Lug 12

Intervista a Roberto Alajmo (19/05/2004)

alt A conclusione delle attività di laboratorio, lo scrittore Roberto Alajmo, introdotto dal professore Natale Tedesco, incontra gli studenti:

DOMANDA: Il suo è un romanzo quasi ipnotico, che costringe continuamente il lettore a riflettere e a interrogarsi…

RISPOSTA: Io sono ben contento che il romanzo spinga la gente a ragionare! È un libro che richiede l’attenzione attiva del lettore, è un romanzo che non consente al lettore di abbandonarsi, anche se poi la vicenda ha un andamento da thriller, nel senso che poi il lettore vuole anche sapere come va a finire. Però io, come si dice a Palermo, non porgo all’ipotetico lettore “u’ piatticeddu cunsatu”! Cerco soltanto di stuzzicare la sua fantasia. Forse Cuore di madre è, tra i miei libri, il più reticente.

D: Il bambino rapito, che viene consegnato al protagonista del romanzo, Cosimo Tumminia, chi è?

R: Io non lo so. Sinceramente non ho una risposta da darvi: il bambino resta un’ombra, perché deve consentire a voi di immaginarlo come volete. L’omicidio finale avviene fuori scena, come nelle tragedie greche: solo così la storia ha paradossalmente un impatto maggiore. Tutto l’opposto rispetto a quello che praticavano i cosiddetti Cannibali, scrittori che andavano di moda una decina d’anni fa. Più sei splatter, più il sangue che metti inevitabilmente diventa succo di pomodoro. E il risultato ottenuto, alla fine, è quello di narcotizzare il lettore. Riguardo al mio romanzo, invece, molti mi hanno detto che sono stati costretti a tornare indietro, a verificare le cose già lette. Il mio modo di raccontare, in questo libro, è così elusivo e insieme allusivo, da mettere in difficoltà il lettore e costringerlo a non fidarsi di nulla. Molti si sono chiesti come è stato possibile omettere la scena madre dell’omicidio. Dal canto mio, voglio che il lettore la immagini, per questo motivo faccio soprattutto un lavoro di sottrazione, tutto l’opposto rispetto al mestiere del giornalista: tolgo le informazioni e il lettore deve non cercarle, ma immaginarle. Ed è tutto vero quello che potete immaginare e che potete credere di Cosimo, di sua madre, dei rapporti fra loro, della realtà e del sogno che alla fine sembra inghiottire ogni cosa.

D: E sugli altri personaggi, cosa ci dice?

R: Il personaggio più caratterizzato è quello di Cosimo, che è ricalcato almeno su due o tre modelli reali. Il bambino e soprattutto la madre non sono né del tutto autentici, né del tutto onirici. La madre è soprattutto lo stereotipo della madre mediterranea. Tutto il romanzo si pone sul filo del matriarcato siciliano.

D: Cuore di madre ha provocato l’ilarità di qualcuno…

R: Questa è una lettura che quasi nessuno ha dato. Io volevo scrivere un romanzo che fosse una sorta di tragi-commedia. Era mia intenzione che la gente leggesse il libro e ridesse, ponendosi però subito dopo questa domanda: ”Ma ho fatto bene a ridere o no? “.

D: C’è chi ha avuto l’impressione che quella da lei raccontata fosse la continuazione di una storia già iniziata, specialmente quando Cosimo dice che deve tornare a casa presto per tenere nascosto il bambino, apparso dal nulla, quasi senza nessun preambolo…

Questo è soprattutto un problema di drammaturgia: se avessi voluto raccontare la storia seguendo la cronologia convenzionale, avrei iniziato a introdurre le persone che andavano a trovare Cosimo, magari entrando nel cliché dell’avvertimento mafioso, dei rapporti malavitosi che sono stati raccontati molte volte. Tutto ciò era quello che volevo evitare, ragion per cui ho tenuto da parte questa scontata materia narrativa, e ho cominciato il racconto in media res, riservandomi poi in qualche modo di fare cenno a quello che era successo prima. D’altronde, per quale motivo avrei dovuto raccontare una storia dall’inizio alla fine, condannandola alla staticità? In realtà questo romanzo ha tutto un andamento curioso: comincio a scriverlo sette, otto anni fa, poi esce Io non ho paura, e allora faccio circolare fra i miei amici le idee che stanno alla base del romanzo da scrivere, perché secondo me parlare della storia che stai scrivendo serve a ricevere stimoli e capire se le intenzioni sono buone o no. Il romanzo di Ammanniti ha subito un gran successo: parla del rapimento di un bambino, ecc ecc… All’inizio provo fastidio, di fatti poi la madre di Cosimo si insedia nella seconda parte del romanzo, per molti buoni motivi, non ultimo quello di discostarmi dal rischio d’imitazione.

D: Il titolo è stato quindi l’ultima cosa che lei ha scelto….

R: Sì, la madre decide di salvare suo figlio da un guaio in modo da legarlo a lei per sempre. La sua figura si è insediata lentamente nel romanzo, ma prima nella mia testa, fino a diventare la vera protagonista; Cosimo è uno strumento narrativo, ma nelle mani della madre! È lei che, non avendo neppure un nome, alla fine muove le fila di tutto; come diceva Woody Allen, gli uomini comandano ma sono le donne che prendono le decisioni. Il modello di questa madre è in realtà, delitto a parte s’intende, la mia nonna materna, e quando finii di scrivere la storia, andai da lei e glielo lessi, dal momento che è cieca. Le madri siciliane, almeno quelle d’un tempo, sono queste, e mia nonna non si è resa conto di niente, anzi mi disse pressappoco queste parole, ovviamente escludendosi: “Certe volte le madri siciliane sono cosi”! Nella prima edizione del romanzo, la ringraziavo anche, ma non era una vera dedica, proprio perché volevo che il romanzo fosse privo d’ogni interpretazione in direzione del privato. Quando vado in alcune scuole, infatti, spesso mi domandano qual è il rapporto con mia madre: mia madre era completamente diversa. Proprio per la una buona dose di reticenza, Cuore di madre è un romanzo che vuole essere interpretato.

D: Tra i suoi scrittori di riferimento, c’è sicuramente Leonardo Sciascia…

R: Capisco che c’è la necessità di individuare dei modelli, però non tutti gli scrittori sono dei maestri, e non tutti i narratori sono scrittori. Io ammiro tantissimo Leonardo Sciascia, lo considero la mia stella polare, però io sono uno scrittore diverso. Sciascia era un maestro vero e proprio, lui aveva una cultura enciclopedica che io non ho e non avrò. Io sono più uno che racconta le storie, e le racconto a modo mio, anche in maniera lacunosa, volutamente lacunosa e non ho sempre tutte le risposte. Per quanto riguarda il modus operandi, non so se siete a conoscenza dell’abitudine di Sciascia di scrivere un romanzo in sette giorni. Un capitolo al giorno. Nella sua biblioteca c’erano pure gli elenchi telefonici di Francia e Belgio. Lui li estraeva a casaccio, segnando poi una decina di nomi che gli cadevano sott’occhio; dopodiché, cominciava a girare per la stanza ripetendo questi nomi, per vedere quale gli suonava meglio. Se non era convinto, depennava. Alla fine, quando ne sceglieva mettiamo cinque, erano quei cinque che gli servivano per costruire il romanzo. Alla fine c’è una logica, a forza di ripetere un nome poi ti rimane in mente.

D: Vuole parlarci dei suoi studi universitari?

R: Io ero studente del professore Tedesco. Alla prova d’italiano, su cinquecento candidati, cinque sono stati bocciati e tra quei cinque c’ero io. Probabilmente ero andato fuori tema: il compito, ricordo, era su Svevo. L’università spesso insegna a pensare in maniera omologata; io facevo il bastian contrario, e non dovevo perché era meglio stare al gioco, al fine di concludere gli studi. In realtà, quella bocciatura fu positiva, io non mi laurei mai. Anni dopo, in occasione di un convegno, incontrai il professore Tedesco il quale mi fece i complimenti per la mia attività di giornalista, e allora io gli raccontai quell’episodio. Da allora, diventammo amici. Il premio Mondello lo devo anche a lui.

D: Volevamo sapere del suo rapporto con la Sicilia in riferimento all’articolo pubblicato sulla rivista letteraria “Il caffè illustrato”, nel quale si diceva che i siciliani sono sadomasochisti…ecc. Perché lei ha deciso di rimanere in Sicilia?

R:Io ogni mattina mi sveglio e me lo chiedo. Su questo argomento potremmo parlare almeno per tre giorni. Intanto vi dico che, fra le altre cose che sto scrivendo, c’è anche una specie di guida commissionatami dalla casa editrice Laterza, che verrà inserita in una collana affidata esclusivamente agli scrittori. Quella su Palermo l’hanno commissionata a me, quindi su questi temi ci sto riflettendo molto. I siciliani non sono solo sadomasochisti, ma sono anche parassitari. Penso che gli scrittori fanno bene a restare in Sicilia. Io mi chiedo spesso se sia giusto o sbagliato restarvi. Fare un mestiere, per esempio, in Sicilia, è sempre più difficile, per questo motivo io sono sempre pronto a partire, in qualsiasi momento, se si dovesse presentare la possibilità di un lavoro migliore. La condizione migliore probabilmente era quella di Leonardo Sciascia, il quale aveva un appartamento a Parigi, per respirare aria d’oltralpe, e poi tornava a Palermo, per documentarsi. Ecco, lui sì che riuscì a crearsi un elastico che lo portava fuori e lo faceva rientrare.

 

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