Lug 13

Con le peggiori intenzioni: struttura del discorso narrativo

Uno dei fattori che ha più contribuito a fare del romanzo d’esordio di Alessandro Piperno il caso letterario del 2005 è da individuare nella calcolata ricchezza della sua esuberante cifra espressiva. Nelle pagine di Con le peggiori intenzioni, infatti, una cura meticolosa delle scelte lessicali si accompagna ad una ancor più puntigliosa ricerca aggettivale.

La narrazione risulta in questo modo ricca, a tratti barocca. L’eleganza letteraria del romanzo viene “equilibrata”, per contro, da scatti di licenziosità che in certi casi potrebbero sorprendere, sembrando eccessivi, ma che di certo concorrono a creare un clima di familiarità tra l’io narrante ed il lettore, al quale il protagonista Daniel si rivolge spesso con confidenza, dandogli persino del tu, come si vede in un “..Via ragazzi! ” (p. 30), rivolto ai lettori. Si riscontra inoltre, che tale posa familiare non è riferita esclusivamente al lettore, al contrario, vi è un atteggiamento confidenziale dell’io narrante nei confronti di tutti i personaggi con i quali interloquisce nel romanzo, anche quelli apparentemente più lontani dalle sue vicende personali; un esempio evidente è offerto dal racconto della vicenda in cui Daniel, rivolgendosi alla madre dell’amico Dav, esordisce, in una parentetica:

“(Via Karen, cosa penserebbero tuo nonno o tuo padre della sincera commozione che ti assale ascoltando Tu scendi dalle stelle?)”(p. 173).

Non manca poi, come si vede, una buona dose di acutezza, ironia e sarcasmo nella costruzione di scene eccezionali che il protagonista passa in rassegna con sguardo impietoso.

Focalizzando la nostra attenzione sulla struttura del discorso narrativo, si presenta subito evidente ai nostri occhi che la narrazione è il risultato di un intreccio di scene ed avvenimenti rievocati sul filo dei ricordi; il discorso narrativo del romanzo è costruito quindi attraverso immagini e singole scene, flash-back e digressioni temporali. Significativo a tale proposito è, già da subito, il primo capitolo, “Lo splendido secolo di Bepy”, nel quale alla iniziale presentazione del nonno, colto nel momento in cui riceve la notizia della malattia, seguono pagine a ritroso nel tempo, che incorniciano momenti di vita dei coniugi Sonnino nei loro anni ruggenti. Di seguito, dopo una decina di pagine, la narrazione ritorna alla descrizione di episodi memorabili dell’ultimo stadio della malattia di Bepy; infine, il capitolo termina con un balzo in avanti, agli anni Novanta, con la raffigurazione della nonna Ada, ed il racconto di un episodio riferito all’ ultimo periodo della sua vita.

Un ulteriore tratto saliente della scrittura di Piperno è dato dal ricorso all’enumerazione caotica ed alla ripetizione ossessiva, che sfocia talvolta in veri e propri climax in grado di trasmettere al lettore uno stato di crescente tensione emotiva; così, ad esempio, nel brano in cui Daniel pensa affannosamente:

Cosa penserà Gaia Cittadini di me? Questo interrogativo era così conficcato nella mia mente che, talvolta, mi svegliavo nel pieno della notte per guardarmi allo specchio, nel tentativo d’intuire quale potesse essere il preciso effetto che la mia persona avrebbe prodotto su di lei (…).
Cosa penserà Gaia Cittadini di me? (…). D’altra parte sento oscuramente che se solo avessi cambiato i termini della questione, fin quasi a ribaltarla in: cosa penso io di Gaia Cittadini? ecco, credo che sarebbe stato tutto diverso.(…). Cosa penso io di lei? Di più: temo che se solo avessi avuto la forza di estendere questa domanda a tutto l’ambiente che frequentavo, se solo mi fossi chiesto, tentando di leggermi dentro: via Daniel, cosa pensi tu di loro?, piuttosto che rifugiarmi nel trito e ossessivo adagio: cosa penseranno loro di me?, allora forse, chissà (p. 211).

Frequenti sono poi le ripetizioni, talvolta vere e proprie anafore:

A Nanni, inoltre, piaceva servirsi di espressioni teatrali e fintamente simpatiche. Doveva trovare irresistibile il contrasto tra la mestizia di quell’ambiente e un modo parodisticamente forbito nel parlare.
A Nanni piaceva tributarci onori che non meritavamo così come gli sarebbe spiaciuto tributarceli se solo ce li fossimo meritati.
Nanni mostrava un affetto per mio padre così esibito che la gente arrivava a commuoversi (p. 127).

Altra caratteristica evidente nel discorso narrativo di Con le peggiori intenzioni è la sovrabbondanza di interrogazioni prive di risposta, come nell’esempio seguente, in cui si vede Daniel interrogarsi a proposito del suo decantato antisemitismo:

Daniel, quanto è vero il tuo rancore antiebraico? Quanto c’è di commedia e di avanspettacolo? Chi può assicurati che, fuori di te, mentre sbraiti contro la retorica filosemita, non sieda un altro te stesso, serafico e ponderato, intento alla contemplazione del tuo sosia indiavolato? (p. 48).

Come in quest’ultimo caso, le interrogazioni sono spesso rivolte dall’io narrante a se stesso, o piuttosto, contro se stesso, nel ritmo incalzante di un dialogo interiore ricorrente soprattutto nella seconda parte del romanzo. Così, ad esempio, è il Daniel trentenne, a rivolgersi spesso contro l’adolescente imbranato di tanti anni prima, preda di molteplici ossessioni compulsive, in una sorta di impietosa autoanalisi:

Come si diventa anzitempo una vecchia zitella? Come può un ragazzo brillante mutarsi in ameba asessuata? Annullare con la sola volontà tutta la forza, tutto l’impatto del suo giovanile vigore? Disinnescare la propria ambizione virile? Disintegrare la carica erotica? Come è riuscito ad abolirla? Possibile che allora non te ne rendessi conto? Che come certi neuropatici irrecuperabili fossi talmente sprofondato nella tua ossessione, nel ruolo autoattribuito di Sovrintendente Alla Castità Di Gaia Nonché Guardiano Dei Suoi Santi Orifizi, da giocarti tutte le chance e tutte le cartucce disponibili per la tua felicità? Che fossi così cieco da credere non esistessero alternative a quella vita di sospiri e di meschinerie? Talmente fesso da non capire che un segaiolo della tua stoffa non era nato per fare l’anacoreta? (p. 225).

Anche gli altri personaggi del romanzo sono spesso presentati nell’atto di interrogarsi. A Nanni, ad esempio, capita di mettere in discussione il proprio atteggiamento nei confronti del nipote Giacomo, attraverso un vortice di quesiti, posti in corsivo:

Quest’uomo ha ragione, si dice Nanni, ma perché ogni volta che vengo qui non fa che descrivermi pedissequamente, con tanta lucidità e con terminologia così precisa e appropriata, quello che io già so, quello che ho provato sulla mia carne? Perchè non dà consigli? Perchè non vedo miglioramenti? Perchè mio nipote è sempre più triste, più depravato, più infantile, più perduto, più irrecuperabile? perchè certe volte mi fa schifo stargli vicino? Perchè ogni volta che parli con lui non riesci a cogliere un sia pur minimo bagliore? Perchè sono così contento quando esce, quando non lo vedo, quando mi dimentico di lui? (p. 255).

É assai ricorrente inoltre, nella struttura del discorso del romanzo, l’impiego di parentetiche e corsivi, che, nella maggior parte dei casi, svolgono la funzione di chiarire al lettore parti del discorso o atteggiamenti dei personaggi; a tal proposito, si veda l’esempio:

(Da notarsi come i Sonnino ebraicamente prediligessero la dimensione interrogativa rispetto a quella asseverativa tipicamente cristiana) (p. 14).

In alternativa, tra parentesi spesso viene posto il punto di vista personale dell’io narrante:

(sono sempre più convinto che la visione del mondo delle ragazze come Gaia, in fondo così inconsapevolmente darwiniana, abbia educato un’intera generazione) (p. 234).

Per quanto riguarda le porzioni di testo in corsivo, queste, oltre che essere riferite a citazioni e forestierismi, spesso sono volte a mostrare al lettore uno spaccato dell’interiorità di Daniel, ciò che egli pensa fra sé e sé:

…ed io dentro di me lo riprendo: per Dio, papà, quando ti libererai dall’idolatria per quel ripugnante pagliaccio? (p. 160).

Caratteristiche, tutte queste, che ricorrono con una altissima frequenza nel romanzo, fino alla emblematica compresenza di parentesi, corsivo e ripetute interrogazioni in un frammento di testo che vede Daniel rivolgersi nuovamente contro se stesso, durante l’incontro a New York con l’amico Giorgio:

Guarda, Giò, che per me una cosa vale l’altra…(Una cosa vale l’altra? Ma ti senti? Sei impazzito? Perchè parli così? Perchè vuoi dare l’idea di non essere un tipo esigente? Tu sei un tipo esigente! Perchè dissimularti? Che diavolo ti succede? ) (p. 192).

About The Author