Lug 13

Il demone reazionario. sulle tracce del Baudelaire di Sartre

Sembra il frutto di una perversione al quadrato scrivere un saggio su un saggio scritto da qualcun altro. L’aveva già fatto Georges Bataille, in un suo breve studio scritto in occasione della pubblicazione del Baudelaire di Sartre nel 1947, poi confluito nel volume La letteratura e il male (Editions Gallimard 1957, Rizzoli Editore 1973).

Un due volte morboso atto vampiresco, dunque, che si ripete oggi nel saggio di Alessandro Piperno, Il demone reazionario. Sulle tracce del Baudelaire di Sartre (Gaffi editore), proprio a sessant’anni dall’uscita del testo del filosofo e romanziere francese. Testo quasi sempre letto come una stroncatura corriva e viscerale, ma che, attraversato dal bagliore corrusco dello sguardo di Piperno, inopinatamente diventa uno dei migliori viatici per far ingresso nell’anticamera dell’inferno. Per guadagnarsi una scorciatoia che porta dritto al girone dei dannati. Dove se ne sta apparentemente tranquillo Baudelaire: immobile, a tutta prima, come quei serpenti velenosi che si avventano sulla preda (il lettore) con la velocità della luce. E la precisione di un cecchino.

Piperno, dunque, prende Sartre, di forza, e lo colloca gomito a gomito con Baudelaire: ne viene fuori una terribile agnizione. I due si scoprono gemelli. Il campione dell’esistenzialismo, leggendo i diari di Baudelaire, vede la propria immagine specchiata. Il riflesso lo acceca. L’altro se stesso, così lontano eppure così vero, gli si para davanti come un demonio. È l’angelo ribelle, l’horror vacui. Da esorcizzare. Da ricacciare all’inferno. Ci prova, Sartre, col suo saggio velenoso e urticante. La sua penna diventa un aspersorio. L’inchiostro non è altro che l’acqua santa. Ma diamo la parola all’autore della Nausea:

Fare il Male per il Male significa esattamente fare per deliberata volontà il contrario di ciò che si continua a dichiarare Bene. Significa volere ciò che non si vuole – poiché si continuano ad aborrire le potenze malvagie – e inoltre non volere ciò che si vuole – poiché il Bene si definisce sempre come l’oggetto e il fine della volontà profonda. Tale è esattamente l’atteggiamento di Baudelaire. Tra i suoi atti e quelli di un volgare malfattore vi è la differenza che distingue le messe nere dall’ateismo. L’ateo non si cura di Dio, perché ha deciso una volta per tutte che non esiste. Ma il sacerdote delle messe nere odia Dio, perché Egli esige l’amore: lo irride, perché Egli comanda il rispetto: pone la sua volontà nel negare l’ordine stabilito, ma, al tempo stesso, conserva quest’ordine e lo afferma più che mai. Se egli cessasse per un istante di affermarlo, la sua coscienza sarebbe di nuovo d’accordo con se stessa, il Male si trasformerebbe di colpo nel Bene e, oltrepassando tutti gli ordini da esso non fondati, emergerebbe nel nulla, senza Dio, senza giustificazioni, con una responsabilità totale.

Perché, si chiede Piperno all’inizio del suo libro, Sartre ce l’aveva a morte con Baudelaire? Scrive l’autore di Con le peggiori intenzioni ad apertura del saggio:

E’ impreciso dire che Sartre odiasse Baudelaire. L’impressione è che gli facesse senso, come una cosa molle e vischiosa. E, allo stesso tempo, che gli suscitasse il ribrezzo che procurano gli individui che ci somigliano troppo: sosia, imitatori, gemelli, un padre a cui abbiamo rubato il naso o un cugino più giovane che ci ha copiato la mascella. È facile ipotizzare che Sartre fosse naturalmente allergico al lezzo di cimitero e d’incenso esalato dal mondo di Baudelaire, tanto quanto è ragionevole supporre che Sartre avesse ritrovato nella madida interiorità baudeleriana un tratto di sé…

Dal canto suo, dunque, Piperno ripercorre tutti i momenti di questo rito apotropaico e scellerato officiato da Sartre, e nel farlo, risveglia il demone reazionario.

È la storia, dunque, di una doppia profanazione, quella che prende corpo nel saggio di Piperno. Di una turpitudine “gemella”. Che investe due scrittori che appartengono a secoli diversi, ma che sembrano nati dallo stesso parto: quello del nichilismo, che vuol dire “sconfitta della poesia, dell’arte e della filosofia”. Nichilismo che del resto ha messo al mondo pure lo scrittore romano, il quale, collocandosi tra Sartre e Baudelaire, si fa anello della bilancia: la triangolazione che ne deriva ha il fascino di una scrittura che nelle metafore scopre una forza propulsiva. È il romanziere Piperno che scrive sotto dettatura del Piperno critico e raffinato studioso di letteratura francese: l’uno presta all’altro una prosa immaginifica, che afferra il lettore per il bavero senza mollarlo un istante.

E non è tutto: lo diceva del resto Lukacs che un saggio è sempre (noi diciamo è anche) un pretesto. Per una rabdomantica esplorazione del rapporto tra critico e autore, autore e lettore; del rapporto tra opera e vita; così facendo, Piperno fa carambolare Sartre e Baudelaire tra Nabokov e Barthes, tra Flaubert e Dostoevskij. Baudelaire e Sartre, dunque. “Sin da principio – si legge quasi a chiusura del Demone reazionario – abbiamo insistito su questa contiguità originaria. Abbiamo dato voce a questi gemelli intersecolari, nati nella stessa casa, funestati da esperienze traumatizzanti perfettamente compatibili, i quali – al crocevia che si profila a un certo punto all’orizzonte di ogni adolescenza – hanno imboccato strade opposte. E abbiamo rivelato come le fondamenta di quella comune casa d’infanzia poggiassero su un terreno umido, insidioso, permeabile come sabbie mobili”. Su quel terreno umido, insidioso e permeabile s’era mosso Piperno, completamente a suo agio, scrivendo Con le peggiori intenzioni. Di cui questo saggio su Sartre e Baudelaire diventa l’inevitabile prosieguo: il definitivo inabissamento nelle sabbie mobili appena lambite nel romanzo.

giugno 2007

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