Lug 13

Il gioco della dissimulazione nei personaggi di Con le peggiori intenzioni

Vergogna. Oblio. Depistaggio. Nel tratteggiare il personaggio di Karen, madre dell’amico-rivale di Daniel, orfana che finge di non esserlo, l’autore di Con le peggiori intenzioni concentra nello spazio di una pagina le tre parole chiave su cui egli fonda la costruzione di un nuovo e assolutamente profano pantheon trinitario, al quale la gran parte dei personaggi del romanzo, più o meno consapevolmente, offre il sacrificio della propria identità.

In fondo, nell’apparente candore con cui Karen dissimula la morte dei suoi parenti, accennando a loro come se fossero ancora in vita e come se mai fossero stati “annientati” dalla furia genocida dei nazisti, si legge la traccia di una sostanziale incapacità di accettare non tanto il lutto, quanto se stessa e le proprie origini, il segno di una vergogna inconscia che diviene foriera di pratiche di rimozione e di comportamenti fondati sulla finzione.

“Possibile che lei arrivasse a considerare inelegante il modo in cui i suoi genitori e i suoi nonni e tutti gli altri s’erano fatti ammazzare?” (p.169), azzarda ad ipotizzare il narratore, fornendo peraltro un’interessante chiave di lettura, un vero e proprio passe-partout, che si presta a decifrare anche il gioco di finzione di Bepy e Ada Sonnino. Questi ultimi, infatti, sembrano impegnati in un frenetico quanto imbarazzato esercizio di rimozione del ricordo dei familiari, morti nei campi di concentramento, “come se i loro stracci e le loro magrezze infernali, le loro morti senza identità […] fossero inadatte allo scintillio delle argenterie o al brio euforizzante dei cocktail di quegli anni fantastici” (p. 16).

Quella del narratore è un’ironia, in questo caso, giocata sul filo del contrasto, dell’ossimoro tra morte e vita, del carattere grottesco con cui la seconda reagisce alla prima e prova a dissimularla.

Nessun personaggio interpreta, tuttavia, una tale missione vitalistica meglio di Bepy, definito “un asso nell’arte (…) della dissimulazione”, e ancora “un attore, un illusionista, un incantatore di serpenti, uno sceneggiatore di se stesso”, tutto proteso nel tentativo riuscito di “far dimenticare agli altri la sua professione di grossista di tessuti” (pp. 38-39): per questo Bepy indossa la maschera del grand viveur, di un uomo che fa dell’ostentazione del lusso, dell’eleganza, della sfrenatezza sessuale la cifra del suo modo superficiale di coltivare l’apparenza, tenendo intanto ben celato il nucleo più autentico di sé.

E ugualmente impenetrabile, enigmatica è l’interiorità di Luca Sonnino, primogenito di Bepy e padre di Daniel, plasmato sul modello paterno in modo che egli, sebbene più responsabile e meno altero del padre, finisce per aderirvi quasi con la fedeltà di un plagio (nel suo caso, tuttavia, non sono né il sostrato familiare né la qualifica professionale ad essere dissimulati in quanto motivi di vergogna, ma piuttosto una diversità fisica, l’albinismo); e così lo stesso Lorenzo, primogenito di Luca, sembra tradire, agli occhi di Daniel, la sua più autentica generosità, mascherandola attraverso quella che viene definita una “verbosa ostentazione di cinismo” (p. 93).

In altri casi, l’istrionismo ereditario dei Sonnino si configura come strumento di deliberato sfoggio del sé: esso diviene allora la modalità con cui Teo, il secondogenito, ostenta il suo rifiuto al vuoto formalismo della famiglia, presentandosi, per esempio, in T-shirt e bermuda al matrimonio del fratello; esso definisce nel figlio di Teo, Lele, il modo camaleontico e mai uguale di esprimere la propria omosessualità.

D’altra parte, neppure Daniel, che pure si fa interprete, insieme all’autore, di un’istanza etica volta alla demistificazione e alla ricerca della verità, può dirsi estraneo alla pratica di costruzione artificiale di un’identità socialmente accettabile, pratica che investe anche la cerchia dei suoi compagni di scuola, per i quali mentire “era il solo modo per respirare” (p. 219), una sorta di istinto di sopravvivenza.

Daniel si presenta dunque come un “moralizzatore ipocrita”, un individuo cronicamente affetto da un forte senso di inadeguatezza, da un complesso di inferiorità che non lo abbandona neppure da adulto: esemplare è, in questo senso, l’incontro con Giorgio, vecchio compagno di liceo più ricco e realizzato di lui, ad uso e consumo del quale egli finisce per cucirsi addosso l’abito illegittimo dell’accademico affermato, dell’intellettuale di successo. E lo stesso saggio polemico sugli autori ebrei antisemiti pubblicato da Daniel, in fondo, non è che il risultato di una mistificazione, la reazione risentita ad un bisogno di integrazione rimasto inevaso (egli, infatti, in quanto “mezzosangue”, non può dirsi pienamente né ebreo né cristiano), una “violenza masochista da troppi scambiata per onestà intellettuale” (p. 49).

In effetti, l’istinto a dissimulare risparmia il solo personaggio di Giacomo: “io non ho nulla da nascondere”, sembra gridare il fratello di Gaia con la sua abulia, con il suo disprezzo dichiarato per le altrui meschinità. E non è un caso che egli sia un essere fondamentalmente asociale, quasi che quella dell’indossare una maschera sia una prerogativa esclusiva di quanti invece cedono al confronto con gli altri.

Alla base, sembra potersi intravedere il modello proustiano della Recherche, dove l’ansia di alcuni personaggi (soprattutto ebrei ed omosessuali) di piacere e di essere accettati genera in loro quella tendenza al mimetismo e al mascheramento che ritroviamo nelle figure ritratte da Piperno.

E chissà che la stessa “euforia” aggettivale ed avverbiale che connota la prosa di Con le peggiori intenzioni non serva, a sua volta, a dissimulare una sorta di horror vacui legato alla pagina bianca, l’intermittenza di un’ispirazione che, a tratti, sembra in effetti procedere a fatica.

maggio 2007

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