Lug 13

L’aggettivazione in con le peggiori intenzioni di Piperno

Alessandro Piperno nel suo libro Con le peggiori intenzioni è riuscito a conciliare la ricchezza esuberante del linguaggio con un’estrema precisione nelle scelte lessicali.

La sua scrittura è ricca, densa di parole e di aggettivi che donano alla pagina un’esuberanza barocca. Se il nostro autore avesse eliminato questa sovrabbondanza di avverbi, di aggettivi probabilmente la narrazione avrebbe avuto una secchezza maggiore, egli invece ha lavorato molto sulla proprietà del linguaggio e, attraverso l’analisi degli aggettivi che costellano le pagine del libro, è possibile per il lettore formulare giudizi sui personaggi del romanzo.

I primi aggettivi che saltano agli occhi sono rintracciabili nei titoli che caratterizzano alcuni capitoli di cui è composto il romanzo: lo “spendido” secolo, l’”eroico” trafrugatore di collant, un’”euforizzante” favola “caravaggesca”. E’ con questi aggettivi che l’autore anticipa con enfasi e vigore la materia che si accinge a narrare: l’epopea di una ricca famiglia di ebrei romani, i Sonnino.

E’ proprio attraverso gli occhi di Daniel Sonnino, che rappresenta il punto di vista critico –intellettuale del romanzo, che noi lettori assistiamo alla formazione di un ragazzo solitario e poi di un’intera generazione, quella cresciuta nel mito del consumismo anni Ottanta. Piperno non risparmia nessun personaggio, ognuno di essi viene delineato con aggettivi ben precisi che ci trasmettono la loro smania di successo, i loro desideri di riscatto, la loro frenesia sessuale, il loro bisogno di affermazione. Beby Sonnino e Nanni Cittadini, il pezzaiolo e l’ingegnere, l’ebreo e il cattolico, vengono delineati nel romanzo con aggettivi che evidenziano come l’uno sia libertino e gaudente e l’altro sia un generoso arricchito. Nanni è definito il “magnanimo”, l’”ariano mascherato da ebreo”; Beby l’”irredimibile”, un “pazzo”, un “eccessivo”, ma nello stesso tempo uno “sfigato”. Beby ha accumulato insaziabilmente e irreligiosamente fino alla rovina che si è abbattuta su di sé e sulla sua famiglia. La loro unione è definita dall’autore una “miscela dirompente”, essi formano una coppia “diabolica” che ha dato vita alla Solemex, l’ingrosso più importanti dell’Italia centrale. Beby è un compratore talentuoso, un venditore irresistibile, Nanni possiede un rigore esemplare; i due soci sembrano compendiarsi a vicenda ma ben presto, come evidenzia l’uso di aggettivi contrapposti, i loro contrasti caratteriali li condurranno ad una sorte crudele.

Di natura contraddittoria sono gli aggettivi usati per delineare Luca, il figlio di Beby, egli è una creatura: “regale”, “feroce”, “tenerissima”, il suo aspetto è “imperiale”, è un individuo “normale e straordinario”, “civile” e “inurbano”, “dimesso” e “barbarico”, “tenero” e “arrogante”. L’uso di ossimori corrisponde alla contrapposizione fra il suo aspetto e il suo carattere, la sua stranezza fisica viene ricompensata da una forte sicurezza di sé che gli permetterà di risollevare le sorti economiche della famiglia.

“Disperato” è invece l’aggettivo che definisce l’amore di Daniel per la bella Gaia, definita da lui: “la ragazza più desiderabile fra tutte le desiderabili” (pag. 283); egli vive la propria vita come un fallimento.Si spiega in tal senso l’uso continuo di aggettivi quali:” doloroso”, “rancoroso”, “turbato”, “odiato”, che delineano lo stato d’animo del protagonista. Daniel tende a giudicare il prossimo con grande severità, ma è pur vero che tutto il romanzo manifesta la stessa crudeltà nei confronti di sé stesso.

Tanti sono inoltre gli aggettivi che il narratore usa per riferirsi agli ebrei; Piperno ci mostra tutti i suoi rimpianti, il suo essere un ebreo diverso che rinnega il passato, ricorrendo a periodi interrogativi che durano una pagina intera:

Chi sono gli ebrei? […] Gente disgraziata, che ha sofferto. Gente ricca e maliziosa. Gente avara e scaltra. Gente che ha il naso fatto in un certo modo. Gente per lo più stempiata. Gente furba che ti frega. Ecco chi sono: strozzini e pezzivendoli, banchieri e gioiellieri. Che senso ha rimanere ebrei in un mondo di cattolici? ( pag 98).

Il romanzo è divertente e provocatorio, l’autore riesce ad affrontare il tema della questione ebraica rilevando, dall’interno e con acuta leggerezza, i difetti e le colpe di una borghesia ebraica che dal dopoguerra in poi ha scelto di vivere cercando di dimenticare le ingiustizie della storia, con atteggiamenti talvolta criticabili, ma provocatoriamente umani.

Il senso di appartenenza a un’epoca, a un ambiente, a un popolo sono dunque alla base di un libro che, nonostante sia scritto con “con le peggiori intenzioni”, risulta un libro fortemente empatico e passionale; ci troviamo di fronte ad una storia che è personale ancor prima di essere collettiva, un romanzo che restituisce gli uomini per quelli che sono: tutti si vergognano di qualche cosa, tutti si sentono all’altezza di qualcos’altro, tutti fingono di essere quello che in realtà non sono.

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