Lug 13

Il tema dell’ebraismo in Con le peggiori intenzioni

Nel 2005 Alessandro Piperno con il suo romanzo d’esordio Con le peggiori intenzioni ha dato un nuovo contributo alla letteratura ebraica.

Il retroterra culturale del romanzo è infatti rappresentato dall’ebraismo che emerge nelle vicende dei protagonisti non soltanto come sentimento religioso, ma anche come modo di pensare, di guardare al reale, di concepire la propria posizione all’interno della società e della storia.

Con le peggiori intenzioni è una saga familiare, quella dei Sonnino, personaggi borghesi, ebraici, che, all’indomani del secondo conflitto mondiale, hanno scelto di vivere cercando di rimuovere gli orrori nazisti ed orientando le proprie forze alla ricerca del benessere economico. I protagonisti del romanzo si fanno così promotori di un vero e proprio processo di rimozione collettiva:

era come se quella spaventosa clownesca coppia di dittatori fascisti non fosse mai esistita, come se- nei cuori di tutti i Bepy italiani- essa fosse stata sepolta insieme alla carcasse indistinte delle centinaia di parenti deportati (pag 16).

Più che sul passato atroce, l’attenzione di Piperno risulta dunque focalizzata sugli eventi della storia contemporanea, negli anni che vanno dal dopoguerra ad oggi: la guerra del Kippur, la Guerra dei sei giorni che ha tanto scosso la coscienza dei Sonnino (“E’ stato emozionante per chi ha vissuto certi tempi, per chi ha tremato per il suono sordo degli stivali tedeschi, vedere un esercito ebraico così equipaggiato annichilire lo stranumeroso nemico”, pag 101), ed ancora gli attacchi terroristici. In tal modo l’autore ci fornisce sequenze descrittive che, seppur sporadiche, delineano i contorni di una vicenda internazionale che, inalterata, si protrae fino ai nostri giorni. C’è un continuo riferirsi a luoghi (Tel Aviv, Striscia di Gaza), personalità ebraiche (i ministri Shamir e Ariel Sharon) e soprattutto a quella ‘paura’ che scandisce la vita degli israeliani.

Storia e cultura ebraica sono rese più vive nel testo grazie anche all’introduzione di termini tratti dalla lingua ebraica – kasher, bechor, kaddish, mizvà, jihad – , puntualmente spiegati dall’autore a margine di pagina. La vicenda ebraica è descritta inoltre in base all’ottica di due diverse generazioni: quella del nonno Bepy Sonnino, miracolosamente sopravvissuto alla deportazione e convinto, per questo, di essere in perenne credito con la vita, e quella del padre di Daniel, cresciuto a sua volta nel culto dell’avvenire e nel programmato oblio del passato. Il tutto raffigurato con cura da parte dell’autore che, dall’interno, riesce a sviscerare difetti e colpe di una borghesia ebraica che, nel tentativo di dimenticare le ingiustizie della storia per ‘andare avanti’, assume talvolta atteggiamenti criticabili, permeati da un falso perbenismo.

Ad apertura di libro, ci imbattiamo per esempio in Bepy Sonnino che esterna la propria indignazione alla moglie per aver visto in fila, alla cassa di un supermarket, il Rabbino Perugia con in mano due enormi coloratissime confezioni di panettone. Da un lato Bepy, che ottusamente sostiene che un rabbino dovrebbe dare il buon esempio, avendo una condotta, per così dire, irreprensibile; dall’altro Ada che non trova nessuna motivazione che vieti ad un ebreo di acquistare un panettone.

È dopo il funerale di Bepy (circostanza che fornisce informazioni puntuali sul rito funebre ebraico), che, attraverso le vicende dei protagonisti, ci si imbatte in due importanti questioni. Innanzitutto l’omosessualità, con cui veniamo a contatto attraverso le vicende del giovane Gabriele. E ancora una volta è scontro generazionale tra i componenti della famiglia: il ragazzo dichiara di non potere più tollerare una religione – l’ebraismo – basata sul razzismo e sull’omofobia, e a difesa della sua libertà sessuale, prende le distanze da una famiglia in cui la “ricchioneria” ( pag 55), per l’appunto, viene vista come qualcosa di spiacevole, da evitare a tutti i costi: “

Da queste parti si ha una visione della ricchioneria piuttosto estetizzante: può essere bella come un abito di Valentino, purchè non sia uno di noi ad indossarla (pag. 55).

Altra questione scottante all’interno della vicenda familiare dei Sonnino è il matrimonio misto tra i genitori di Daniel (cattolica lei e ebreo lui), matrimonio che la stessa voce narrante definisce un “affaire” , perché, “da che mondo e mondo nessun ebreo gradisce che suo figlio sposi una cattolica e nessun cattolico ambisce ad avere un genero ebreo” ( pag. 97).

Tra i rappresentanti delle rispettive famiglie scatta allora la molla del pregiudizio di classe: “chi sono questi ebrei”( pag. 98) si chiede Alfio- padre di Fiamma- con veemenza.

All’universo ebraico, rappresentato dalla famiglia Sonnino, si contrappone dunque, all’interno del romanzo, l’universo ‘non-ebraico’ o ‘anti-semita’, ravvisabile ora nella figura di Alfio Bonanno e della sua famiglia, ora nei Cittadini. La contrapposizione tra queste due prospettive culturali trova tuttavia la sua più piena realizzazione nella figura di Daniel.

Daniel Sonnino infatti non è ebreo come i suoi familiari, perché figlio di madre cattolica e di padre ebreo. Una condizione, questa, che seppur rimproveratagli dal padre, fin dall’esordio del libro, gli assicura quel duplice ruolo di attore-spettatore di un mondo a cui appartiene ma che al contempo riesce ad osservare con distacco e spirito critico.

Il suo stesso nonno – Alfio – lo definisce “ il figlio della colpa”( pag 107), esternandogli apertamente tutta la sua sfiducia e indignazione, forse per la somiglianza con il padre, per quei chiari segni ebraici “scolpiti” sul suo volto, come se una religione, fosse ragguagliabile nei tratti somatici di un individuo.

“Credo di essere il primo ebreo nella storia dell’umanità” riflette, a un certo punto, Daniel- “ad avere subito discriminazioni dal proprio stesso nonno. Il primo ebreo della storia con un nonno antisemita. Per tutti gli ebrei c’è sempre stata la famiglia, almeno quella, ‘estrema risorsa, l’ultimo luogo di fuga ed invece in casa mia l’antisemitismo si era insediato con la stessa forte determinazione con cui si era conficcato lo spirito ebraico”. ( pag. 108)

Un atteggiamento ambivalente di fronte ad una sorta di scissione identitaria: è dunque questa la nota distintiva del nostro protagonista, ed è a questo livello che sembra palesarsi una sovrapposizione tra la figura di Daniel e quella di Piperno, essendo l’autore stesso figlio di padre ebraico e madre cattolica, al contempo esponente e critico del mondo a cui appartiene. Inoltre come Piperno, Daniel sceglie la scrittura come mezzo prediletto attraverso il quale esprimere la propria personalità, esternare le proprie idee, i propri pensieri. Nella finzione letteraria Con le peggiori intenzioni è il resoconto di una giovinezza, delle esperienze di un’intera famiglia, di un’epoca, messo nero su bianco dal protagonista nella notte trascorsa in aereo per andare al funerale di Nanni. Daniel è di ritorno da Manhattan, dove ha preso parte ad un seminario sui destini della letteratura ebraica nei tempi della piena assimilazione e della minaccia islamica, sotto l’invito del professore Leiterman, entusiasta oppositore delle teorie autobiografiche espresse dal protagonista nel suo primo libro Tutti gli ebrei antisemiti. Da Weininger a Philip Roth. E ovviamente non è un caso che qui l’autore citi proprio quel Philip Roth di cui è tanto appassionato e che, nei suoi romanzi, ritaglia all’ebraismo uno spazio di dolorosa autonomia, scagliandosi contro l’ineluttabilità e la pericolosa banalità di certe storie perché, come dice Piperno stesso, nelle sue annotazioni critiche su “Nuovi Argomenti”, “è spaventoso costruire il proprio albero genealogico sull’onore che deriva dall’avere un parente ammazzato da un nazista”.

Esperienza autobiografica, racconti familiari, modelli letterari saldi quali Bellow-Roth-Proust, esplicitamente citati dall’autore all’interno del testo, si fondono insieme armonicamente, intessendo la tela su cui poggia l’intero racconto. Come si legge in un saggio critico di Francesco Pelosi, pubblicato sul sito www.spezialmente.it, sono state proprio le esperienze di Levi e Nabokov ad averlo ispirato. Una coppia di scrittori diversi: “Levi costretto dall’esperienza allucinante di Auschwitz a fare i conti freddamente con l’orrore, Nobokov obbligato dal comunismo e poi dal nazismo ad emigrare, subendo anche la morte del padre e del fratello omosessuale che viene deportato e fatto morire dai nazisti in un lager”. Piperno ha così affiancato la storia ed il percorso di entrambi. “L’uno così freddo agghiacciante e reale, l’altro così giocoso, ironico ed irriverente; due stili di scrittura estremamente opposti ma nati dalla stessa radice: la sofferenza , il dolore, le esperienze nere che ti cambiano la vita. Ecco quanto gli altri gli hanno insegnato: la creatività, in qualunque forma essa sia, nasce per la maggior parte delle volte da esperienze, eventi, vita”.

Piperno stesso afferma infatti, nella sua lezione-approfondimento, seguita immediatamente alla presentazione dell’edizione 2006 del Festival della Mente, che “la creatività nasce dalla vita e dal sangue”. I maestri di Piperno, dunque, a detta dello stesso autore, “sono divenuti grandi scrittori soprattutto per avere vissuto esperienze drammatiche”.

Con l’immagine del World Trade Center il cerchio narrativo si chiude, in linea con i tre exergo posti in apertura di libro.

Perché in fondo l’obiettivo di Piperno era questo: servirsi degli amori, delle ossessioni, dei tradimenti, delle avventure dei suoi protagonisti per raccontare la storia di un’epoca, che altro non è se non la nostra.
E’ questo probabilmente il punto forte del libro, il motivo del suo grande successo.

giugno 2007

 

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