Lug 13

Prima esecuzione

(CLAUDIA CARMINA)

Prima esecuzione (Feltrinelli, 2007) di Domenico Starnone è il racconto di un racconto incompiuto. È la storia della prima stesura di Domanda di risarcimento, un romanzo che non potrà mai raggiungere pienezza e compimento, perché affronta un tema problematico e fin quasi insolubile: la necessità della violenza come risposta politica all’ingiustizia del mondo. Si tratta di un argomento scomodo per tutta una generazione di intellettuali che, come l’autore, hanno assistito alla lotta armata degli anni ’70 con un sentimento misto di rifiuto e condivisione delle ragioni dei brigatisti.

Mi repellevano la gambizzazione, il rapimento, l’assassinio politico: un obbrobrio stupido. […] Tuttavia una parte segreta di me – persino quando il povero essere umano che prima era vivo e ora giaceva nel suo sangue non poteva essere altro che un uomo innocuo – non riusciva a non sentire affinità con gli uccisori piuttosto che con la vittima, con i sequestratori piuttosto che con i sequestrati. (p. 95)

Di tal genere sono le meditazioni di Domenico Stasi, pacato e coscienzioso insegnante in pensione, protagonista del romanzo nel romanzo, nonché potenziale terrorista. Il professore, ormai anziano, riceve infatti un misterioso incarico, assegnatogli da una ex-alunna, a sua volta indagata per partecipazione a banda armata: egli dovrà procedere ad un’esecuzione, colpendo un importante bersaglio politico. In questo senso, il titolo Prima esecuzione svela la sua natura duplice e polisemica, alludendo sia alla possibile uccisione, con cui il protagonista per la prima volta si macchierebbe di un gesto, percepito al tempo stesso come eroico e delittuoso, sia a quella prima, travagliata stesura di Domanda di risarcimento che costituisce il vero oggetto del libro di Starnone. E difatti, per l’autore, più ancora che il romanzo compiuto, la “prima stesura”, l’abbozzo non rifinito, il cartone preparatorio serbano una carica di dinamica veridicità e assomigliano “di più alla vita proprio mentre ci piove disordinatamente addosso” (p. 55).

Già a partire dal nome, Domenico Stasi si rivela come uno dei tanti doppi autoriali, che il narratore dissemina abitualmente nelle sue pagine. In questo caso, la coincidenza del nome del protagonista con quello dall’autore vale a suscitare una sorta di procurato “effetto di verità”:

Tolstoj, nella prima redazione delle sue opere, usava nomi delle persone reali a cui si ispiravano i suoi personaggi. Questo significa che sia i grandi romanzi come i libri mediocri […] si nutrono delle esperienze di chi li scrive. […] In un romanzo […] la materia biografica è reinventata in funzione degli effetti di verità che si vogliono raggiungere.

Queste affermazioni, rilasciate dall’autore nel corso dell’intervista riportata nel sito lospecchiodicarta, vengono rinnovate e confermate nell’ultimo romanzo: attribuire nomi falsi a personaggi di fantasia, plasmati però sull’immagine di persone reali e concrete, attenua infatti “l’impressione di verità” e costituisce un “inutile filtro in un mondo che è così permanentemente finto da non aver più bisogno di filtri” (p. 55).

Proprio dall’interscambio tra realtà e finzione, tra invenzione e autobiografia prende corpo il più autentico nucleo ideativo di Prima esecuzione, incentrato sulla fatica di uno scrittore impegnato nella creazione letteraria. Allorché il personaggio narrante si appresta a scrivere, di forza la sua esperienza entra a far parte del racconto. Al contempo, anche l’invenzione penetra nella vita reale, la sconvolge dall’interno, ne dilatata i contorni certi, introducendovi un soprappiù di avventura e un’eccedenza di senso.

Il romanzo si colloca quindi sul labile confine tra esperienza e immaginazione, dando l’abbrivio ad un sottile gioco metalatterario. Si tratta però di un gioco assai serio, che non punta ad una scomposizione dell’opera e non mira soltanto a svelare i meccanismi della narrazione. Starnone intende piuttosto indagare il necessario e accidentato percorso che presiede la nascita della creazione, investigando il magmatico intreccio di fantasia e verità, sotteso all’urgenza della scrittura. L’autore si era già mosso in questa direzione con la stesura di Labilità; nondimeno in quest’ultima prova narrativa, la tensione sperimentale si radicalizza, s’inoltra in territori più aspri e irregolari.

Da una parte, in Prima esecuzione l’io narrante si spoglia di ogni maschera e acquista una fisionomia schiettamente autobiografica. La figura del narratore non solo condivide con lo scrittore Starnone l’habitus mentale e le disposizioni caratteriali, ma di più prende a prestito dal suo autore anche dati biografici ed esperienze di vita. Valga ad esempio l’episodio in cui il personaggio narrante invia alla casa editrice Fandango i primi due capitoli di Domanda di risarcimento per la realizzazione del volume miscellaneo Inizi. Effettivamente, Starnone ha partecipato all’assemblaggio del volume con l’offerta dell’incipit dell’ultimo romanzo, che, per l’appunto, ancora riportava il titolo provvisorio Domanda di risarcimento. Come a lasciar intendere al lettore che l’io narrante è Starnone, mentre il personaggio di Domenico Stasi costituisce una sua controfigura, un travestimento autobiografico.

Dall’altra, il disegno di Prima esecuzione è, per certi versi, più ambizioso di quello tracciato in Labilità: il romanzo si confronta con la storia italiana degli ultimi anni, si misura con le sue zona d’ombra, investiga il tema fondamentale del confine che separa (e congiunge) colpa e innocenza. È la “pretesa feroce e disperata di essere assolutamente buono” (p. 68) ad instradare l’anziano professore sulla via del delitto: nell’aspirazione ingenua ad un’innocenza assoluta, ad una “santità”, capace di riscattare il male del mondo, è immanente il rischio della caduta, la tentazione della violenza riparatrice. Il limite che divide il bene dal male, il crimine dalla moralità si fa evanescente. Peraltro, l’equivocità del destino di Stasi è già iscritta nel suo nome di battesimo, che appartiene sia al santo bambino, Domenico Savio, sia al furioso “torturatore”, l’inquisitore Domenico di Guzmàn. Così, nel labirinto di doppi, nel gioco di rifrangenze multiple allestito dall’invenzione letteraria, l’io narrante insegue il fantasma del suo personaggio, tenta di afferrarne la contraddittoria ambiguità. Con un tenace sforzo di immedesimazione, il narratore trova in se stesso il punto di rottura, sonda quel sotterraneo spazio del rimosso, in cui si annida l’inespresso impulso alla violenza, che poi nella scrittura è ricreato ed enfatizzato.

In Prima esecuzione il lettore assiste da spettatore alla drammatizzazione di quel dilaniante processo di “oggettivazione dell’eroe” e di “extralocalità”, che Bachtin riteneva il requisito fondante della creazione letteraria (M. Bachtin, L’autore e l’eroe. Teoria letteraria e scienze umane, Einaudi, Torino 2000, p. 14). Lo scrittore dà prova di una partecipe comprensione nei confronti del suo personaggio, che comunque viene percepito come altro da sé, a prezzo di una scissione e di una lotta lacerante. I segni del protratto corpo a corpo, che Starnone ingaggia con Domenico Stasi, si incidono anche sul tessuto narrativo di Labilità, a conferma dell’unitarietà d’ispirazione e della compattezza della produzione letteraria dell’autore. È appunto in Labilità che il lettore s’imbatte nella cellula embrionale da cui poi fermenterà la vicenda raccontata nell’ultimo romanzo. Il maturo scrittore, protagonista di Labilità, invia alla moglie, per posta elettronica, il testo del suo nuovo progetto narrativo:

Ti mando comunque, le annunciai, il testo in allegato, è quanto sono riuscito a scrivere finora: il vecchio insegnante apprende che la sua alunna è indagata per partecipazione a banda armata; la incontra, si trova davanti una donna che ha pochi tratti della ragazzina di anni prima; lei gli rivela che all’origine delle sue scelte c’è una frase, una sola frase, che l’insegnante ha pronunciato durante una lezione, in una mattina di primavera di quindici anni prima; la frase è questa: finché il mondo resta com’è, nessuno può dirsi innocente; l’insegnante non ricorda né la lezione, né di aver pronunciato una frase così banale, ma sente all’improvviso il peso di aver fatto per tutta la vita solo parole, di aver lasciato agli altri il gravame sempre colpevole dei fatti; si chiede allora da dove viene la determinazione ad agire (che non ha mai avuto), la smania di smetterla con le chiacchiere e plasmare con azioni politiche e militari la realtà; arriva alla conclusione che ogni gesto reale trova la forza di compiersi soltanto grazie a una rete di ferratissime finzioni che chi deve agire crede vere, anche se sono solo sogni o incubi; è la finzione – dice a se stesso – che ci determina alle azioni più generose come a quelle più terribili; quindi si procura un’arma e si aggira disperato per la città blindata alla ricerca di Gorge W. Bush, che è in visita ufficiale, o di altro nome e cognome che funzioni da sintesi di interessi e poteri in continua espansione; per darsi animo pensa a Pierre Bezuchov che vaga per Mosca alla ricerca di Napoleone; è deciso a macchiarsi di un crimine risolutivo, e così sentirsi innocente (Labilità, p. 288).

In seguito, nel penultimo capitolo del libro, lo scrittore, dialogando col fantasma della madre morta, fornisce nuovi ragguagli sul racconto che si accinge a stendere, ammettendo di voler “rifare Tolstoj rigo per rigo” (Labilità, p. 296). Si tratta però di un’impresa impossibile, perché giocoforza il modello ottocentesco si sfalda tra le mani dell’autore contemporaneo. Il romanzo del nuovo millennio può configurarsi solo al modo di una “parodia della parodia”, come Starnone consapevolmente afferma nell’intervista già citata, e di conseguenza, in Prima esecuzione, dell’episodio tolstojano resta traccia solo nel germe ideativo originario, ma la declinazione del tema è tutta novecentesca.

Anche la coesione della trama, pur nella fedeltà al disegno iniziale, si polverizza, si frantuma in una nebulosa di storie abbozzate, di sviluppi narrativi prima sommariamente delineati e, subito dopo, scartati e messi da parte. La difficoltà a districare l’intreccio si accentua man mano che l’autore si approssima alla conclusione dell’opera, tant’è che la vicenda di Domenico Stasi si chiude prospettando diverse ipotesi di finale. In ogni caso, al termine di questa scommessa narrativa, la posta messa in palio è altissima e coincide con l’identità stessa del professore Stasi, che viene sottoposta a prova ed è soggetta ad una dolorosa verifica esistenziale. Un’identità rincorsa, negata, riconfermata per tutto il libro. E difatti Stasi non smette di interrogarsi sulla sua integrità morale, sulla validità del suo metodo pedagogico, che coniuga l’abbondanza delle informazioni con la perentorietà dell’indignazione sociale.

Ma, su tutto, riecheggia tormentosamente nella sua coscienza il brulichio del “Disotto”. “Sotto, nella caligine del Disotto, lavorava domata la moltitudine degli schiavi”, recita infatti la frase tratta dalla Morte di Virgilio che, nel libro suona come un cupo refrain. E il protagonista sente l’attrazione di queste “profondità nere”, tanto da provare la “smania di ficcare le mani” nel terreno zuppo di pioggia e “scavarsi un passaggio”.

3 novembre 2007

 

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