Lug 13

Le scelte linguistiche di Montesano

La scelta linguistica operata da Giuseppe Montesano nel romanzo Di questa vita menzognera è l’esito di un percorso compiuto attraverso l’analisi del reale. Obiettivo del nostro autore è, infatti, analizzare la realtà così come essa è, intrisa di riso e pianto nello stesso tempo.

Come sappiamo, il vernacolo napoletano segnala l’importanza che la lezione di un grande poeta barocco napoletano come Basile dovette avere per lui; la presenza del dialetto è funzionale, come lo fu anche per altri autori come Porta, Belli, Verga e Gadda, per rappresentare la realtà in modo completo ed oggettivo; attraverso il dialetto l’opera diventa mimesi della realtà materiale fatta di istinti primordiali, quali cibo, sesso.

C.E. Gadda, in particolare, viene citato dallo stesso Montesano durante un’intervista rilasciata alla redazione di Feltrinelli, come uno tra gli scrittori ed i filosofi che egli definisce “prossimo mio”, perché come lui rappresentano insieme il comico ed il drammatico, il ridicolo ed il sublime. Il “pastiche” letterario di C.E. Gadda è un linguaggio assolutamente insolito ed originale, un impasto di componenti dialettali, sia nel lessico che nelle strutture sintattiche, per il quale egli attinge a diversi dialetti contaminandoli della lingua colta. Egli ottiene, così, una lingua capace di rappresentare efficacemente una realtà che scopre fatta di arrivisti, di meschinità e di ogni sorta di negatività velata di perbenismo. Come non pensare a Giuseppe Montesano?

Per Carlo Emilio Gadda, come per Montesano, per rappresentare una simile realtà menzognera è addirittura necessaria una scelta linguistica che ne sveli l’aspetto meschino, senza stendervi sopra alcun velo pietoso. Dunque, il “pastiche” letterario di Gadda è, come per Montesano, radicato in un atteggiamento etico ed ideologico,finalizzato a smascherare la falsità e le ipocrite certezze della società alla quale si oppone, rifiutandola; invece, l’uso di un lessico aulico, intende polemizzare contro la sproporzione tra linguaggio e meschinità del reale, ottenendo così un esito grottesco.

Un chiaro esempio di questo procedimento ci è offerto dalle parole di Ferdinando, personaggio tra i più “bassi” del romanzo, che in modo ridicolo si sforza di esprimersi in italiano, illudendosi che basti questo per elevare la propria cultura e dignità:

Ferdinando ci mandava a chiamare ogni mattina perché voleva fare “un poco di esercizio” con Cardano. Si era circondato di ripetitori di lingue e di precettori, e sosteneva che per farsi una cultura non serviva affatto una vita di ozio come aveva sempre detto Cardano.[…] Quando c’era Armida, Ferdinando diventava complimentoso, e cercava di parlare in italiano.(pag.98).

La sua bassezza morale lo inchioda ad una espressione linguistica bassa e non bastano letture e spiegazioni fatte dai precettori per risollevarlo. Come pure è inutile il tentativo di elevare culturalmente i figli attraverso lo studio dell’inglese: perché quello a cui questi personaggi tendono è una non cultura. Il vecchio Negromante arriverà ad indicare come causa di debolezza dei nipoti “quell’immondizia di lingue “forestiere””(pag. 88). E’ evidente come in Montesano l’uso del dialetto non si leghi ad un mondo subalterno, ma sono anche i potenti ad esprimersi così: il dialetto è la lingua della bassezza morale e non di ceto, ed i passi da citare potrebbero essere tanti. Il linguaggio dialettale, così appropriato per gli ipocriti, soltanto in bocca ad Andrea, cioè all’unico personaggio che ripudia quel mondo bugiardo, risulta stridente:

“Voi vi mangiate il capretto? E magnatavillo stu capro espiatorio!” Su quella bocca larga e rossa tagliata in una ferita, il dialetto suonò osceno come una bestemmia. (pag. 69)

Andrea, che dice in faccia a tutti la verità, appare il folle che osa mettere a nudo la violenza e la sopraffazione: l’atto della ribellione, la sua rabbia viscerale, si esprime nell’uso del dialetto e scandalizza i destinatari della condanna. Montesano non si limita ad usare il dialetto napoletano, ma anche quando la narrazione sembra scorra in lingua italiana, si tratta di un italiano regionale, che su un impianto sintattico dialettale innesta un lessico italiano; ne risulta un linguaggio né dialettale né italiano,un italiano scorretto, un miscuglio di lingua italiana e dialetto a livello ortografico, morfologico, sintattico e lessicale:

“Le piante si zùcano l’anidride carbonica” (pp. 78-79). “Ma che è? Che è successo?” (pag. 117). “Ti sei imparato l’inglese?” (pag. 139).

Il dialetto, nel romanzo di Montesano è vero e proprio protagonista, è la lingua immiserita perché quella che riflette è una miseria interiore. Essa esprime l’affetto dell’aggressività come forza di degradazione, ma il protagonismo della lingua è chiaro anche nel personaggio che mai si sente parlare nel romanzo, Ciro, legato ad Andrea da sincero affetto: la presenza o l’assenza della parola esprime comunque affetto.

Vogliamo concludere con le parole dell’autore napoletano, che nell’intervista per la Feltrinelli spiega in modo estremamente chiaro e completo il senso della sua scelta linguistica:

Il dialetto per me non è solo uno strumento espressivo. E’anche il rumore o la musica di fondo nel quale vivono i protagonisti del romanzo, un suono ossessivo che è così forte da “infettare” anche la lingua colta. Del resto tutto ciò che è viscerale si esprime in genere nei dialetti o nel linguaggio “colloquiale”. Cèline diceva che il suo gergo, l’argot, era la lingua dell’odio: lingua di popolo che vive ai margini. Oggi i gerghi sono la lingua dell’affettività, o almeno è così nei miei libri: l’estremizzazione degli affetti, la violenza delle passioni e l’aggressività di un parlare che è come un gesticolare. Il corpo parla sempre un linguaggio “basso”, colloquiale, sgrammaticato addirittura: è la musica o il suono dell’emozione e bisogna usare anche il dialetto, la lingua “bassa.”

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