplarità umana ed artistica di Primo Levi che “non cedette mai all’ironia e non si allontanò dalla descrizione dell’orrore”.

“Fissare in volto la mostruosità” attraverso il filtro di una scrittura “ingemmata”: Levi e Nabokov si incontrano così al cuore dell’universo narrativo di Piperno in forme di scrittura che, più o meno “schermate” dal diaframma di uno stile retoricamente perfetto per uso di lessico, aggettivazione, traslati, affondano, con sofferta crudeltà, nelle ferite dell’uomo contemporaneo.

maggio 2007

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