Lug 13

Verità e menzogna in “Di questa vita menzognera”

Di questa vita menzognera è titolo e insieme traccia interpretativa dell’ultimo romanzo di Giuseppe Montesano, che denunciando la realtà di un mondo “decrepito”, corrotto e amorale annuncia un’unica speranza di salvezza: trasformare la vita reale in una rappresentazione.

Personaggi, simboli e azioni si muovono in un universo di valori rovesciati, di parole che mentono, di “paradisi artificiali”, di verità invertite nel loro opposto menzognero.
Il sipario di questo teatro del disincanto si apre sullo sfondo di una Napoli, la cui storia millenaria imbevuta di arte, archeologia e tradizione, lascia rapidamente il posto ad una città artificiale, costruita secondo “l’unica forma di oblio del male concessa agli uomini”: la bellezza. Un’idea delirante di bellezza che, come l’opera letteraria stessa, concede libero sfogo all’unica verità possibile, quella dei sogni e delle illusioni.

Napoli viene così trasfigurata nella grottesca Eternatoli, gli abitanti diventano maschere pronte a vivere “l’era della felicità” illusoria nel paese di Cuccagna, l’arte è lo strumento che trasforma l’etica in estetica. La metamorfosi si compie proprio per mezzo dell’arte che adatta al mondo materiale quello dell’immaginario distorto dei Negromonte. Arte e vita si scambiano i ruoli, a tratti si identificano, si confondono, gridano all’unisono la loro verità bugiarda.

Il risultato di questo gioco perverso, venato di umorismo drammatico, è la costruzione di un mondo dove prevale la follia di un gruppo ristretto di borghesi, i Negromonte, accecati dal male di vivere, dalla volontà di potenza, dall’egoismo che impoverisce e distrugge gli animi di quelli come Andrea, votato al suicidio come ultimo tentativo di riscatto da una vita disillusa. E anche in questo caso l’impronta della menzogna maschera il disonore caduto sui Negromonte per il suicidio di Andrea, la cui morte passerà per quella di un eroe.

Allo specchio di questa vita che tutto distorce, esagera e distrugge anche la parola diventa strumento per mentire: “Le parole servivano per mentire, non certo per comunicare”, ripete Cardano, l’intellettuale passivo, che cerca nel “sogno infinito dell’arte” una via d’uscita dal conformismo del presente. Ma se le parole devono mentire allora l’unico modo per ritornare liberi è quello di conservare, fino alla fine, il “ricordo di bellezza e verità”. Messaggio perfettamente recepito dai personaggi antagonisti come Roberto, il timido discepolo di Cardano, che persegue la sua verità rappresentata nel sogno dell’amore per Nadja, o la ragazza impiccata al frontone del tempio per avere dichiarato il suo ideale di libertà e uguaglianza, o anche Ciro, che fino all’ultimo non perde la speranza di fuggire via dalla trappola carnevalesca che già imprigiona il popolo ignavo.

In un mondo in cui il capitalismo si è “trasformato in quello che per millenni si era chiamato spirito”, l’unico mezzo per sopravvivere è mutare dunque quello spirito in una volontà critica che renda tutti liberi di vivere, liberi di morire, liberi di sognare.

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