Lug 12

Sebastiano Vassalli incontra gli studenti (04/2009)

A conclusione delle attività di laboratorio, lo scrittore genovese Sebastiano Vassalli, introdotto dal professore Natale Tedesco e dalla professoressa Domenica Perrone, incontra gli studenti.

D. Nella Morte di Marx lei narra vicende tratte dalla realtà contemporanea, dalla cronaca giornaliera. Anche le vicende più dolorose e macabre sono trattate con una certa fredda disinvoltura, quasi mimando la spersonalizzazione e l’anestesia dei sentimenti indotta nello spettatore dal  meccanismo televisivo, che ha portato con sé il fenomeno della spettacolarizzazione della morte. Che spazio ha ancora la letteratura in una società come quella italiana, dominata dalla frenesia, dalla aridità, dalla televisione, da una generale emulazione e dal conformismo?

R. Noi in Italia scriviamo in una lingua che, a livello planetario, è un dialetto. Se fossi uno scrittore conosciuto di lingua inglese credo che mi cimenterei in ricerche di mercato prima di scrivere un libro. Siccome sono uno scrittore “dialettale”, posso anche prendermi dei lussi; posso prendermi il lusso di scrivere dei libri che so già in partenza non potranno incontrare il favore del grande pubblico, del pubblico più vasto. Posso comunque sperare che esistano quei lettori consentanei di cui parlava Baudelaire (“mio simile e mio fratello”). Credo che anche Baudelaire avvertiva con stupore che, in una umanità tutto sommato così poco bella da vedere e da frequentare, ai tempi suoi come ai tempi nostri, fosse possibile incontrare delle persone che attraverso le pagine di un libro. Per rispondere alla domanda, un certo tipo di comportamenti devianti e prevaricatori ci sono sempre stati. L’essere umano, che ha tante qualità e tante doti di intelligenza, in definitiva, e sotto certi aspetti, può essere fondamentalmente stupido. E chi, come me, ha passato la vita a raccontare le storie degli uomini sa che è costretto a ripetersi. Un tempo, quando scoppiava un’epidemia, non se ne aveva notizia e questo permetteva di smorzare la drammaticità dell’allarme. Se oggi non ci fosse l’emulazione portata dall’etere, il mondo andrebbe molto diversamente. Molte cose si fanno perché altre persone le fanno e così, in maniera molto indiretta, abbiamo toccato una delle ragioni profonde della letteratura. La letteratura, così come noi la conosciamo e la pratichiamo, nasce sin dai tempi di Omero che raccontava le storie e, fortunato lui, non le scriveva. Adesso scrivere è l’attività più difficile. Una delle ragioni profonde della letteratura, se non forse la ragione più profonda, dicevo, è che gli uomini vogliono che ciò che fanno, nel bene e nel male, sia risaputo, sia conosciuto. Se non ci fosse la possibilità di tramandare la memoria, il mondo si sarebbe arrestato. Gran parte di ciò che chiamiamo progresso dipende proprio da questa voglia di tramandare. La letteratura è l’arte del racconto, è un’arte antichissima che non morirà mai finché ci sarà qualcuno che vorrà raccontare una storia e qualcuno che vorrà ascoltare la storia e che ne avrà bisogno. E’ una necessità dell’uomo stesso, sicuramente non forte come il mangiare e il dormire, ma è, comunque, una necessità. L’essere umano, privato del suo rapporto con gli altri, si inaridirebbe. Un grande romanzo della letteratura inglese, Robinson Crusoe, nonostante narri una storia realmente accaduta, ha uno spunto irreale-ideale che nella letteratura va benissimo, mentre nella realtà non starebbe in piedi. I mezzi di comunicazione di massa non fanno altro che amplificare ciò che è sempre avvenuto e sempre avverrà creando anche dei fenomeni di emulazione che però non cambiano la realtà nel suo complesso.

D. Nella Morte di Marx, il suo sguardo lucido si punta sul presente. Di tale presente lei si sente parte integrante o viceversa si considera estraneo alla società di oggi? E quali sono i limiti del narrare?

R. Realmente il limite delle nostre storie è il limite dell’umano. In fin dei conti il nostro limite è quello di non avere degli interlocutori. Ciò che questo mestiere mi ha insegnato è che le storie umane, anche se apparentemente complesse, sono semplicissime. Punti di riferimento certi ce ne sono due o forse tre: uno è che si nasce, un altro è che si muore, il terzo che intercorre tra queste due date è infastidirci tra di noi. Questo, in definitiva, è il succo, la sintesi di tutte le storie umane. Mi è capitato di scrivere, con un paradosso, per il “Corriere della sera” a cui collaboravo, un raccontino per Natale in cui ponevo la domanda : “Cosa potrebbe regalarci un Bambin Gesù o un Babbo Natale?”. Potrebbe regalarci un nemico, un nemico esterno non così terribile da buttarci tutti giù ma abbastanza temibile da tenerci in riga e che ogni tanto dall’alto ci faccia il verso. Un evento del genere ci aiuterebbe a comportarci meglio, valorizzando noi stessi e le risorse del nostro pianeta. Per rispondere alla domanda, mi sento sì parte di questo mondo, ma che io sia felice non credo, forse direi una bugia. D’altronde, come diceva Voltaire, soltanto un perfetto cretino può essere felice a questo mondo.

D. Nella Morte di Marx si assiste ad una svolta rispetto ai precedenti romanzi: qui si racconta il presente, senza riferimenti alla storia passata. Nell’Italiano, viceversa, si parte dal passato per raccontare il presente. Quale strada intende percorrere nella stesura del suo prossimo romanzo?

R. L’Italiano, il mio ultimo romanzo, voleva riflettere sulla realtà del nostro carattere nazionale: una realtà tragicomica. E io ho cercato di narrare il carattere della nazione attraverso episodi, anche ripresi da altri miei romanzi precedenti, tutti, a mio modo di vedere, emblematici e significativi. Sia nell’Italiano che nella Morte di Marx la forma del racconto è ispirata e determinata dalla realtà. Il romanzo ottocentesco nasce come specchio del mondo, espressione di una realtà non frantumata. Il mondo di oggi, viceversa, si presenta come una realtà così frantumata che non si presta ad essere riflesso in un unico disegno. Se la realtà è frantumata anche l’immagine che la riflette deve essere per forza frantumata, frammentaria: dunque, a questa nostra realtà è congeniale non il romanzo che aspira alla totalità, ma il racconto che vive nella dimensione del frammentario.

D. Lei ha scritto: “E’ qui, nelle liti di cortile, che l’odio umano si affina e si esalta, fino a raggiungere vette insuperabili, diventa un assoluto. E’ l’odio puro; astratto, disincantato e che sopravvive a tutto.” Forse, come disse Pavese, “si odiano gli altri, perché si odia se stessi”. Ad ogni modo, l’odio è per lei il motore della Storia. Le chiedo se, in mezzo a questo frastuono umano, in questo perpetuo infastidirci a vicenda, lei intravede anche solo un barlume di speranza, una flebile luce oltre questo nero e, se sì, da dove la vede provenire. A cosa siamo destinati? Ad un nuovo Tempo di Màssacro ?

R. Non ricordo questo passo di Pavese. Negli anni ’70 conoscevo e frequentavo uno scrittore di origine argentina, Rodolfo Wilcock, uno stranissimo personaggio. Andai a visitarlo a Roma dove viveva in una baracca insieme a un grosso cane ed entrambe le volte mi presi le pulci! Al di là di questo episodio (io sono uno scrittore e raccontare storie è quello che mi riesce meglio), Wilcock una volta mi disse: “Se tu ami qualcuno che ti odia non sei mai solo”. Allora avevo vent’anni e questa fu una delle frasi che mi rimasero più impresse. Che l’odio sia il più forte tra i sentimenti umani è deducibile da una serie di riflessioni sulla realtà. La parola “odio” impressiona, spaventa, fa subito pensare al sangue, ma non è così. L’odio è un sentimento complesso e complessivo che riunisce in sé una serie di componenti non tutti negative. Se gli uomini si volessero bene e basta, sarebbero ancora lì a saltare da un ramo all’altro e non ci sarebbero storie. Se l’odio non esistesse le storie raccontate sarebbero finte; sarebbe finito tutto. A muovere il mondo sia in positivo sia in negativo è l’odio che in sé include vari elementi, compreso l’egoismo e la voglia di primeggiare. Ciò che muove il mondo, come ci ha insegnato Freud e prima di lui la Bibbia, e costituisce l’atteggiamento dominante dell’umano non è l’amore o l’amicizia ma è proprio l’odio. Io sono una persona che racconta storie. Dicendo questo non voglio lanciare un messaggio negativo né per questo positivo. Io mi limito a constatare la realtà senza avere la pretesa di proporre delle soluzioni, senza parteggiare per una cosa o per un’altra. Io, in qualità di scrittore, non mi calo mai personalmente nelle storie che racconto, ma faccio in modo che siano i lettori a farlo. Bisogna raccontare il mondo tenendosene fuori e bisogna raccontarlo così com’è.

D. Le vicende narrate nella Morte di Marx intendono proporsi al modo di una fotografia del presente, come una constatazione dell’oggi, o piuttosto valgono come monito per ricordare il rischio del vuoto a cui l’uomo va incontro?

R. Io non voglio trasmettere nessun messaggio attraverso le mie opere. Anzi, se devo proprio trasmettere un messaggio è quello di diffidare da chi trasmette messaggi. Non è questo il compito dello scrittore. Uno scrittore può rappresentare la realtà così com’è, ma le conclusioni deve trarle il lettore. Anche il povero Leopardi trascorse una intera vita a spiegare che il rapporto uomo-natura, così come lo rappresentava, non dipendeva dalle sue infelicità personali ma dalle sue mature considerazioni filosofiche. Anche Leopardi cercava così di distinguere il suo stato personale dalla rappresentazione di una realtà a suo parere oggettiva. Io non ho nessun messaggio da trasmettere; mi calo in certi temi perché io per primo cerco di comprenderli meglio. La ricerca ossessiva di un senso (sempre che di senso possa parlarsi) è inutile.

D. In molti suoi libri sembra emergere come tema ricorrente quello della banalità dell’amore. Un amore malato è descritto nella Morte di Marx, un amore semplicemente accennato e mai decollato è in Marco e Mattio. L’esclamazione “Era…Lucia!”, pronunciata con un certo sapore nostalgico da Mattio nelle battute finali del libro, esprime una fiducia nella potenza salvifica dell’amore o dà voce ad un radicale pessimismo, sancendo il definitivo approdo alla pazzia del protagonista?

R. Non so rispondere a questa domanda. Marco e Mattio è un romanzo del 1992 che pone tante domande, senza, concretamente, riuscire a dare nessuna risposta. Il compito della letteratura non è quello di dare delle risposte. Il romanzo è tratto da una storia vera. Mattio fu uno dei primissimi casi clinici della psichiatria. Prima dell’età napoleonica i matti venivano curati con gli esorcismi e, se l’esorcismo non risultava efficace, si ricorreva alla tortura. A Venezia vi erano navi da guerra in disarmo in mezzo alla laguna dove venivano condotti i matti e spesso lì dimenticati (molti di essi morivano, infatti, di fame). Il caso di Mattio è, dunque, un caso tratto dal vero, ma la psichiatria è tutt’altro che una scienza e la mente umana è tutt’altro che curabile con i principi della medicina. I confini tra la malattia fisica e la malattia mentale sono tutt’ora inafferrabili. Mattio era malato di pellagra,una malattia adesso estinta ma ancora esistente sino all’inizio della Grande Guerra. La pellagra è la malattia della denutrizione, o della cattiva alimentazione, e in Italia era presente soltanto nel nord. Non vi furono casi accertati di pellagra più a sud della Toscana, mentre era molto diffusa nel Veneto. Coloro che allora erano ritenuti matti erano, più semplicemente, malati di pellagra. La follia di Mattio Lovat veniva da lì, dalla malattia, come nel caso di Dino Campana la malattia era la sifilide. Pellagra e sifilide sono due malattie che distruggono il sistema nervoso. Questa malattia fa sì che il personaggio recepisca tutto ciò che il mondo esterno gli comunica, ma in modo distorto e grottesco. Mattio vive per giunta la sua malattia in un periodo storico complicato in cui le armate napoleoniche invadono l’Europa e i soldati francesi portano radicali innovazioni. La pellagra, oltre a far fissare la luce, portava a una progressiva insensibilità verso il dolore fisico che spinge Mattio a compiere gesti apparentemente assurdi e incomprensibili.

D. Sia nella Morte di Marx che nell’Oro del mondo è rintracciabile una critica forte all’istituto familiare. Lei dice di volere soltanto ‘registrare’ il reale mentre, a mio parere, nei suoi romanzi si esprime sempre un giudizio molto forte. La sua scrittura mi appare pervasa da una sorta di moralismo inquieto, in forza del quale si traccia una discriminazione manichea tra il bene e il male. In molti romanzi, a partire dal Cigno fino all’Oro del mondo, c’è una netta distinzione tra personaggi positivi e personaggi negativi. Ad esempio, i mafiosi del Cigno vengono descritti in maniera grottesca e trattati con un risentimento irridente ma feroce. A tal proposito, abbiamo anche letto il giudizio sull’ “omertà” degli scrittori siciliani, che ha rilasciato in una intervista, e posso anche comprendere da cosa possa derivare questa sua opinione. Se nelle sue opere, infatti, la distinzione tra il bene e il male è netta, in scrittori come Sciascia o Pirandello lo sguardo è più indagatore e il giudizio meno perentorio nell’investigare una complessità che, se non si conosce a fondo nelle sue più piccole sfaccettature, non si può giudicare. Oggi ritratterebbe le critiche che in passato ha avanzato contro I Vecchi e giovani e Il Giorno della civetta?

R. Non nego che fino a qualche anno fa ero più netto, quasi fanatico: distinguevo il mondo in luci e ombre. I vecchi e i giovani di Pirandello è un romanzo letto meno di quanto meriterebbe, considerato a torto un’opera minore e che contiene al suo interno un bel pezzo di storia siciliana e italiana. Mauro Mortara assiste al disastro della società italiana e questo sconforto lo porta a rimpiangere il mondo rurale che ha lasciato, altamente valorizzato da Sciascia nel Giorno della civetta. Ammetto onestamente che certe affermazioni adesso non le rifarei più. Erano delle risposte esagerate a provocazioni altrettanto esagerate.

D. La notte della cometa ripercorre la vita di Dino Campana, poeta e uomo da lei assunto a modello. Lei crede nel ruolo salvifico della poesia? Essa, a suo parere, è ancora in grado di resuscitare, rianimare l’uomo dalla sua amnesia e dallo sfacelo dei tempi?

R. Se mi guardo intorno di poesia vera e grande ne vedo poca. Il mondo in cui viviamo sembra contraddire la possibilità che possa ancora nascere qualcosa di assoluto. La carriera artistica e il successo materiale nell’arte, che a me oggi fa sorridere, a Campana appariva uno scandalo. Io ho cercato di raccontare la poesia in Amore lontano, prendendo il titolo da Jaufre Raudel. L’ “amore lontano”, nelle sue plurime accezioni, è la poesia. La poesia è un insieme di frammenti delle nostre vite in un tessuto di parole. La poesia è un frammento di vita. Rimbaud la pensava allo stesso modo. Il vero e grande poeta non pensa di essere tale né, tanto meno, vuole far carriera. Dino Campana aveva chiamato la poesia “stella avvelenata”, perché la poesia è quasi una condanna. Più il mondo diventa complesso, contorto e incattivito, più la poesia deve pagare un caro prezzo.

D. In Stella avvelenata lei scrive che gli uomini sono “anacronistici” e per natura sono portati a mancare l’appuntamento con la storia. La scelta di indagare sulla contemporaneità è anche legata alla volontà di conquistare un maggior favore da parte del pubblico, all’intento cioè di non mancare l’appuntamento con il pubblico dei lettori?

R. Come ho detto prima, sinceramente non ho mai pensato al pubblico. Come il mio amato matto Dino Campana, mi considero un “matto”. Ma un “matto fortunato” perché, a differenza di Campana, che si era prefisso come unico scopo della vita quello di vivere, seppur malamente, con la poesia, io a un certo punto ho smesso di fare il poeta. Io non vedo un nesso tra gli anacronismi e il rapporto con il lettore. Stella avvelenata è tutto basato sugli appuntamenti mancati. L’avere ripercorso, per tutta la vita, storie umane mi ha fatto capire che la storia delle comunità umane non seguono un flusso sempre uguale ma ci sono dei nodi chiave, in cui possono succedere delle cose che cambiano tutto. E questo succede anche in altri miei romanzi. Nella Chimera, ad esempio, il momento chiave della storia della piccola città di Molara cade nel 1653 quando, per una decisione presa a Vienna, si decreta che Molare deve divenire una città fortificata in mezzo alla pianura, per contenere eventuali invasioni francesi. Da lì si sviluppa una vicenda che cambia la storia italiana successiva. Nessuno poi costruisce queste grandi fortezze e, siccome non succede niente, pian piano la gente comincia a ricostruire nonostantei divieti delle leggi. Per almeno quindici anni si costruisce ancora abusivamente e inoltre tutto intorno viene praticata la coltivazione del riso che costituisce una fonte di ricchezza per tutti, ma che non potrebbe esserci in quanto vietata dalle leggi. La legge infatti stabilisce che non si può coltivare riso per tre miglia intorno ai centri agricoli, ma ci si accorge che non funziona affatto così nei vari centri sparsi in Italia. La morale della storia è questa: si può vivere bene anche nell’illegalità. Da questo presupposto nasce l’Italia moderna. Pure narrando la storia di Venezia, in Marco e Mattio, ho posto l’accento sulla rivoluzione dei nobili veneziani che, a un certo punto, aprono le porte a Napoleone liberandosi, così, dalla tirannide dei dogi per poi trovarsi coi carri tedeschi. Nelle storie nazionali e nelle storie umane ci sono dei momenti chiave in cui il prima e il dopo si riflettono e in cui le persone dovrebbero saper prendere delle decisioni che il più delle volte, ahimè, non riescono a prendere. Cristoforo Colombo scopre l’America nel 1492, così tramanda la tradizione, ma tecnicamente le condizioni sul piano della navigazione per attraversare con un po’ di fortuna l’Atlantico c’erano già da almeno due-trecento anni. Nel 1453 i Turchi occupano Costantinopoli e tutto il Mediterraneo orientale viene tagliato fuori dai commerci. Vi è un conclave con la nomina di un papa veneziano, Paolo II. La chiesa lo nomina appositamente perché dovrebbe bandire l’ultima e la più grande delle Crociate, quella contro i Turchi. Se la crociata fallita di Paolo II fosse andata in porto, l’America sarebbe rimasta nascosta per altri duecento anni. Tutto si basa sulla casualità della storie umane che spesso derivano da fattori imponderabili.

D. Torniamo a parlare di poesia. In Arcadia, opera del 1983, lei descrive la situazione sconfortante negli anni ’60 e ’70, lasciando intendere l’impossibilità di una qualche alternativa. Questa crisi, a suo giudizio, sembra non essere finita e si protrae anche negli anni ’80. Vista la perentorietà dei giudizi da lei espressi sui poeti della sua generazione, quali sono i criteri distintivi di una buona e di una cattiva poesia? Come è possibile distinguere un buon poeta da un cattivo poeta? Sembra quasi che il poeta, per lei degno di questo nome, debba per forza vivere un disagio esistenziale (non ritengo scelti a caso i nomi di Dino Campana e Gian Pio Torricelli posti in epigrafe). La scrittura dunque, e ancor di più quella poetica, è legata a questa alienazione e a questa disperazione o, al di fuori di qualsiasi disagio, può essere anche figlia di una esistenza goliardica e spensierata?

R. Campana finisce male e come lui Rimbaud. Il loro essere grandi poeti è, quindi, indipendente dalla condizione della loro vita. Io ho preso le distanze da un certo modo di fare poesia, che è quello dei tanti premi letterari (e sono solo quelli recensiti) italiani o dell’editoria a pagamento. Una buona poesia si riconosce da sé. Io non ho ricette da dare, posso solo raccontare le mie esperienze. Quando ero giovane e stupido, vi fu una componente di leggerezza che mi ha fatto seguire le correnti della Neoavanguardia. Avevo vent’anni allora ed è capitato anche a me di scrivere qualche poesia. Recentemente, un amico che fa libri d’arte molto raffinati e molto belli, ha pubblicato un volume che contiene un mio testo intitolato Fumo e Poesia che recita così: «Ho smesso di fumare nel 1982 (ed è vero), ho scritto la mia ultima poesia nel 1983. Da allora, il fumo e le poesie degli altri in genere mi danno fastidio».

D. Dopo le polemiche suscitate dalla sua introduzione alle Lettera ai romani di San Paolo, col senno di poi adopererebbe alcune modifiche al testo? E inoltre, ha cambiato idea in qualche punto o conferma in toto quelle considerazioni?

R. La prospettiva di una introduzione ai libri della Bibbia era chiaramente laica. La mia prefazione la condivido tutt’ora. Il fatto che successivamente l’editore abbia voluto inserire una postfazione che contraddice la prefazione credo sia un fatto unico al mondo! Il mio docente di Storia romana all’Università di Milano, Mario Attilio Levi, studioso soprattutto dei rapporti tra romani ed ebrei, mi parlò della prima persecuzione dei cristiani, una persecuzione assolutamente anomala. Nel 63 d. C. i cristiani erano un corpuscolo irrilevante dell’ebraismo. Levi diceva che ai tempi di Nerone esisteva una lobby di ebrei che faceva capo a Poppea. Quando venne fuori che Nerone doveva attribuire per forza a qualcuno la colpa dell’incendio di Roma, tale colpa venne attribuita agli ebrei. La novità della lettera è che la possibilità di salvezza viene portata fuori dal mondo ebraico. Questa convinzione che gli ebrei fossero gli unici portatori di una possibilità di salvezza era appena confermata. Gli ebrei non premono, come gli si è sempre attribuito, di essere il popolo eletto ma secondo la Bibbia lo sono. Fui pure accusato di antisemitismo per una simile teoria ma io sono politicamente scorretto.

D. Molti hanno sottolineato la vicinanza el romanzo La chimera al modello manzoniano. Cosa pensa di questo paragone?

R. Una studiosa inglese, e Dio la benedica!, ha pubblicato in una rivista di italianistica un saggio di comparazione tra il mio romanzo e i Promessi sposi. Io mi ero sforzato di evitare questo confronto ma il rapporto nasce a causa dell’ambientazione seicentesca del romanzo. Basta quindi ambientare una storia più o meno negli stessi luoghi e nello stesso periodo storico perché vengano create analogie. Questo saggio di una studiosa inglese, in Italia pubblicato per i tipi della Bulzoni, in calce preannuncia un seguito.

D. Nel racconto Sebastiano lei scrive: «La mia solitudine è affollata di presenze che, col tempo, hanno acquistato una vera e propria consistenza fisica. I personaggi dei miei romanzi, quelli che ho già raccontato, quelli che devo ancora raccontare e quelli che probabilmente non racconterò mai, sono sempre da qualche parte qui attorno, mi parlano e mi rispondono, mi dicono la loro opinione su quello che sto facendo. Qualche volta vorrei tenerli lontani ma non posso perché ormai sono entrati nella mia vita e ne fanno parte». Questo passo mi ricorda molto Pirandello. Pirandello è stato, in questo caso, un modello?

R. Con tutto il rispetto per Pirandello, ognuno vive le sue storie. Per un certo periodo della mia vita ho avuto molta confusione e tanti personaggi mi passano in mente. Alcuni di essi non entreranno mai in un racconto, è vero. Pensavo pura a Casanova; meditavo di scrivere una storia in cui si racconta la sua vera vita del tutto diversa da quella tramandata dalla letteratura.

D. Nella Notte della cometa mi sembra di rintracciare a fondo una vena autobiografica che in parte lega la sua vicenda a quella di Dino Campana. Quanto vi è della sua atobiografia nella biografia di Campana?

R. Nel romanzo di autobiografico vi è solamente il nome e un personaggio che non sono io ma è mio padre. Mio padre è quel personaggio.

Palermo, aprile 2008

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