Lug 13

Mafalda Cerutti

L’episodio di cui è protagonista Mafalda Cerutti è uno dei più drammatici del romanzo: sottotitolato da un laconico Molto più in là, esso è pervaso fin dalle prime parole dall’accoratezza di un sofferto ma ormai indiscutibile commiato dalla vita.

Rileggendo la frase conclusiva della storia di Mafalda Cerutti, infatti, appare all’improvviso chiaro come la scrittrice avesse suggerito sin dall’inizio del capitolo il triste epilogo che avrebbe concluso la vita della donna. Così viene quasi spontaneo figurarsi Mafalda nel momento in cui, avvolta dalla notte, si accinge a scrivere alla cugina Teresa, non una semplice lettera, bensì un “piccolo testamento”, ed immaginare che la donna sappia già che concluderà l’epistola con la decisione di andare a fondo con tutte le sue disgrazie “in quella piccola striscia d’ acqua sporca ed oleosa” lungo il molo, dal quale osservava le navi in partenza verso… “molto più in là”.

Sembra così chiudersi ‘ad anello’ il quadro della vicenda di Mafalda completato dai sapienti e frequenti tocchi dell’autrice, che mettono in luce l’abisso di disperazione in cui cade la giovane. Questa, dopo aver patito tante sventure, capisce di non potere avere più alcuna speranza e va incontro alla morte, al suo abbraccio caldo, tanto simile al caldo abbraccio della “cuerta” di lana appartenuta prima alla madre e poi al figlioletto morto.

Mafalda decide allora di congedarsi dal mondo che per lei ha i cari lineamenti della cugina Teresa, così vicina al suo cuore nei momenti disperati ma così lontana nella sua esperienza di vita: Teresa è argentina e non conosce lo strazio di abbandonare la propria terra di origine, terra di stenti, sì, ma che, al confronto con la presente miseria in cui versa Mafalda, sembra un vero Eldorado, il luogo in cui i sogni potevano realizzarsi, in cui la vita poteva scorrere forse serena, sicuramente diversa.

Lo sradicamento dall’Italia diviene, dunque, malattia non fisica ma dell’anima; una condanna alla solitudine, alla follia, alla morte per la madre di Mafalda che aveva rifiutato il trapianto in Argentina, vivendo come sospesa in un limbo, quasi estranea a se stessa, per poi finire inghiottita da quello stesso mare che un tempo l’aveva strappata alla sua terra. Mafalda stessa non riesce a dimenticare l’Italia, la ricorda costantemente e vive in un triste e forzoso esilio: la protagonista sente di amare “disperatamente quel suo paese piccolissimo”, “un paese dove nessuno poteva sentirsi solo e la morte arrivava accompagnata dal chierichetto… le canzoni di somà, la risata gorgogliante di Giovanni Delle Piane”.

L’emigrazione è dunque il nucleo tematico portante dell’intera vicenda, cui si deve affiancare il motivo del mare: tutto l’episodio infatti ruota attorno alla presenza silenziosa e inesorabile del mare che strappa e restituisce, che trascina “molto più in là”, in una lontananza che può coincidere con l’America o addirittura con la morte; l’oceano diviene anche simbolo della felicità perduta di Mafalda e dei suoi sogni soffocati sul nascere dall’intervento del padre.

Proprio il padre è una figura fondamentale: l’uomo è un monolite di freddezza, aridità e violenza contro il quale il cuore fragile e sensibile della moglie e della figlia si schianteranno. Il padre è uno dei protagonisti del secolare scontro fra uomini e donne; e se il rapporto conflittuale fra i coniugi rientra nella consuetudine cui i matrimoni descritti dalla Pariani ci hanno abituati, inedito è l’odio nutrito da Mafalda verso il padre da cui si sente tradita, ingannata, defraudata della vita cui aveva diritto: “Ché Mafalda continuava a dirsi che tutto se fossero rimasti là in Italia, sarebbe andato diversamente… Perché Madonna Santa, suo padre li aveva voluto portare proprio in bocca alla disgrazia?” (pp. 167-168). Ella odia il padre anche più dell’uomo che con la violenza l’ha resa madre di Juan, il bimbo “nato sotto un pianeta di malinconia e spavento”, mentre attorno il mondo piangeva la morte di Evita Peròn, da leggere come una triste profezia della brevità della vita del bimbo.

Il dolore di Mafalda alla morte del figlio, caduca luce in una vita senza speranza, è, quindi, sordo, inaudito: una sofferenza che viene urlata al mondo dalla stanza chiusa e silenziosa della donna, che può esser lenita solo dalla musica dei tanghi; ma anche questo muto dolore verrà calpestato dalla crudele indifferenza del padre: “Quel bambino, diciamola intera, è stato uno sbaglio, un incidente… Adesso è morto, e in fondo è meglio così ”, (p. 175).

Proprio il tango è l’unico prodotto argentino che Mafalda sia riuscita ad amare perché i suoi ritmi “sembravano contare una pena simile alla sua” (p. 173).

La solitudine della protagonista dell’episodio è totale e insanabile: “Nessuno è così solo come me”, scrive la donna alla cugina, “ricevi questa lettera da nessuno, quello che sono adesso”, (p. 162); tale isolamento è accresciuto dal rancoroso ricordo dei legami spezzati con la terra d’origine, dall’ossessione di aver chiuso di schianto, a causa del cieco egoismo paterno, quelle porte che avevano aperto inaspettate ma fugaci promesse di felicità. Sotto tanti rimpianti cova la follia latente di Mafalda.

Alla fine, trascinata dall’immagine di una terra “molto più in là” del mare, da dove sembrano reclamarla a sé l’amata mamma, il suo Juanito e le altre voci e le ombre di cari estinti, quasi seguendo la musica di un tango, Mafalda si abbandonerà al mare, che cancellerà il suo dolore come fosse un’orma stampata sulla sabbia. Di Mafalda resterà solo quel “povero testamento” in cui però “non c’era niente da lasciare a nessuno”, perché l’eredità del dolore, della disperazione, della follia si è estinta con il suo ultimo respiro.

 

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