Lug 13

L’uso delle lingue straniere in Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno

Bechor (pag. 21), chiusi (pag. 20), très charmant (pag. 167), high society (pag. 137), shotè (pag. 50), émigré (pag.183), downtown (pag. 162), hanukkia (pag. 175). Sono parole ebraiche, guidaico-romanesche, francesi, inglesi che Alessandro Piperno inserisce “naturalmente” nella prosa fresca e scorrevole del suo primo romanzo, Con le peggiori intenzioni.

La sua natura di “mezzo ebreo”, figlio di padre ebreo e madre cattolica, le estati dell’infanzia e dell’adolescenza trascorse in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, gli studi universitari in letteratura francese, fanno di Piperno un autore multiculturale, nonché un vero e proprio poliglotta, che non esita a far bella mostra della sua capacità di gestire diverse lingue straniere. È possibile, ad esempio, trovare nella stessa pagina parole inglesi e francesi come accade nel caso di trip e maitre à penser (pag. 181), o ancora rendez-vous, pepperoni pizza, teenager e pick-up (pag. 182). Ne risulta un linguaggio ibrido, sotteso all’intento realistico dell’autore, che, nel raccontare i suoi personaggi, tutti esponenti dell’alta borghesia romanesca, utilizza il loro stesso linguaggio e allo stesso tempo crea una sorta di effetto parodistico di questa classe sociale e soprattutto dei giovani degli anni 80.

L’ebraico è la lingua della grande comunità mondiale alla quale Piperno, almeno per metà, appartiene. La lingua ebraica moderna è nata tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo: dopo la diaspora del 70 d.C., coloro che parlavano la lingua ebraica biblica si dispersero in paesi stranieri (Europa dell’Est, Germania, Italia, Spagna,) e dovettero adattarsi a culture e linguaggi diversi da quelli materni. Ecco perché l’uso dell’ebraico vero e proprio finì per essere limitato esclusivamente alla preghiera e allo studio della Torah fino a quando, nel XIX secolo, si decise di rianimare la lingua in modo da porre con essa la base di un futuro stato del “popolo eletto”. Per lo stesso motivo i termini ebraici che ritroviamo nel romanzo, kasher (pag. 14), bechor, kaddish (pag.43), miniam (pag. 43), mizvà (pag. 44), hanukkia appartengono tutti alla sfera religiosa, e Piperno si sente quasi in dovere di tradurli e spiegarli, attraverso l’uso di note a fondo pagina, dando così dei cenni su usanze e tradizioni della cultura e della religione ebraica.

L’altro codice linguistico che rintracciamo nel testo è il gergo giudaico-romanesco che non è altro che un misto tra ebraico e antico volgare romanesco. Originariamente parlato dagli abitanti del Ghetto, al termine della Seconda Guerra Mondiale uscì oltre le sue mura arrivando, parallelamente all’ascesa sociale di alcune famiglie ebree, ai Parioli, all’Olgiata, a “quell’elegante pezzetto di Roma Nord” (pag. 241) raccontata da Piperno. La Roma dei Sonnino e dei Ruben.

Si tratta dunque di una lingua viva, usata nel parlar quotidiano, ricca di espressione colorite e vivaci che non mancano di dare al romanzo una vena ironica. Tra gli esempi che ritroviamo nel testo ricordiamo shotè, ovvero ‘pazzoide’, gnevrim (pag. 245), espressione usata per riferirsi agli ebrei, ma è sicuramente il termine chiusi quello più interessante e quello che viene ripetuto il maggior numero di volte. Chiuso in giudaico-romanesco è il non ebreo, colui al quale non è stata praticata la circoncisione. È Bepy, il capostipite dei Sonnino, il primo ad utilizzarlo già nelle prime pagine, durante uno scontro col figlio maggiore, Teo, dopo aver scoperto il suo desiderio di partire per Israele:

non solo non esiste altro, ma diffido da tutti quei chiusi frustrati che declamano le meraviglie dell’altro…(pag. 20)

Lo stesso termine tornerà sulla bocca di Bepy più avanti nella narrazione: “mi sono scopato l’ennesima chiusa con la puzza sotto al naso!” (pag. 132).

L’uso del francese e dell’inglese appare più complesso rispetto a quello dell’ebraico e del giudaico romanesco: se infatti appare quasi obbligata la scelta di termini come kasher (ciò che è conforme alla kasherut norma biblica sulla purità dei cibi permessi) dal momento che non esiste in italiano un corrispettivo, o chiusi ha in sé una connotazione culturale sicuramente più ampia rispetto alla semplice espressione ‘non ebrei’, Piperno sembra compiere una scelta precisa usando très charmant piuttosto che ‘molto affascinante’ o living room (pag. 207) piuttosto che ‘soggiorno’.

La lingua francese è conosciuta da sempre come l’idioma della nobiltà e della diplomazia: con l’avvento dell’Illuminismo la Francia diventa la nazione guida dell’Europa e il francese la lingua internazionale della cultura e dell’aristocrazia, del commercio e della politica.
Eroine fin de siècle” (pag. 168), “rendez.vous mondano” (pag. 182), “capriccioso maitre à penser” (pag. 181), “emigrè ebrei” (pag. 183), “grande entrèe” (pag. 259), sono solo alcune delle espressioni con cui l’autore colora il suo italiano neo-standard di un tocco di esoticità ed eleganza, creando un linguaggio perfetto per personaggi rigorosamente appartenenti ad un’alta borghesia romana, opulenta, ostentatrice e snob.

Nel corso del XX secolo l’inglese è diventato la lingua franca per eccellenza, abbattendo la precedente supremazia del francese nella comunicazione diplomatica e scientifica. È la lingua del progresso e della modernità. È lo strumento indispensabile per consentire la comunicazione fra i cittadini del nostro mondo globalizzato.

Tra i termini inglesi e anglo-americani rintracciabili nel testo ricordiamo self-made man (pag. 99), preppy (pag. 164), high society, downtown, truck, pepperoni pizza, tea-room (pag 228). Espressioni che fanno parte del bagaglio culturale del lettore moderno che non fa quasi caso alla loro natura di parole straniere, di prestiti. Modi di dire che fanno il loro ingresso in Italia proprio nei ruggenti anni 80, sfondo storico di gran parte del romanzo, gli anni dell’adolescenza di Daniel e Gaia.

In quegli anni appaiono nelle case italiane i primi personal computer, i videogiochi, i videoregistratori, i walkman. L’innovazione tecnologica, che investe prima di tutte le classi sociali più alte, implica un’apertura verso l’estero, l’Europa, ma soprattutto verso l’America che affascina irrimediabilmente la società italiana:

quelli che oggi amano una vita confortevole, una vita all’americana, domani odieranno il comfort e l’America. Quelli che oggi considerano all’avanguardia un pasto a base di Big Mac domani troveranno quel medesimo pasto penosamente inquinante, simbolicamente pernicioso (pag. 261).

Si innesca dunque un processo di emulazione economica, culturale e di conseguenza linguistica. Il linguaggio, soprattutto quello dei giovani protagonisti, si arricchisce di parole straniere che enfatizzano il loro “essere alla moda”, “essere al passo coi tempi”, essere proiettati verso l’esterno e lontani da ogni provincialismo.

È questo il linguaggio che Alessandro Piperno sceglie di utilizzare per dar voce ai personaggi di Con le peggiori intenzioni, veri e propri “pariolini doc” (pag. 241), dandy e snob, giovani e meno giovani, immersi in una Roma dorata, privilegiata e improntata sul culto della ricchezza e dell’apparire.

maggio 2007

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