Lug 12

Intervista a Giuseppe Montesano (19/04/2005)

A conclusione delle attività di laboratorio, lo scrittore Giuseppe Montesano, introdotto dal professore Natale Tedesco, incontra gli studenti:

Vi ringrazio innanzitutto per questo invito. Ritengo importante che in un’università non si legga la solita, “ottima” zuppa classica, ma si entri nel nostro tempo, con i rischi e i pericoli che questo comporta, perché si tratta anche di scoprire un po’ che cosa ci sta intorno, che cosa è interessante. Anche per un insegnante, e credo che sia il caso del prof. Tedesco e della prof.ssa Perrone, è un’avventura, ed è un’avventura che non tutti hanno il coraggio di affrontare. Una mia idea è che noi siamo ancora, in qualche modo, figli di quello che il prof. Tedesco ha pocanzi indicato come il cosiddetto decadentismo. Noi siamo, probabilmente, più vicini ad un poeta della fine dell’Ottocento, come per esempio Mallarmè, o Baudelaire, che all’autore che ha scritto venti o dieci anni fa negli Stati Uniti, e che viene additato come l’ultimo evergreen letterario.

DOMANDA: Entrando nel merito del suo romanzo volevo approfondire due personaggi: Cardano, che rappresenta l’arte orfana dell’impegno civile, e Scardanelli, che dovrebbe rappresentare l’ideale civile. Volevo sapere se la contrapposizione tra i due è veicolata anche dal nome (perché c’è una S e poi la ripetizione del nome stesso)? Infine, dato che il personaggio di Scardanelli si manifesta sempre sotto forma di voce e non assume mai sembianze umane, per lei questo significa che oggi un uomo non può incarnare l’impegno civile, cioè non può esistere un eroe?

RISPOSTA: Scardanelli non compare mai in carne ed ossa perché il bene, una nozione nella quale io credo, non aleggia davvero in questo mondo che è in preda ai Negromonte. Il bene ha soltanto la possibilità di manifestarsi fugacemente, per sprazzi, Scardanelli può comparire soltanto travestito perché se lo facesse apertamente, nella società spettacolare nella quale siamo immersi fino al collo, verrebbe assorbito. La lotta deve essere in qualche modo sotterranea, poiché è più efficace, in momenti storici come questo, di quella aperta. Poi a volte è anche necessario che sia completamente dispiegata. L’altra domanda riguarda i nomi: Scardanelli, in realtà, è un omaggio a Hölderlin, il grande poeta romantico tedesco, che con questo nome firmò le sue ultime poesie, quelle cosiddette della follia. C’è quindi l’idea che in questo mondo chi dice la verità, come la diceva Hölderlin, è ritenuto folle. Nella nostra realtà il vero si trasforma in falso, il falso in vero, e se noi non impariamo a fare lo stesso saremo preda di questo rovesciamento, se invece impariamo il meccanismo saremo in grado di vedere le cose più o meno come sono. Nessuna grande letteratura è mimetica al cento per cento, non è mai un documentario, cioè un registratore acceso per imitare la realtà, una telecamera puntata. Noi partiamo dalla realtà perché ci stiamo dentro, ma poi la inventiamo, in qualche modo, per ritornare ancora una volta alla realtà, e ciò significa che l’immaginazione è la chiave di volta di qualsiasi comma letterario. Cos’è però l’immaginazione? Non è la fantasticheria, è un allontanarsi dalla realtà immediata per guardarla meglio, per scoprirla, con le armi dell’emozione e della conoscenza.

D.: Mi è sembrato di vedere nella figura di Ciro quella del mago dei tarocchi che, aiutandosi con il trionfo del matto, porta il gruppo verso la salvezza. Come mai Ciro si oppone così energicamente all’idea del sottosuolo, se anche Aleksandr Blok invitava: “come talpa timida nasconditi sotto terra, alla luce” (e sono i versi che sono stati soppressi nel romanzo)?

R.: Il personaggio di Ciro c’è già Nel corpo di Napoli. Lì si chiama Ciro Morvo ed è un pazzo scatenato, che ha inventato una teoria per non lavorare mai più. Insieme ad un gruppo di amici, che cercano la liberazione dal lavoro, scende nel sottosuolo della città, dove va però incontro ad una serie di disastri. Nel corpo di Napoli finisce con tutti i personaggi che, uno alla volta, si arrendono alla realtà, e tra questi c’è Ciro Morvo, che sembra finisca in manicomio. Nel mio ultimo romanzo ritorna ammutolito da quello che ha visto, ma non vinto, perché, pur essendo al servizio dei Negromonte, lui è vicino esclusivamente ad Andrea, al quale ha insegnato a giocare a scacchi. Quindi non è una figura legata ai tarocchi, ma una specie di guida demoniaca-benigna, e non è un caso che porti il corpo di Andrea sulle braccia e lo trafughi in qualche modo. È un essere a metà strada tra il paradiso e l’inferno, tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. È un Mercurio se si vuole, anche perché fisicamente è possente, ed è muto come Scardanelli, sempre per il fatto che il bene, in questo romanzo, è ammutolito di fronte allo scatenamento della volgarità e della violenza.

D.: Dal romanzo si evince che il valore della democrazia deve essere difeso quotidianamente. A tal proposito ho trovato un collegamento con vari scrittori, come Hannah Arendt, che si sono occupati di regimi totalitari, in particolare del totalitarismo che uccide le coscienze, anche analizzando il linguaggio che lei mette in bocca ai Negromonte, questa ‘lingua di legno’, fatta di frasi fatte, di termini generici. Volevo sapere se c’è stato, da parte sua, uno studio sul totalitarismo, o se le è bastato osservare la realtà, dato che anche il capitalismo è un meccanismo invisibile che uccide lo spirito.

R.: No, non c’è nessun riferimento alla Arendt, né al totalitarismo tradizionale. A mio avviso anche la democrazia dimostra oggi di poter diventare una forma di oppressione, dietro la quale funzionano fenomeni di totalitarismo strisciante. Il totalitarismo classico è basato sulla coercizione, il totalitarismo moderno ha eliminato la coercizione oppure la riserva esclusivamente ai casi che non suscitino scalpore, e ha invece spostato tutto il proprio peso su una forma che, una volta, si chiamava di persuasione occulta. Lo strumento pubblicitario, ad esempio, è diventato in qualche modo il senso profondo, filosofico, della politica del nostro tempo.

D.: Andrea, da un lato, è l’unico che si opponga alla politica dei Negromonte, dall’altro lato non esce mai fino in fondo da questo mondo, e alla fine soccombe. Mi chiedo se la morte di questo personaggio sia positiva o negativa e, quindi, quale idealità venga qui veicolata.

R.: È una lettura perfetta la tua. Andrea è, in qualche modo, parte del bene, ma non abbastanza da essere veramente libero. Manifesta una ribellione cieca, per quanto straziante, nei confronti della società che lo circonda, anche verso la sua stessa famiglia, e la cosa più grave è che lui ad un certo punto dice: “io rifiuto il vostro sangue!”, che poi è il suo. In questo cortocircuito lui non ha scampo perché rifiuta letteralmente di essere un Negromonte, perché ha assorbito profondamente quest’atmosfera di ricchezza, di spreco, di grandiosità. Alla fine infatti si lascia corrompere, quando gli comprano il palazzo e glielo danno: lì lui muore perché non ha veramente il coraggio necessario. Ad un certo punto Cardano, che è sì l’esteta disgraziato, però non è stupido, gli dice: “Voi potete salvarvi ancora ma ve ne dovete andare!”, ma lui non lo fa, non ha il coraggio di farlo. Mi rendo conto che questo è duro da dire perché toglie ad una figura in qualche modo commovente la statura di eroe, ma l’eroe non c’è più, lo sapete, non c’è nel romanzo moderno, e non c’è proprio nella realtà. Nel romanzo ci sono solo eroi a metà, eroi presi nella loro stessa trappola.

D.: L’Italia è una grande Eternapoli per lei? E come mai sceglie proprio il Sud per fare muovere questi personaggi? Ritiene forse che il Sud sia un terreno più fertile in cui fare attecchire una condizione del genere?

R.: Credo che uno scrittore debba raccontare ciò che conosce bene. L’idea del parco tematico, però, mi è venuta tanto tempo fa leggendo dei libri che parlavano degli Stati Uniti, e mi sembrava proprio il simbolo della spettacolarizzazione che entra nella tua vita. Il parco tematico, addirittura, vende gli stili di vita, cioè una cosa che non ha peso. Al posto dell’inconscio sta entrando un altro mondo in cui si vende di tutto e la cultura stessa è un’arma nelle mani di questi nuovi venditori.

D.: Nel romanzo il mare è per Roberto quasi un correlativo oggettivo della sua condizione interiore, di dormiveglia perenne. Poi, nelle ultime pagine, cambia accezione e si presenta come possibilità di salvezza verso un al di là comunque ignoto. Volevo chiederle come mai lei ha scelto questo elemento, e se intravede, nella realtà in cui viviamo, la possibilità di un varco verso la salvezza.

R.: Io non sono un profeta. Non credo che i romanzi debbano essere scritti per lanciare messaggi. Però il libro continua nella mente di chi lo fa suo, quindi mi piacciono i libri che lasciano degli spazi, delle fratture, nelle quali il lettore possa porsi domande, arrabbiarsi, o essere in disaccordo. Ora, però, tutto questo che vi sto dicendo è una razionalizzazione. Perché lo scrittore quando lavora è una sorta di essere orrendo, avulso dalla realtà, la famiglia non lo riconosce, non parla più con nessuno, almeno nel mio caso. Vi faccio un esempio che svela un piccolo particolare della mia vita: ho finito di scrivere Di questa vita menzognera il giorno di Natale, il 24, ma mia moglie, che di solito è molto addentro alle mie cose, non sapeva che io stavo scrivendo questo libro. Io ho una stanza distaccata dall’appartamento in cui viviamo, un piccolo sgabuzzino da deportato siberiano, dove vado nei momenti in cui ho bisogno di isolamento assoluto. Insomma io scendo da lì una sera, verso ora di cena, con un aspetto da bestia, lei mi vede e mi chiede se era successo qualcosa e io rispondo: “È morto Andrea!” e lei dice soltanto “Ah…” Così ceniamo in quest’atmosfera da funerale, un compianto funebre per Andrea! Io credo fortemente che molto si trovi per strada. Bisogna anche affidarsi all’istinto, ma è un istinto coltivato. Io posso anche spiegare i meccanismi narrativi dei miei romanzi, ma è sempre una spiegazione ‘post’, dove la mia seconda parte analizza se stessa. Credo che capiti in modo più o meno simile in qualsiasi forma di scrittura, forse quella critica è più controllata, ma se fosse assente la parte istintiva credo che non avrebbe nessun valore, nemmeno conoscitivo. Anche il grande filologo è in realtà un creativo, cioè uno che lascia fluire, attraverso gli strumenti che conosce benissimo, anche una grandissima fetta di istinto, solo che anche lì è un istinto coltivato.

D.: Lei fa parlare in dialetto i personaggi che esprimono i vari istinti primordiali: cibo, sesso, tutto ciò che è basso. C’è però un punto che vorrei mi chiarisse: lei dice, in un’intervista, che il dialetto è la lingua dell’affettività. Mi chiedo se ciò era riferito a questo romanzo e, se sì, a quali personaggi, perché gli esempi di affettività che io sono riuscita a scovare mi hanno riportato sempre alla figura di Ciro. Ciro che prende tra le braccia Andrea, mi pare che lo faccia proprio come un gesto d’affetto, con un trasporto che viene dal cuore, ma Ciro non parla! Lo stesso Andrea che parla d’amore, di valori evangelici, di condivisione, quando inizia la sua ribellione verso la famiglia, durante il pranzo di Pasqua, ad un certo punto passa dall’uso della lingua italiana al dialetto, e questo passaggio sembra ben costruito. Quindi in che senso il dialetto è la lingua dell’affettività? In un’intervista lei dice anche che i Negromonte stanno a metà strada tra il Padrino e il Gattopardo, in che senso li si può paragonare al Gattopardo?

R.: Forse avrei dovuto dire con più esattezza: sono il Padrino e vorrebbero essere il Gattopardo. Vogliono diventare aristocratici, vogliono avere quella patina che li distacchi per sempre dall’origine criminosa dei loro guadagni. Ripeto: sono il Padrino, ma vorrebbero, nei loro sogni, essere il Gattopardo e diventano kitsch, perché kitsch è chi non è in grado di diventare la cosa che imita, e perciò diventano la parodia del Gattopardo. Riguardo all’altra domanda: ma l’odio è un affetto? Sì. Tu invece hai subito pensato all’affettività nel senso positivo del termine; avrei dovuto essere più preciso e dire che attraverso il dialetto passa soprattutto l’affetto dell’aggressività. Anche questa per me è una forma di degradazione, perché nel mio immaginario profondo il dialetto è la lingua del popolo, e, sempre nel mio immaginario, il popolo, nonostante tutto, è sano. Quindi l’idea è che il dialetto sia degradato a questa specie di pidgin in cui si mescolano pseudo-inglese, italiano finto perbene, e in più un dialetto bassissimo, una lingua immiserita, spia di una miseria interiore. Andrea, nel momento in cui diventa come i Negromonte, parla il loro linguaggio; c’è una mimesi negativa in questo caso. Cardano poi non dovrebbe parlare in dialetto, invece lo parla molto, soprattutto quando va in escandescenza o quando vuole, in qualche modo, aggredire. E così tutti i personaggi vengono presi da una specie di ‘imitatività’ negativa. Io credo che quest’uso del linguaggio immiserito sia una delle tante forme di violenza alle quali siamo sottoposti. Non crediate che sia solo il dialetto ad essere misero, è misera anche la lingua italiana che parliamo, per esempio la lingua della televisione. Anche questa è una forma di violenza, perché la lingua è parte del nostro essere, e impoverirla vuol dire impoverire i nostri sentimenti. Noi ci illudiamo che i sentimenti siano spontanei. Non è vero, siamo esseri civili, cioè profondamente linguistici, e impoverire uno dei nostri elementi, che è il linguaggio, significa impoverire tutto.

D.: In questo romanzo il valore della cultura è subordinato alla logica del guadagno, di cui sono rappresentanti i membri della famiglia Negromonte. È possibile parlare oggi di un vero e proprio progetto di mercificazione della cultura?

R.: La cultura è sempre stata vista come un valore, ma non è di per sé un valore e viene venduta, anche da noi insegnanti, perché noi crediamo che sia un valore. Però anche questa è un’illusione, perché la cultura non esiste in se stessa, se non diventa parte profonda di noi. Nietzsche diceva che la cultura, se non si trasforma in carne e sangue, è una cultura d’accatto, perché non ha trasformato la mia vita. Immaginate, però, che essa possa essere uno strumento utilizzabile in qualsiasi modo. Un esempio banale: i jeans che si chiamavano col nome di Gesù Cristo ed erano usati per vendere il prodotto; ora, utilizzare il cristianesimo, che dovrebbe essere quanto di più lontano dalla mercificazione, per vendere un prodotto, mi sembra geniale, nel male. È un uso della cultura molto raffinato, anzi è mirato a distorcere l’essenza stessa della cultura. Nel finale del romanzo, le frasi che vengono dette attraverso gli altoparlanti, soprattutto quelle pronunciate dal Calebbano (che è poi uno dei personaggi della Tempesta di Shakespeare, il malvagio per eccellenza), sono le stesse che Roberto è stato costretto a cercare in quei libri chiave della cultura occidentale, dall’Apocalisse, alla Bibbia, ai Vangeli, a Kafka, a Marx, utilizzate però dai Negromonte per fargli dire esattamente il contrario. Dunque la cultura è di per se un valore? No. Siamo noi umanisti a farne un valore.

D.: Che ruolo ha per lei l’amore? Alla fine lei dice “saremo giudicati sull’amore”, nel senso che chi trova l’amore sarà migliore di chi non l’ha trovato?

R.: Io non sono un profeta. Quando si vanno a toccare alcuni argomenti, è evidente che si tocchino dei nervi scoperti, dei punti di massima sensibilità. Scrivere, in qualche modo, è un’operazione più segreta: tu scrivi e ti esprimi attraverso gli altri. Il romanzo è questo, sono le voci degli altri che ti metti addosso, e tra queste voci c’è anche la tua, ma è solo una delle tante voci; se tu, invece, metti soltanto la tua voce, hai un’idea di romanzo che non mi piace, monologico, mentre quello che piace a me è dialogico. Cosa volete che vi dica, che l’amore ci salverà tutti? Se io adesso dicessi così, diventerei automaticamente un predicatore di valori facilmente ribaltabili. Tutti i grandi valori sono ribaltabili perché possono essere usati al contrario, per non parlare dell’amore, che a volte può essere usato come una forma di controllo, di prigionia, innescando nell’altro il senso di colpa. Allora chiedo a voi: l’amore è un valore assoluto di per sé? C’è un punto del romanzo in cui Cardano, proprio il personaggio meno adatto per certi aspetti, dice: “Ma quale amore? Voi non sapete niente dell’amore. L’amore è lavoro e nessuno vuole lavorare”. Suona poco romantico, invece è profondamente romantico, l’amore vero vuol dire che non esiste nulla che ti sia dato come un regalo, questa è soltanto un’illusione pseudo-romantica, un’illusione da cioccolatini perugina. L’amore può essere una fatica felice, anche se sembra un ossimoro, ma ciò non toglie che preveda il lavoro, cioè il fatto che una cosa venga continuamente tenuta in vita e trasformata; a quel punto bellezza e verità per qualche momento coincidono, come nella poesia di Keats. Bellezza e verità sono fra loro fraterni, ma ciò avviene solo per pochi attimi. Il punto è: come far sì che questi attimi non siano solo attimi? Bene, nulla ci è regalato, ce lo dobbiamo conquistare.

D.: Petronio è uno degli autori ai quali s’ispira, e penso che lei faccia del suo romanzo una sorta di Satyricon dei nostri tempi in cui impera il grottesco e l’ironia. Potrebbe puntualizzare questo rapporto tra grottesco e ironia? E se dovesse proiettarsi nel futuro, quale tipologia di scrittore pensa che potrebbe ispirarsi alla sua opera?

R.: Tra vent’anni immagino ancora me stesso, per il resto non saprei. Grottesco e ironia sono due cose abbastanza diverse, senza voler spaccare il capello in quattro come diceva il prof. Tedesco. Io, in qualche modo, utilizzo più il grottesco che l’ironia, anche se chiaramente c’è una parentela. Il grottesco è come una lente d’ingrandimento; la lente che ingrandisce molto una cosa corre anche il rischio di deformarla, però è anche un modo impagabile per vedere qualcosa che prima non si vedeva. Il grottesco è un po’ questo: è un’estremizzazione di alcuni elementi realistici che vengono portati al loro punto limite, si fermano sull’orlo di questo assurdo e diventano, quando funzionano, rivelatori di qualcosa che prima non vedevamo. Quando Picasso, per la prima volta, ha sfregiato il bello di un volto, ha raffigurato le prostitute di un bordello mettendogli la testa delle statue nere che allora invadevano l’Europa, ha compiuto un’operazione deformante. Lo hanno accusato di non avere raffigurato la realtà, ma non è esatto: è la realtà vista da un’altra angolatura, con una lente deformante, ma questa lente deformante coglie più cose del guardare mimetico in senso stretto. Mi è piaciuta una cosa che hai detto: che in un certo senso il grottesco toglie allo scrittore uno status, gli toglie qualsiasi possibilità di fare il D’Annunzio, dico D’Annunzio nel senso negativo del termine, perché c’è poi tutto un D’Annunzio interessante a livello linguistico. Però gli impedisce di fare il vate, il profeta, di assumersi in prima persona il carico di spiegare all’umanità le cose. Lo scrittore non deve spiegare niente, lo scrittore rappresenta.

D.: Nel suo romanzo si scontrano molteplici punti di vista. In fondo lei non assolve nessuno dei suoi personaggi, non ci sono eroi in questo libro, come nei precedenti, non ci sono verità da contemplare. Sostanzialmente credo sia un modo di tirare la palla a noi, di metterci faccia a faccia col mondo che abbiamo di fronte, una prova letteraria ardita proprio perché pochi sono quelli che si confrontano con la propria contemporaneità. Il mio dubbio riguarda il modo che abbiamo per opporci ad una cultura omologante. Soprattutto le chiedo, che chance ci sono per noi, visto che qua siamo tutti studenti di lettere e, come dice un suo personaggio, avremo una laurea che non servirà a niente? C’è ancora una speranza per questi nuovi umanisti?

D.: Ho anch’io quella laurea ‘che non serve a niente’, perciò mi sono permesso di scherzarci sopra, insomma non tanto scherzarci! Io potrei anche capovolgere la questione: visto che è il mondo che mercifica, chi sceglie la strada dell’inutile è il solo, vero, oppositore di questo mondo, quindi siete potenzialmente tutti dei rivoluzionari all’ultimo stadio! Dopo di voi non c’è niente, nel senso che quelli col mitra al vostro confronto sono veramente dei borghesi! Non scherzo, perché in qualche modo quelli sono protetti mentre voi avete fatto una scelta radicalmente difficile. Davvero vi siete avviati su un ponte sospeso sul nulla, ma questo è il bello perché su quel ponte soffia l’aria della libertà, altrove non soffia niente, aria vecchia. Non c’è una sola forma di resistenza all’omologazione. Il fatto che voi siate delle persone completamente diverse l’una dall’altra, ma accomunate da qualcosa, almeno per un momento, è un fatto talmente straordinario che veramente poche cose sono eguali. In fondo la letteratura è anche questo: vivere altre vite attraverso i personaggi dei romanzi, aprirsi a mondi, idee, sensazioni che io non potrei mai vivere in una sola, misera vita. È questo che differenzia, ad esempio, le persone tutte d’un pezzo dalle persone che vengono scioccamente definite sognatrici; non sono sognatrici, gli sciocchi sono quelli che non sognano, perché hanno scelto una volta per sempre un’immagine di sé, e dentro quell’immagine si sono costruiti la loro identità. È vero che a volte li invidiamo, insomma arriviamo all’abiezione ultima: quella di invidiare coloro che sembrano perfetti; dico l’abiezione ultima perché quello è un uomo mono-specializzato, è un uomo che ha rinunciato a quella che Marx, in un passo memorabile dei manoscritti filosofici del ’44, dice essere la principale caratteristica dell’uomo: sviluppare i suoi cinque sensi, e anzi, se possibile, inventare nuovi sensi, dispiegare tutte le sue possibilità, non solo intellettuali ma di percezione, di sentimento, corporee. Dice Goethe, all’inizio del Faust: in principio era l’azione, non la parola. Diciamo che azione e parola, in qualche modo, sono la stessa cosa per noi che abbiamo scelto questa difficile strada che prima ho chiamato umanesimo. Però tu hai ragione su una cosa, bisogna inventarsi modi nuovi di essere umanisti e umani, e anche di esserlo in modo sempre più vario e variegato.

Per me sono state due ore molto intense, mi avete costretto a ritornare su cose che avevo archiviato, mi avete spinto a riflettere di nuovo su cose per me davvero importanti. Ricordatevi che chi scrive è un uomo molto solitario in genere, soprattutto quando scrive, rinchiuso in una specie di cella e, quindi, il momento in cui gli viene restituito quello che ha tentato di dare è un momento impagabile. Anche il tipo di domande, l’attenzione che mi avete dato oggi è stato uno specchio nel quale mi sono visto non troppo ripugnante, anzi!
Vi ringrazio di queste due ore passate insieme.

19 Aprile 2005

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