Lug 12

Intervista a Melania Mazzucco (21/04/2004)

A conclusione delle attività di laboratorio, la scrittrice Melania Mazzucco, introdotta dalla professoressa Domenica Perrone, incontra gli studenti:

DOMANDA (Claudia Carmina): Molto ci siamo interrogati a lezione sul suo rapporto con Tolstoj. In particolare l’atmosfera tolstojana di tutto il romanzo l’avevamo rintracciata nell’intreccio dialettico tra storia ed invenzione ma anche in questo respiro epico. E, più nel particolare, abbiamo trovato delle citazioni esplicite e dichiarate.

RISPOSTA: Sono molto colpita da questo discorso, adesso dirò una cosa che vi lascerà di stucco, io ho letto Guerra e Pace a 14 anni ed è stato un libro sicuramente fondamentale per me, però non l’ho mai riletto, infatti trovo interessantissimo il discorso sul matrimonio di Pierre con Natasha, però sinceramente scrivendo il romanzo non vi ho proprio pensato coscientemente. Questo è un discorso da letterata sul romanzo di Tolstoj, sui romanzi nella storia, sul romanzo della società, il confronto con il tempo precedente del proprio paese quindi su tutto ciò che per me nel ricordo è diventato Guerra e Pace, questo nel libro è consapevole perché quando mi sono messa a scrivere Vita pensavo esattamente la stessa cosa, cioè pensavo ad andare a fare la storia di un momento importante del mio paese, quindi da italiana, e di volerlo raccontare attraverso l’epica, l’avventura epica di mio nonno e della donna che poteva essere mia nonna, dei nessuno delle storia e qui la lezione ottocentesca di Tolstoj si poteva incrociare con quella manzoniana. Questo discorso sulla letteratura e sul ruolo che può aver avuto Tolstoj nella mia formazione, che io ritengo essenziale, non mi era venuto assolutamente in mente, né mi era venuto in mente di fare un parallelismo. Per me è stato molto importante, in una fase estremamente giovanile, tutto il lavoro sulla letteratura che però sento molto lontana da me e dal romanzo che intendevo fare, questo discorso sull’epica e sulla storia è come se precedesse l’approccio al romanzo stesso. Un altro autore che ho molto amato e sui cui avevo lavorato molto, sempre a 14-15 anni, era Stendhal. Per esempio sul piacere del racconto, della storia, dell’avventura, della leggerezza, tutte queste cose mi hanno profondamente segnato come lettrice però come scrittrice mi sono abbastanza lontani, infatti io non ho mai riletto questi libri. In questo momento fino a quando la mia carriera di lettrice si è incontrata con quella di scrittrice sento sicuramente molto più vicini autori a me più contemporanei o comunque novecenteschi. Poi racconterò un po’ la mia storia, se provo a vedermi dall’esterno, sono partita dal Modernismo, da tutto un lavoro sul Postmoderno anche, quindi questo è come se fosse una specie di ritorno in Vita, soprattutto di una letteratura della quale mi sono nutrita e poi allontanata, quindi in un certo senso credo che questo riaffiorare così evidente sia stato come se facendo questo libro avessi chiuso un cerchio di esperienze anche di approccio proprio al romanzo stesso e probabilmente sono tornate fuori delle cose che sono state fondanti, perciò a questo punto dovrò rileggerlo per forza.

Prof. Tedesco: E’ un po’ uno degli aspetti del postmoderno quello di riprendere la letteratura del passato per ragioni che non sono solo citazionistiche, Claudia non voleva dire che c’è plagio, c’è imitazione, ma che c’è questa memoria.

D.(Caterina): C’è un passo, nel capitolo James Earl Jones, che mi ha turbata e più volte mi è tornato in mente durante la lettura. Lei scrive: “nei miei viaggi mi sono fatta turca, ebrea, persiana…”

R.: Ho scritto quella frase sul sembrare qualcosa o essere presi per qualcos’altro perché in realtà è vero. E’ una confessione però forse è anche un modo di essere scrittore, quindi è una frase metaletteraria. Sono stata dapprima una viaggiatrice sulle tracce di Annemarie e il mio modo di essere era soprattutto quello di una una persona che sta guardando delle cose cercando di non essere niente di diverso dal mondo nel quale mi proiettavo, a seconda del paese e dov’ero io dovevo mimetizzarmi in mezzo agli altri e passare completamente inosservata, un modo di essere nessuno per capire tutti, e questo è stato il mio modo di girare il Medio Oriente, la Persia, l’Iraq, quindi di non essere identificata come Melania Mazzucco e forse in questo senso c’è un rapporto con il modo in cui mi è piaciuto scrivere libri cercando di entrare di volta in volta nella testa di ognuno dei personaggi e scegliendo un modo paradossale di utilizzare, da una parte un narratore apparentemente onnisciente perché in fondo c’è una sorta di terza persona universale che si aggira in tutti i libri che ho scritto, e però poi in fondo ci si rende conto che tutte le parti sono frantumate in mille punti di vista e ogni persona guarda e quindi, in fondo, è come se questa terza persona che è l’autore si annullasse nei vari personaggi. L’intento di questa frase era una specie di spia per raccontare un modo in cui amo fare letteratura e che poi è un’assenza paradossale dell’autore. In questo senso nel romanzo c’è una specie di rovesciamento di questo perché proprio l’autore non c’è in tutte le parti in cui finge di essere ed invece c’è l’Io dello scrittore, cioè Melania Mazzucco, che sta veramente facendo quel viaggio e quella volta prova ad essere se stessa: la sua “se stessa” è quella che non attraversa la strada, che non parla in pubblico ecc.. è come se ci fosse una spia per capire chi è questo io che poi si annulla di volta in volta in un arabo, in una viaggiatrice ebrea, in una terrorista palestinese arrestata all’aereoporto e così via.

D.(Simona): Volevo fare una domanda che riguarda il personaggio di Moe Rosen. Anche lei come Moe pensa che l’arte ci sia o non ci sia, che sia solo un rifugio, una fantasia liberatoria per sfuggire al passato e possiamo collegare il suo abbandono del cinema con l’abbandono della pittura da parte di Moe?

R.:Devo ringraziare tutti perché mi state dando delle idee molto profonde. Uno scrittore pensa di aver detto molte cose e probabilmente ne dice molte altre che ignora, visto che siamo in un laboratorio voglio dire come è nato il personaggio di Moe e che cosa ha finito per essere invece. Inizialmente questo personaggio nasce da un mio grandissimo amore per un pittore realmente esistito che è Soutin, sul quale avevo scritto qualcosa che poi è diventato niente, come spesso succede, perché nella carriera di uno scrittore ci sono milioni di libri abortiti o marinati, insomma che si impantano. Il libro su Soutin non l’ho scritto. Non so se qualcuno di voi conosce le sue opere, sono in buona parte in collezioni private, altre invece a Parigi, dove visse, in realtà non è mai andato in America, però era un ebreo che veniva dall’Europa dell’est, scappando esattamente come Rosen, per le prime persecuzioni dell’impero zarista, anche Soutin dovette lottare contro l’ortodossia religiosa della famiglia da cui si liberò andando a Parigi. Alcuni dei suoi quadri più famosi sono ritratti di ragazzi, per esempio volti di fattorini d’albergo, in un suo quadro, bellissimo, c’è un ragazzo terrorizzato, forse, e ci sono animali morti, conigli, c’è una famosissima carcassa di bue appesa al gancio. Sicuramente Soutin era attratto dalle cose offese, dagli esseri umiliati, feriti. Tutto questo è finito per diventare il personaggio di Moe, cioè nel pensare questo personaggio io mi sono voluta ricordare di Soutin e ho voluto pensare cosa sarebbe accaduto a Soutin se fosse andato invece che a Parigi in America. Ho pensato che in America Soutin non sarebbe rimasto un pittore, forse si sarebbe messo a fare il cinema come ho fatto fare a Moe Rosen. C’è molto di vero con l’analogia personale col pittore: tutto quello che interessa Soutin come pittore, interessa me come scrittrice, quindi è molto vero ma non è consapevole. Mi fai notare questa cosa, e mi rendo conto del perché ho amato Soutin fin dalla prima volta che ho visto un mazzo di fiori in un suo quadro, perché ho visto in questi fiori non preziosi, abbandonati, morenti qualcosa che mi parlava direttamente. Io non penso come Moe che l’arte ci sia o non ci sia, è qualcosa che continuamente si va a cercare però credo che sia quello che ti salva o ti perde, che ti porta via dal passato, che ti fa uscire da questo: l’arte nasce sempre da una ferita profonda, da un disagio profondo, dalla voglia inconscia di cambiare il mondo o noi stessi quindi da un’incapacità di accettare le cose così come sono, e noi stessi così come siamo, e allora è in questo senso che la frase mi può corrispondere, però non credo che ci sia o che non ci sia. Nella mia idea Moe è un grande artista che diventa il direttore della fotografia o forse addirittura un regista, questa però è un’altra storia che è quella della mia passione per il cinema muto. Pensando a Moe io nonostante tutto penso ad un grande pittore che poi sceglie di fare un’altra cosa, come gli scrittori che smettono di scrivere e diventano grandi medici. La scrittura spesso è una potenzialità che sta in molti di noi e che non sempre la vita ci aiuta a tirare fuori.

D.(Laura): In quali elementi della tradizione si rispecchia e qual è, invece, il suo rapporto col postmoderno?

R.:Io ho studiato negli anni in cui il romanzo veniva dato per morto e il postmoderno era considerata l’unica opzione possibile alla letteratura contemporanea. Ho studiato letteratura contemporanea a Roma con Biancamaria Frabotta, poetessa, che mi ha trasmesso un grande amore per la letteratura, per le discussioni furibonde sul romanzo e sul suo destino. La mia formazione teorica si è legata anche molto al postmoderno, però come esperienza credo di aver fatto un percorso un po’ diverso. Ho iniziato a scrivere abbastanza selvaggiamente, cercando di liberarmi della teoria letteraria di cui mi ero nutrita negli anni universitari, l’ho vissuta come una zavorra creativa, sapevo troppe cose sul romanzo e volevo cercare di liberarmene, volevo riprovare il piacere di raccontare una storia e allora ho provato a scrivere qualcosa di simile ai libri che in fondo avevo amato molto. All’epoca ero legata al modernismo ed ad scrittori un po’ labirintici come Borges, il primo Nabokov. Ne Il bacio della Medusa, l’elemento parodistico è più presente perché è un libro più consapevole culturalmente, lavorava un po’ profondamente con i meccanismi della narrazione e della letteratura e quindi era un libro borghesiano nella sua illusione di ricostruire all’interno della letteratura la realtà, cioè una realtà altra, è un libro iperletterario in questo senso, tutto inventato, non c’è nulla di vero. Però inizia con una fotografia descritta come se fosse vera quindi è un lavoro sulla documentazione, c’è la meteorologia, l’elemento chiave di quel romanzo è la perizia psichiatrica che io ho descritto in parte parodiando in parte riscrivendo delle vere perizie dell’inizio del novecento. Nel corso delle varie presentazioni e delle discussioni universitarie, una volta andai all’università di medicina dove ero stata invitata perché si pensava che la perizia fosse vera, quindi in un certo senso Il bacio della medusa è all’interno anche di un gioco letterario o comunque di una letteratura come menzogna, come mistificazione dello scrittore come impostore. Il percorso che ho fatto scrivendo era un progresso verso la realtà, quindi forse in questo senso un recupero di tutto, anche il realismo e anche della tradizione ottocentesca da cui mi ero profondamente allontanata all’inizio. Il ritorno alla realtà è stato come una specie di ribaltamento, provare a raccontare la realtà come se fosse letteratura quindi Vita è un po’ lo specchio rovesciato de Il bacio della medusa, quello che c’è in Vita è tutto vero, non necessariamente è accaduto tutto quello che accade ai veri personaggi del libro, per fare il personaggio di Geremia ci sono tre persone per esempio, c’è il vero marito di Vita, il fratello di questi, che ebbe un vero incidente in miniera, e così via… e questi elementi, tutti e tre veri, contribuiscono a fare un personaggio d’invenzione, però tutto quello che c’è nel libro nasce dalla ricostruzione, dalla minuzia del documento, però con un rovesciamento rispetto all’idea iperletteraria che avevo avuto formandomi. Credo di aver fatto un percorso che in un certo senso si è anche chiuso con Vita, non so bene adesso dove vado, mi sembrava che questo fosse un itinerario, una strada. Sicuramente nel corso degli anni della scrittura di questo libro e degli altri ho sentito sempre più forte l’esigenza di raccontare la vita delle persone che poi alla fine era quello che mi interessava più di tutto, quindi di liberarmi un po’ della letteratura per tornare alla verità delle persone e delle cose e alla fine anche il titolo del libro nasce da questa esigenza.

D.(Tiziana): Quanto ha influito il cinema, e forse anche la conoscenza di Pasolini che tanto affronta il tema del riso nei suoi film, specialmente ne L’accatone e ne Il Decameron quando fa i primi piani dei sorrisi spenti della gente?

D.(Calogero): Quanto è stata l’influenza de Il Padrino e di C’era una volta in America nella sua esperienza di scrittrice? e in particolar modo considerando l’epicità di un regista come Sergio Leone a confronto con quella che può essere riscontrata nelle pagine del suo ultimo romanzo?

R.: Anche qui devo dare due risposte, una sulla mia formazione, e l’altra sulla scrittura vera e propria. Io penso che il cinema sia stato molto importante per me negli anni ’80, esattamente perché ho frequentato la scuola di cinema parallelamente all’università. Andavamo in giro con la macchina da presa, avevamo insegnanti che erano stati grandi registi negli anni ’60, non c’era Pasolini, ma il montatore di Pasolini, c’era la gente che aveva lavorato con Monicelli, che aveva fatto la commedia all’italiana, che aveva fatto il neorealismo, c’era ad esempio la costumista di De Sica, quindi è stato un modo di respirare gli ultimi fiati del nostro grande cinema, quello degli anni ’40-50-60 e soprattutto ascoltare la lezione dei maestri, qui si parla anche di lezione di scrittura. Mi ricordo le lezioni di Furio Scarpelli che per prima cosa ci disse: “prendete l’autobus”. Questa è una lezione importante per un ragazzo di vent’anni che si nutre soprattutto di teoria della letteratura perché attraverso il cinema mi ha insegnato a guardare la realtà ed a pensare che la realtà possa essere raccontata. Io non volevo fare cinema, ho fatto il cinema perché come molti ragazzi mi stavo laureando a ventun’anni e avevo paura di laurearmi troppo giovane, e quindi di dover fare delle scelte subito… feci il concorso in maniera del tutto casuale infatti sono stata anche bocciata e poi riammessa per l’allargamento del numero dei concorrenti. In realtà per me è stata un’esperienza formativa e alla fine ho capito, molti anni dopo, che queste due strade si sono in fondo un po’ incrociate sul tipo di letteratura che volevo fare. Quindi, sicuramente, questi grandi maestri che sono stati citati del cinema italiano…. Il cinema italiano che personalmente ho amato di più è De Sica, se devo dire il riferimento preciso di Vita è Ladri di biciclette ma anche Sciuscià, perché il modo di raccontare l’infanzia nei film di De Sica è sicuramente vicino a me più di tutti gli altri riferimenti che possono venire in mente a voi. Tutto questo è stato formativo, sicuramente è stato come una lezione di scrittura, scrivendo per il cinema ho capito che la cosa più importante era raccontare e quindi provare a liberarsi di tutto il resto per narrare le storie delle persone, delle cose che ci riguardano perché in caso contrario non si riesce a dire veramente, si dicono troppe cose e alla fine non si arriva mai. Il riferimento al cinema degli anni ’70-80 che si faceva prima c’è, e a volte si tratta di un atto d’amore altre che di un atto polemico. In realtà la grande questione sui film di Leone che noi incontravamo, tra l’altro, prima di andare a scuola, poi si studiò il film C’era una volta in America, ci furono delle polemiche furibonde perché noi a venti anni rifiutammo quel film, non so adesso perché, Leone era un grande maestro, tutti lo amavamo, però quel film fu rifiutato. La grande questione che si fece era “perché Leone non aveva raccontato gli emigrani italiani?”. Se ricordiamo il film, in realtà, lui raccontava la storia di questi emigrati ebrei e questo suscitò delle polemiche sulla possibilità di raccontare noi stessi anche all’America, ma soprattutto agli italiani. Il riferimento a C’era una volta in America può essere un atto d’amore ma al contempo un atto di polemica perché io pensavo, scrivendo questo libro, che si dovesse raccontare di noi, non nascondersi dietro il mito del cinema americano. In realtà Vita ci assomiglia, ma per me, paradossalmente, è molto lontana da quel cinema, infatti quando hanno voluto comprare i diritti cinematografici sono venuti anche gli americani, ma io ho fatto una scelta, anche sbagliata forse da un punto di vista commerciale, ve lo saprò dire tra tre anni quando il film uscirà, ma io credo che Vita debba essere un film di italiani così come il romanzo è un romanzo italiano e il cinema a cui si ispira e a cui si deve ispirare è il cinema sporco, di sorrisi di gente non rifatta, non deve essere artefatto o ital-hollywoddiano”.

D.(Daniele): Mi è parso che in Vita la barriera di incomunicabilità linguistica e sociale che si viene a creare intorno ai personaggi li spinga anche ad instaurare un rapporto particolare, privilegiato, con gli oggetti che li circondano.

R.: Ci sono molti oggetti nei miei libri, in Vita svolgono addirittura una funzione magica esplicita però credo che in tutti gli altri libri ci sia una presenza quasi ossessiva di oggetti. Ne Il bacio della Medusa c’è il famoso bastone del conte Argentero, la bicicletta della ragazzina, ne La camera di Baltus è una presenza quasi allucinatoria, non so come nasce questo, forse da un modo mio di vedere le cose cercando di non gerarchizzare il mondo e di raccontare allo stesso modo una pietra o una persona e di essere dentro un flusso di cose, di presenze, di odori, di suoni. Quando mi è capitato di pensarci, perché ai tempi de Il bacio della Medusa mi fecero una domanda affine, dissi una parola che non so se in realtà è giusta ma era una forma di “democrazia letteraria” dove tutto è ugualmente importante. Tutto può salvarci, in ognuno di questi oggetti, in ognuna di queste cose c’è la chiave che ci potrebbe tirare fuori da dove siamo, c’è la finestra che si può aprire e proiettarci in un altro mondo. In Vita tutto questo, che era abbastanza inconsapevole, nasceva da un modo di vedere e sentire il mondo credo che sia stato esplicitato ed oggettivato, infatti ho fatto portare alla ragazzina il malloppo nell’involto di questi veri oggetti. In realtà la fonte erano proprio gli inventari delle valigie degli emigranti in cui c’erano alcune cose che venivano intercettate alla frontiera che io avevo trovato in un articolo di una sociologa americana che andava a visitare la gente che sbarcava e venivano elencate delle cose che effettivamente non avevano funzione alcuna e queste persone però le avevano portate con sé e non potevano portarsi molte cose, avevano scelto magari un sasso piuttosto che portarsi un po’ d’olio e allora mi è venuta l’idea che per la bambina questi oggetti fossero la strada di casa, le molliche di Pollicino, quindi hanno una funzione effettivamente magica anche perché vengono rubati subito e quindi la strada di casa non la ritroverà, fin dall’inizio il lettore sa che Vita non tornerà in Italia, credo che sia abbastanza esplicita questa cosa. Ovviamente la presenza del magico in un romanzo dove i personaggi vivono una religiosità molto pagana o comunque molto legata alla superstizione l’ho lasciata emergere, irrompere però forse era un modo che apparteneva più a me che ai personaggi.

Prof. Tedesco: Mentre lei parlava a me veniva in mente la poetica degli oggetti di Montale, gli oggetti come amuleti, come sortilegio, come simbolo. Quello di Montale però rimane sempre un oggetto-simbolo, allora io credo che si potrebbe trovare una strada letteraria in cui lei si inserisce.

R.: Montale è addirittura l’epigrafe de La camera di Baltus e soprattutto l’ultimo Montale è un autore che ho letto molto, direi quasi di conoscerlo a memoria.

D.(dott.ssa Spalanca): Io avevo due curiosità, una relativa all’influenza del cinema, e penso al Visconti che ha narrato l’emigrazione, ovvero al Visconti di Rocco e i suoi fatelli, riguardo invece i modelli letterari novecenteschi, per esempio, ne La camera di Baltus abbiamo notato molto la presenza di Calvino. Si può definire il suo romanzo una specie di “castello dei destini incrociati”?

R. : Certamente La camera di Baltus è il libro più vicino soprattutto ad un certo tipo di letteratura che Calvino o ha generato o nella quale, a sua volta, si è immerso. Io pensavo ad un libro come per esempio La vita. Istruzioni per l’uso, al gioco del puzzle, ad una letteratura combinatoria, frantumata. In realtà La camera di Baltus può essere anche un libro di profonda crisi nei confronti del romanzo. Per esempio dopo un libro come Il bacio della Medusa che era un omaggio e un oltraggio al contempo, La camera di Baltus è un libro di crisi perché è un libro esploso in cui tutti i pezzi non tornano, cioè tutto torna però in realtà l’immagine finale non si ricompone mai, quindi è come se fosse impossibile leggere veramente l’immagine originaria da cui è partita la narrazione, infatti nessuno vedrà mai più l’affresco, quindi, sicuramente, dietro tutto questo c’è Calvino, come del resto ci sono i mondi immaginari di Borges. Le epigrafi di questo libro erano due poi per un lapsus di stampa non è mai uscita la seconda, quindi è rimasto solo Montale come nume tutelare del libro. L’altra era da Borges ed era una frase sempre sul tempo che dirocca i castelli e regge le parole, quindi era un riferimento ad un tipo di letteratura combinatoria e novecentesca, anche se paradossalmente il libro di Calvino che io amo veramente non fa parte di tutta questa letteratura combinatoria e metaletteraria, ed è La giornata di uno scrutatore, questo è infatti il libro di Calvino che porterei sull’isola.

D. (Lorella): Volevo chiederle se dentro di lei ha avuto un significato particolare un romanzo come La casa degli spiriti di Isabelle Allende. Tra l’altro lei è nipote di Diamante come Alba, la narratrice della storia, è nipote di Clara, quindi entrambi i romanzi sono stati scritti per ricordare.

R. : Purtroppo ti devo deludere, perché io leggo molto ma proprio questo no. Molti hanno fatto riferimento a questo libro, però sinceramente non l’ho letto, quindi non può neppure essere un ricordo del rimosso a meno che non abbia visto molto tempo fa il film, ma non ricordo. Volevo dire qualcosa sull’inizio e la fine, cioè perché le ho sistemate così. In realtà a ben pensare questa è un’idea che mi sono plagiata nel senso che anche in Lei così amata comincio quasi dalla fine. In realtà non c’è mai un vero inizio, i miei libri non tornano mai, cioè non c’è mai una sutura del tempo in cui la cosa si chiude, sono a spirale, a cerchio. Lei così amata comincia con la caduta perché lì comincia il silenzio della protagonista, Annemarie non pronuncerà più nessuna parola, quindi la scrittrice, cioè io, si prende l’arroganza di parlare al suo posto e di scrivere la sua storia che si chiude dopo la morta, dopo il ritorno di Annemarie. La stessa cosa volevo fare con Vita, cioè di scomporre la struttura cominciando così, poi in realtà non l’ho fatto e se uno guarda bene come ho scelto di iniziare e di finire il libro si rende conto che la prima scena del libro non è l’arrivo dei ragazzini in America ma è il ritorno impossibile del capitano Dy, e questo perché nel frattempo, ovviamente la struttura nasce a posteriori,scrivendo il capitolo iniziale che effettivamente è il primo che ho scritto non ero sicura che sarebbe poi stato l’inizio del romanzo, lo è diventato quando a sua volta il viaggio nella memoria familiare per me si è rivelato il viaggio nelle macerie del passato. La memoria è esattamente questo, è una nave che cerca di approdare senza mai riuscire a toccare riva e quando finalmente ci riesce ci si accorge che tutti gli oggetti del passato sono stati ridotti in frantumi dall’impatto dell’approdo, c’è stato una specie di naufragio, quindi Dy è l’alter-ego dello scrittore, quindi io mi sono nascosta dentro il libro mentre invece il vero ritorno l’ho attribuito al capitano, e ho chiuso sulla nave dei ragazzini perché volevo riaprire la storia infatti la storia comincia lì perché è temporalmente il primo episodio del libro e questo forse voleva dare anche una chiave attuale, se vogliamo cioè la nave dei ragazzini forse è una nave che sta arrivando adesso qui sulle nostre coste.

D.(Flavia): Nel suo romanzo lei scrive: “siamo stati troppo numerosi come i Malavoglia”. Volevo chiederle cosa rappresenta per lei questo romanzo e perché lo ha scelto tra gli ipertesti di Vita.

R.: Ho pensato di citare esplicitamente i Malavoglia per un omaggio, proprio perché sono abbastanza espliciti i riferimenti volontari per il destino dei Malavoglia, per la storia dei personaggi, per la scelta di raccontare la storia dei pescatori, della gente comune, della gente che non è nessuno, come i Mazzucco. Quando ho pensato di scrivere in questo modo Vita io avevo in mente tutt’altro libro, Il labirinto del mondo, in cui la scrittrice decide di raccontare la storia della sua famiglia e parte dalla madre e dal padre e poi torna indietro nel tempo fino al 1500. Questa donna, questa grandissima scrittrice, ci scrive la storia della sua famiglia come un mondo, un cosmo romanzesco, naturalmente anche la famiglia dei Crajancove è una famiglia di proprietari terrieri, possidenti, conti, la mia famiglia invece sono queste persone di cui si parla, c’è gente che non aveva niente e che si inventa una storia su di sé perché vuole cambiare questo passato, perché non ha neppure una storia da raccontare. Noi siamo sempre stati lì, come i Malavoglia, e tutte le volte che abbiamo cercato di andarcene la realtà ci ha ributtato a mare, quindi l’omaggio era una scelta che io credevo perdente quanto la sua. Poi è abbastanza commerciale quello che è successo dal punto a Vita però io in realtà sapevo che Verga non ha mai fatto una lira con i suoi libri sui pescatori, I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo sono stati i suoi libri di grande insuccesso. Il Verga mondano era stato uno scrittore di grande successo, l’altro Verga era uno scrittore che si è dannato all’insuccesso. Citando Verga citavo esattamente questo, cioè il coraggio di raccontare anche quello che non luccica, che non riluce, storie di fallimenti e quindi un omaggio di questo tipo. Poi a me è capitato qualcosa di bizzarro perché, come dicevo, i Mazzucco sono stati letti da tante persone. Però si trattava di un omaggio voluto ad uno scrittore ed anche ai suoi insuccessi dato che nel libro si parla tanto della morale dell’insuccesso, anche questo c’era.

D.(Alessandro): Penso che il libro sia tutto in questa frase: “la gente pensa che i ricordi rendono tristi quando si dimentica”. Secondo lei i Mazzucco avranno un futuro? o arriverà un fantomatico Rocco che brucerà il suo nome?

R.: Non so, dopo aver vinto il Premio Strega ho vissuto delle notti da incubo, sognavo e nel sogno dicevo fra cinquanta anni Vita avrà il destino delle Le isole del paradiso, romanzo che ha vinto lo Strega, ma nessuno sa cos’è dieci anni dopo. Invece, tutto un paese intero, quello di Minturno, tutta una comunità, si è riconosciuta in questo libro. Una donna è venuta a farsi firmare una copia del libro per sua madre che era molto anziana: lei non sarebbe mai venuta alla presentazione di un libro però la madre le aveva detto che doveva dirmi delle cose. Questa donna, la madre, era una persona anziana che non era potuta venire, una lavoratrice, un’emigrante ritornata in Italia che aveva lavorato per quaranta anni e non aveva nessuna cultura letteraria però aveva sentito parlare di questo libro e l’aveva letto, e alla fine della lettura questa donna ha detto alla figlia, e la figlia a me: “Vita sono io. Se Vita merita di stare in un romanzo e se questo romanzo è importante come sembra allora anche la mia vita è importante, quindi lei scrivendo questo libro ha dato dignità alla mia vita” e questo è più di quanto uno scrittore possa pensare. Allora riuscire a raccontare storie e dargli dignità letteraria: questo è il vero compito dello scrittore.

D. (Eugenia): Volevo sapere in che modo la sua familiarità con la letteratura greca e latina da lei più volte dichiarata ha offerto spunti inventivi nella stesura di Vita. Mi sembra, infatti, di riconoscere echi di un epigramma di Asclepiade e della favola di Amore e Psiche di Apuleio, nel capitolo La lampada.

D. (Melina): Ho trovato un riferimento intertestuale con un altro mito, quello di IO nel IV libro delle Metamorfosi di Ovidio, dove la ninfa Io viene trasformata in giovenca. Generalmente si associa alla perdita della parola da parte della ninfa anche la perdita di identità.

R. : Di solito, quando la citazione per me è veramente una citazione è quasi sempre esplicita. Quindi per esempio ne Il bacio della Medusa, che anche nel titolo porta un mito, ad un certo punto c’è proprio la citazione di un saggio sulla Medusa: in effetti, il titolo del romanzo riscrive il mito e gioca con esso. I due riferimenti che mi fate sono probabilmente frutto di questa mia ingordigia letteraria. Quindi le avrò introiettate, anche perché le Metamorfosi è il libro più esplicitamente citato ne La camera di Baltus e ne è la fonte dichiarata. Tra l’altro anche le immagini stesse, quelle rappresentate nel romanzo, sono tratte dal ciclo delle metamorfosi. La citazione di Psiche mi diverte molto, perché anche questa non è esplicita. Posso dire qualcosa di divertente su come nascono le invenzioni di uno scrittore. C’è uno degli affreschi che amo ed è proprio la scena della lampada nel mito di Amore e Psiche in una chiesa di Mantova. Mi piace perché appare la bellezza del momento sospeso dalla goccia di cera che non è ancora caduta e il chiarore della lampada nel buio perché è un affresco notturno. Gli affreschi come sapete non sono mai notturni perché è difficile dipingere la notte, quindi ho scritto anche qualcosa su questo affresco. Naturalmente non ho saputo collegarlo alle cose che andavo scrivendo nella partitura romanzesca. Però evidentemente, ed in modo inconsapevole, questo lavoro è rientrato poi da un’altra parte.

D. (Salvatore Ferlita): In Italia, ma non solo, si vuol far credere che più uno scrittore più è leggibile e meno è bravo. Questo romanzo sembra dover capovolgere questo modo di leggere. Cosa ne pensa visto che lei ha una forte consapevolezza del suo mestiere?

R.: Io credo che questo sia stato il grande problema della nostra tradizione letteraria. E’ stato anche un mio problema: lo riconosco. Noi abbiamo sempre fatto credere a chi studiava, e poi anche a chi legge, che la letteratura è qualcosa di difficile ed oscuro; qualcosa che, in un certo senso, che deve mostrare il proprio sapere autoreferenziale: in fondo noi abbiamo una tradizione culturale elitaria e i nostri scrittori raramente sono stati leggibili e, quando lo sono stati, sono stati accusati di esserlo. Però credo che si possa fare letteratura in un modo che non escluda la chiarezza, la semplicità, la limpidezza della parola. Per me, la semplicità è stata una conquista: in questo senso Vita è un punto di arrivo. Il bacio della Medusa è un libro più letterario, e forse doveva essere così, perché era appunto un libro anche “polemico” sul romanzo; in Vita, invece, ho operato una ‘sottrazione’ progressiva di letteratura, di cultura. Certo, anche i personaggi me lo chiedevano, perché ovviamente si parlava di un mondo basso. Quindi è più facile sottrarre raccontando quel mondo dei bassifondi. Eppure, sicuramente, la semplicità è un’opzione del mio modo di far letteratura. Una scelta che ho maturato perché sono grande ammiratrice delle letteratura stessa, soprattutto di quella degli anni ’50-60, dei paesi anglosassoni. I più grandi scrittori anglosassoni sono anche i più grandi narratori. Da noi, in Italia, letteratura e affabulazione sono state sempre separate: o sei uno scrittore o sei un narratore. Questa è stata per me una delle ragioni profonde della mia scrittura. Per anni ho incontrato lettori che mi dicevano di non leggere libri italiani. La mancanza di affabulazione è un nostro limite culturale, ma mi sembra che in questi ultimi anni, qualcosa stia cambiando; sinceramente, le nuove generazioni hanno letto tutto: ci siamo nutriti del fumetto, dei sudamericani, del cinema e della televisione.

D.: Il testo inizia con questa epigrafe:“L’America non esiste. Io lo so perché ci sono stato”. Suppongo che l’epigrafe sia nata dalla necessità di dire la sua sull’Italia di oggi, che è l’America di ieri per tutti i nuovi emigranti. La mia domanda è questa: cos’è l’America?

R. : La scelta dell’epigrafe è per me sempre qualcosa di molto importante. Ne Il bacio della Medusa c’era un lavoro sulla letteratura italiana: così in epigrafe c’è una specie di chiamata alle armi di alcune delle grandi corone della nostra letteratura. Quest’ultimo libro doveva avere in epigrafe la citazione di un film, perché mi pare che questa frase rappresentasse il senso della mia storia. L’America non esiste: è stato un grande sogno che ha rivoluzionato la vita. L’America è stata quindi la chiave per ‘liberare’ intere famiglie di migranti diseredati, per dare loro un’occasione. Per l’Italia, l’incontro con l’Amrica è stata una rivoluzione totale: ha provocato l’emigrazione, lo spopolamento, la fine del mondo contadino e tutte le cose che sono seguite a questo. L’Americaè un mito. Prima si parlava di miti moderni e classici. Il mito americano è qualcosa che nasce fortissima alla fine del dell’800 e ancora ha funzionato per tutto il secolo successivo, per tutto il ‘900. E’ assolutamente un mito, un sogno, però di fatto invece non c’è. L’America di ieri è come l’Italia di oggi, per come questa appare agli emigranti che approdano dal Terzo Mondo:è il luogo delle stesse miserie, degli stessi soprusi, cui però si accordano la speranza, il cambiamento, la convinzione che non adesso ma domani il cambiamento ci sarà. Ho fatto grandi discussioni con i lettori questa estate, per esempio sul senso del personaggio di Diamante: è un fallito oppure il vero vincitore di questa storia? Ogni lettore ha la sua chiave di lettura del libro, ma io personalmente non vedo mai le cose in bianco o nero: so che Vita è diventata ricca quindi ha realizzato il sogno dell’emigrante in America. L’America le ha dato questo, le ha tolto però tutto il resto, le ha tolto anche la sua lingua. Diamante è morto poverissimo, com’era nato, quindi in fondo ha fallito completamente. Però, egli ha la consapevolezza di non tornare a fare la vita che aveva lasciato, è riuscito a far studiare i suoi figli, è riuscito a cambiare il destino di questa famiglia rompendo la rete che lo legava: l’America è anche un grande sogno che si può portare con sé, e questo per me è davvero un mito che non ha continente, non la geografia.

D.(Giovanna): Nei suo romanzi s’incontrano personaggi femminili molto forti, pieni di inquietudine, trasgressivi. Anche ne Il bacio della Medusa, Norma comincia a vivere appena inizia a condurre una vita trasgressiva grazie all’incontro con Medusa. La sensazione è che il conflitto tra il rispetto della norma e l’attrazione verso il trasgressivo non sia mai risolto del tutto, ma anzi portato a volte alle estreme conseguenze. Allora mi chiedo se tale tragicità delle vicende sia da imputare ad una concezione pessimistica di Melania Mazzucco nei confronti della vita.

R. : Grazie della riflessione su cui mi soffermo anche io. Il bacio della Medusa è una storia d’amore, una storia sul desiderio: ad un certo punto la protagonista lascia tutto e se ne và, magari poi l’amore finirà nel giro di pochi mesi perché queste due donne non hanno nulla in comune, il desiderio verrà appagato e poi spento come il destino di molti amori, però per me come invenzione letteraria il senso di quella storia poteva essere questo, il finale però non è questo. Non l’ho scritto così, perché attraversò in me l’esigenza di fare un libro più scioccante. Io ho visto delle foto del manicomio, che forse sono la fonte più implicita del romanzo anche se non lo sapevo quando l’ho iniziato a scrivere. Mi ha colpito tantissimo in questa carrellata di fotografie quella di una donna bionda molto esile, che potrebbe essere effettivamente la protagonista de Il bacio della Medusa, che veniva definita immorale e degenerata. Io non so nulla di questa donna perché poi non ho trovato il suo dossier, quindi non so perché effettivamente stesse lì, però lei mi guardava e quel suo sguardo era uno sguardo di interrogazione, lei chiedeva: “perché mi avete messo qui? Cosa ci faccio qui? Cosa c’entro in mezzo a queste altre?”. Le altre foto erano quelle di donne franate, schizofreniche, si vedeva che erano persone con un disagio mentale molto forte. Però c’era anche lei, una signora della borghesia che qualcuno aveva chiusa lì dentro. Allora forse, mentre scrivevo il libro, ho pensato che sarebbe stato molto più forte che quello fosse un finale romanzesco, cioè se avessi fatto un romanzo e basta, forse poteva finire in quel modo e sarebbe stato più vicino al mio modo di vivere la vita. Io ho sempre creduto nella possibilità che ciascuno costruisca la propria esistenza secondo i propri valori e quindi lottando per essi e soffrendo perché la società è profondamente conformista e quindi ovviamente sarà escluso e ferito, però poi deve difendersi e cercare di costruirsi la sua tribù, la sua gente e trovare le persone a te simili. In un libro come Il bacio della Medusa mi sarebbe sembrato un po’ troppo mistificatorio far finire una storia del genere così, perché sicuramente non le avrebbero permesso e allora c’è questa apparente punizione sociale, cioè io vorrei naturalmente che il lettore rimanesse indignato di questo. La tentazione tra la libertà e il conformismo, fra la norma e la trasgressione è sicuramente uno dei temi che attraversa un po’ tutti questi libri e sicuramente di fondo c’è un certo pessimismo da parte mia, ma è un pessimismo che è comune al mio modo di vedere la vita in generale, sicuro che molte cose hanno dei prezzi da pagare molto alti ma ciò non vuol dire che nessuno dei personaggi che in qualche modo mi rappresentano o comunque qualcosa di me stessa rinuncia per quello, cioè sa di andare incontro magari a pagare un prezzo sociale o economico, a volte esistenziale, molto alto, però ciascuno va avanti per la sua strada. Mi piacerebbe se farò altre storie contemporanee, chiaramente non sempre si è destinati allo scacco. Anche nella storia di Annemarie ho scelto di raccontare forse l’unica storia d’amore che lei ha vissuto, quella in Africa, quella è stata una scelta anche perché mi sono posta il problema di raccontare la storia di una donna che ama le donne, che ha avuto delle storie profondamente infelici nella sua vita. Io non volevo raccontare questo, perché si può essere felici anche amando le donne e allora lì è nata una scelta interna alla trasgressione. Raccontare una storia d’amore che avrebbe potuto essere quella della sua vita, poi è stata lei a non portarla avanti, a non crederci, però proprio mi rendo bene conto di quello che si può pensare leggendo di certe sconfitte”.

D. (Antonio): Il suo romanzo è molto legato al tema della parola. C’è una forte tensione proprio all’acquisto anche fisico della parola, però questo si scontra con una forte incomunicabilità che lega i personaggi con la società americana. Volevo allora sapere lei cosa pensa del dibattito attuale tra comunicazione e non comunicazione, come pensa che si stia evolvendo.

R. : Penso di non avere la soluzione. Credo che questo libro sia un atto di fede nella parola proprio perché mi rendo conto di quanto la parola sia svalutata adesso, anche questo forse è un moto di orgoglio e di rivendicazione del potere della scrittura, io credo nel potere della parola. Se avessi voluto fare una parabola, se avessi voluto fare la storia della mia famiglia, poteva anche essere questo, se io avessi scelto di raccontare questa storia in maniera lineare, nel tempo, l’inizio dai ragazzini che partono a me che vengo invitata in America a parlare, ovviamente sarebbe stata una grande storia progressiva in cui la parola vuol dire liberazione, vuol dire potere, vuol dire che Diamante ha creduto in questo, ha scelto tra parola e denaro, sceglie solo di portare la ricchezza della parola, del pensiero, dell’idea e questo che può sembrare un fallimento diventa invece un successo. Io la storia non l’ho raccontata così, questa potrebbe essere un’altra chiave ma per me non significava questo. Però in un certo senso la chiave di questa storia che io non ho raccontata è come se fosse rimasta. Io l’ho visto nei ragazzi africani o nei loro bambini che ho intervistato per il racconto Loro (Patrie impure), nelle scuole in cui sono andata questo anno, ho fatto un’esperienza molto lunga, un anno di lavoro nelle scuole medie, ma anche elementari, dove ho incontrato i figli dei ragazzi albanesi che forse ho intervistato nell’ottantanove e questi bambini sanno che la chiave per entrare in Italia e la chiave per farsi strada qui è l’italiano. Quindi degli studenti delle scuole medie con i quali ho fatto dei discorsi più stimolanti sono stati proprio i ragazzi albanesi nati in Albania e venuti qui a dieci anni come Vita e capivano perfettamente questa disperazione della parola perché ti senti escluso, perché comunque questo ti comporta rinunce, perché inevitabilmente c’è la frattura fra le due identità, però sicuramente quello che ci voleva essere in Vita era il far pensare al potere della parola che apparentemente è stato dimenticato, nel quale nessuno sembra credere ma che invece è potere perché, è poi quello che dico ai ragazzini quando vado nelle scuole a parlare della lettura, semplicemente, alla fine chi sa più parole sa più cose e fa più cose quindi ha un potere grandissimo. Non crediamo mai a quello che vogliono far credere, che non contano più le parole, contano moltissimo, conviene invece far credere così.

Prof. Tedesco: Lo scrittore che afferma il potere delle parole non è mai pessimista. Forse la Mazzucco non se lo ricorda ma parole simili hanno usato Leonardo Sciascia ed Elio Vittorini che hanno parlato del potere delle parole e del mistero delle parole che diventano vita e bellezza. Allora quando la gente mi dice che è pessimista io gli dico di stare attenti, uno che crede nel potere della parola e scrive quei libri per darci una sua visione del mondo non può essere pessimista perché se no mancherebbe a quello che è il presupposto della sua scrittura. Quindi mi fa piacere che tu abbia magari non pensandoci citato Sciascia e Vittorini.

D. (Dott.ssa La Monaca): Io tornerei sull’investimento tematico e concettuale che in tutte le sue narrazioni c’è sulla parola e sulla lingua come cifra d’identità. Si sente più spesso, credo anche in Melania Mazzucco, come la scrittura dell’identità, cioè la scrittura del sé, autobiografica, diaristica, cerca una verità il cui confine è molto sul crinale tra dispersione ed identità. Tutto questo mi ha inevitabilmente portato ad una consonanza concettuale con Elsa Morante. Volevo chiederle quanto recepisce le parole che la Morante scrive nell’articolo sul romanzo: “ l’arte narrativa è una delle forme necessarie di cui si avvale l’uomo per suscitare col metro di una parola una sempre nuova verità poetica dagli oggetti reali e questa arte trova nel romanzo la sua intera configurazione”.

R. : Qui c’è una concordanza profonda e probabilmente anche abbastanza consapevole nel senso che io ho molto lavorato sulla Morante all’Università, probabilmente in quegli anni fu l’unica autrice sulla quale lavoravo di cui poi condividevo la battaglia culturale che era una battaglia di minoranza e lavorai tra l’altro anche sulla ricezione de La storia, quindi un lavoro sulla ricezione dell’epoca. Questa frase è assolutamente sottoscritta da me, insomma tutto il lavoro che la Morante ha fatto nella sua vita, l’oltranza della scelta del romanzo nella nostra letteratura e curiosamente poi nel momento in cui sono andata a scrivere Vita, tutte queste cose ovviamente uno non le perde nel senso che anche a molti anni di distanza dalle letture evidentemente questa presenza è stata molto forte. Infatti per il mio libro, tra molti critici che non si erano parlati tra loro, è continuato a venir fuori questo riferimento a La storia. Vita è stato citato varie volte e paragonato al suo lavoro con me massimamente felice perché per me leggere queste cose era un grandissimo riconoscimento, proprio perché sicuramente l’idea stessa di pensare di scrivere un libro come La storia è qualcosa che dà molto coraggio ad una scrittrice che si mette a fare un libro su questo tema. Forse non avrei avuto neppure il coraggio di farlo se non ci fosse stato un esempio del genere.

D. : In questi ultimi anni il dibattito sull’immigrazione è stato molto vivace, decreti, proposte, leggi, in ultima istanza la legge Bossi-Fini, lei cosa ne pensa a riguardo e quanto ha influito nella scrittura del suo romanzo questo clima politico?

R. : Questo ha influito sicuramente molto perché poi alla fine ci sono dei libri che stanno lì per anni, Vita è stato lì per anni per me, cioè io la storia l’ho sempre saputa, ho sempre pensato che fosse una bella storia l’idea di raccontare di mio nonno che a dodici anni va in America, raccontandolo come la comica di un film muto oppure come un film paradossale, una storia tenera cioè, queste cose mi affascinavano da tempo però non le scrivevo. In effetti c’era una chiave che mi mancava che era la chiave emotiva e anche quella civile che mancava in me. Per scrivere una storia bisogna sentirla necessaria. Io ho centomila storie in questo momento alle quali ho lavorato, magari ho fatto anni di ricerche in archivio ed ho a casa mia una montagna di carte però stranamente la storia poi non la scrivo. Perché scatti la molla a scrivere una storia, quella mi deve sembrare necessaria ed ad un certo punto questa storia mi è sembrata necessaria per due ragioni: la prima era che tutta la nostra storia di emigrazione era stata rimossa dalla nostra letteratura pur essendoci una ricchissima letteratura sull’immigrazione soprattutto contemporanea, però è come se da sempre fosse mancato il libro che riuscisse a fare, io parlo del romanzo naturalmente proprio perché il romanzo ci può dire delle cose, ci può dire cosa poi entra nel nostro immaginario. Sentivo che questo non c’era nella nostra letteratura e sentivo che questa assenza era un’assenza culturale molto grave perché è come se noi con questo avessimo rimosso tutta una parte della nostra storia. Io sono cresciuta in anni in cui sembrava che l’Italia stesse diventando il quinto paese industrializzato nel mondo ma questo era lo slogan che negli anni ’80 veniva ripetuto mentre fino a cinque anni prima i minatori italiani andavano in Belgio. Questa specie di capovolgimento che poi diventa un silenzio, c’è una complicità e c’è un’Italia che non mi piace poi cominciamo a diventare un paese ospite e facciamo le stesse cose. Io vado nella pensione di Agnello. La pensione l’ho scritta pensando alla pensione che ho visitato in Loro (Patrie impure), ho sentito l’odore della pensione di Agnello ma questa pensione viveva a 100 metri da casa mia e nel 1990. Questo corto circuito della realtà mi ha fatto sentire necessario raccontare questa storia perché tutto questo sta succedendo di nuovo. La nave dei due ragazzini sta arrivando, io la vedo arrivare, io ho incontrato Diamante, ho incontrato il ragazzino di quattordici anni che vendeva i fazzolettini ed era molto “innamorato” di questo ragazzo più grande di lui che spacciava la droga ed era un piccolo criminale, il ragazzino pensava che forse stando dietro di lui ce l’avrebbe fatta. Io ho pensato tutto quello che deve aver pensato mio nonno in mezzo ai mafiosi di New York pensando di essere un fesso perché suo padre era un fesso e forse invece gli conveniva cambiare vita e fare qualcos’altro per qualcun altro. Tutte queste pensioni io le ho viste e in questo senso paradossalmente è stato per me più facile rimettere insieme tutta una serie di racconti che arrivano dalla tradizione orale, sono come le favole, finiscono per essere completamente decontestualizzate. Io avevo queste scene appese alla mia memoria, alla leggenda, e sono riuscita e “vederle” forse perché le ho viste realmente, perché ci stanno, le abbiamo intorno, allora sicuramente il clima politico, l’ottusità, però anche la violenza, l’enorme paura che io ho sentito per altri lavori che ho fatto per la radio. Per esempio intervistavamo le stesse persone che vivono nel palazzo dei cinesi per capire come convivono, il terrore che hanno per esempio le persone verso l’Islam, io ho girato molto i paesi islamici e mi affascinano molto questi confronti. Tutte queste cose ovviamente in questo libro ci sono finite in qualche modo, quindi sono state forse una molla morale che si è andata a fondere con tutto il discorso sulla memoria che si diceva prima che è stata poi l’altra grande molla autobiografica quella di scrivere un dialogo con qualcuno con cui non si può più parlare, quindi il movente apparente per me potrebbe essere questo, attaccare l’ultimo filo che si è perduto e cercare di ricostruire questa storia che poi si è persa. Sicuramente la molla politica e civile è l’unica politica che può fare uno scrittore, cioè sono i libri che suscitano dei sentimenti, dei pensieri, delle indignazioni. Forse c’è chi si è indignato leggendo questo libro e io sono felice che l’abbia fatto perché sinceramente il nostro compito è quello di smuovere le emozioni però poi anche i pensieri e quindi lavorare sul livello non solo emotivo ma pure intellettuale di chi legge.

D.(Elisa): Il suo romanzo mira a distruggere, minandoli dall’interno, alcuni stereotipi ancora fin troppo vivi nell’immaginario collettivo. La Sicilia per gli americani o gli inglesi continua ad essere solo mafia, sole, mare e arance. Diamante dimostra che non tutti gli italiani arrivati in America preferiscano al duro lavoro l’illegalità. Questo procedimento è tipico di tutta la letteratura post-coloniale e post-femminista. Visto che lei sceglie sempre personaggi femminili molto forti e, a mio avviso, mira alla decostruzione degli stereotipi, mi chiedo se lei si ritrova in queste nuove tendenze letterarie. Anche perché ho riscontrato alcune somiglianze tra ciò che lei narra in Vita e l’opera Il padre perduto, di una scrittrice inglese, ma di origini italiane, Marina Warner.”

R.: Sicuramente questo discorso di stereotipi è molto vero, questo appartiene alla parte cosciente del libro. Mi sono posta proprio il problema della criminalità in questo libro perché non sapevo se sarebbe mai stato tradotto in America, lo sarà, so che gli italo-americani sono ancora oggi perseguitati dallo stereotipo che però è un clichè, un marchio sociale, tanto è vero che ancora oggi una persona cambia cognome, e questo mi fa molto pensare. Io sapevo che nella storia di questi ragazzi c’era la camorra, questa pre-mafia, c’era la mano nera, che è presente in tutti i racconti di tutti gli emigranti di ritorno e questi riferimenti non si potevano tenere fuori anche se io sapevo di correre un grosso rischio inserendoli, perché ovviamente c’è il rischio dello stereotipo e io invece volevo provare a raccontare in questo senso la verità, e cioè raccontare che c’è stato anche questo, cioè che le nostre comunità sono state tiranneggiate da questi gruppi criminali che sono stati lasciati prosperare dall’ambiente circostante, perché tutte le immigrazioni portano con sé una parte di criminalità, lo abbiamo visto anche in Italia. L’ultimo arrivato va ad occupare solitamente, e questo non sono io a dirlo ma sono gli studi dei sociologi che lo dimostrano, l’ultima zona vuota e quindi la droga, le puttane, il gioco d’azzardo. Questo è lo spazio vuoto che la comunità etnica, ultima arrivata, prende per sé, poi di contro può essere che dieci anni dopo arrivi un’altra comunità e quella passi avanti; noi italiani, invece, siamo rimasti legati a quella posizione. Ovviamente non è così. Io volevo provare a raccontare questo senza lo stereotipo della criminalità, e cioè raccontando cosa era veramente la criminalità italiana allora, quali erano le tentazioni per un ragazzo e quali erano le scelte di una persona perdente che accetta di farlo. Tutto questo discorso sullo stereotipo è consapevole e voluto e probabilmente è vero questo riferimento alle letterature post-coloniali. Molti discorsi, soprattutto quelli teorici sulla mentalità coloniale, penso che un italiano possa capirli perfettamente, perché il discorso sulla mentalità coloniale e quindi su quello che la letteratura non decolonizzata rappresenta, io questo lo sento molto vicino. La letteratura post-femminista forse invece la conosco un po’ poco. Questo libro, Il padre perduto, l’ho comprato quest’estate perché un’insegnante di letteratura inglese, che aveva fatto un lavoro su un altro mio libro, me lo segnalò e allora io mi sono scaraventata a comprarlo perché mi sembrava brutto dirle che non lo avevo letto, però poi ho capito che bisogna dire effettivamente cosa c’è e cosa non c’è e quello che si vuol dire e quello che non si vuole dire. Ho trovato sicuramente l’affinità nel progetto letterario di quel libro, cioè voler tentare di ricostruire una storia perduta, una verità perduta, perché lì c’è una menzogna che in Vita è molto importante, quindi c’è effettivamente un’affinità con questo libro della Warner.”

D.: (Prof.ssa Chiavetta): Mi chiedevo se in Vita ha preso in considerazione gli scritti autobiografici di italo-americani scritti in inglese, oppure tutte le varie autobiografie di donne, magari non di autrici famose.

R.: Ho cercato di leggere un po’ di cose, per esempio John Fante lo conosco, l’ho letto forse perché è uno dei pochi italiani che è riuscito ad entrare nella letteratura americana, cosa che per gli scrittori di lingua italiana è molto difficile. Lui è uno dei pochi che c’è riuscito e che tra l’altro c’è riuscito col suo libro sul padre e la confraternita… per me è un libro bellissimo, per esempio è molto lontano da Vita, però c’è questo conflitto con la figura paterna e il desiderio di raccontarla che sono probabilmente lo stesso o comunque qualcosa di molto simile a quello che c’è nel mio libro. Ho letto anche Di Donato e vari libri di emigrati che sono ritornati in Italia. Rosa l’ho letto dopo perché appunto ho conosciuto delle persone che hanno ristampato adesso Rosa. Ho letto per esempio anche memorie che non sono apparse proprio in riviste letterarie, ma in riviste provinciali, regionali, chiamiamole così, in cui c’è magari l’operaio che racconta i suoi vent’anni alla fabbrica di Detroit, per esempio questo tipo di cose ho cercato di leggerle ancora più della letteratura, che ho letto un po’ saltuariamente, perché volevo impadronirmi della vita materiale delle persone proprio perché i racconti sono sempre un po’ astratti. Sapevo che la storia dei fiori artificiali non appartiene a Vita ma è frutto di uno spostamento, è la storia di un’altra donna che mi raccontava di questa cosa di sua madre e allora io l’ho messa nel libro, e tutte queste cose sono così astratte; cioè, che cosa sia fare veramente fiori artificiali io non lo sapevo, non riuscivo a vederlo, invece magari leggendo le memorie di qualcuno che ha fatto quella vita sono riuscita a capire come funzionava, quindi ho cercato di documentarmi in questo senso più sul versante sociologico che su quello letterario. Il riferimento a John Fante però è da tenere presente.

Prof. Tedesco: Io penso che dovremmo chiudere. Nella mia non breve vita mi è capitato spesso di dare dei premi letterari e delle volte me ne sono anche pentito; stavolta non per fare un complimento alla Mazzucco ma non me ne sono pentito affatto, anzi sono orgoglioso che prima del Premio Strega tu abbia avuto il Premio Vittorini perché è uno di quei premi di frontiera ed è fatto da una giuria che è meno attenta alle sollecitazioni editoriali o ad altro. Vita è la vita, però lei ad un certo punto ha detto che è la vita a cui ha cercato di dare dignità letteraria, l’ha detto forse in modo limitativo, semplicistico. Ora il problema è questo: non scambiate tutti questi riferimenti ad una autobiografia personale, di famiglia, ecc… per una cosa che nella realtà è avvenuta così come nel romanzo. Può essere pure che sia avvenuto qualcosa del romanzo, tale e quale come la dice, però c’è il salto della scrittura, perché se io mi metto a scrivere le mie memorie non so se sarò leggibile, se sarò godibile, spero, se mi ci metto, di riuscirci ma se non ci riesco, anche se la mia biografia è vita vera, ho fallito il compito. Volevo dire una cosa alla Mazzucco parlando di voi. Come si studiava una volta all’università. E’ vero che si studiava in un certo modo una volta e oggi non si studia più così, ma questo accade soprattutto per una cosa, perché non c’è un incontro a volte tra il docente e il discente su una base concreta di lettura. Se questi laboratori è il secondo anno che riescono è perché avete partecipato alla lettura, avete scritto su questi libri, scriverete addirittura sul sito, cioè ci si è incontrati sul concreto della letteratura e lei dice di essere diventata una scrittrice quando si è dimenticata la teoria della letteratura e si è messa a scrivere, cioè voglio dire che nelle nostre università a volte i problemi teorici sono trascurati, ed è un male, però è anche vero che noi non crediamo di poterli tenere nell’iperuranio senza farli scendere nel concreto e il concreto è il libro che avete letto. Perché se non ci fosse stato il libro l’incontro con Melania non sarebbe avvenuto. Quindi io sono felicissimo di avere trovato un’aula così piena di ragazzi che hanno letto il libro e che ne sanno parlare perché questo è vero. Ringrazio Melania Mazzucco e tutti i miei collaboratori.

21 aprile 2004

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