Lug 12

Intervista a Alessandro Piperno (18/04/2007)

A conclusione delle attività di laboratorio, lo scrittore Alessandro Piperno, introdotto dal professore Natale Tedesco e dalla professoressa Domenica Perrone, incontra gli studenti:

 

ALESSANDRO PIPERNO: Arrossisco delle cose che sono state dette introducendomi, e devo confessarvi prima di tutto questo: una delle ragioni per cui più ho sofferto dopo che intorno al mio romanzo si è scatenata una specie di lotta intestina tra i giornali, con una forma di strumentalizzazione piuttosto spiacevole soprattutto per un individuo mite e nevrotico come il sottoscritto, risiede nel fatto che a un certo punto il libro è scomparso sullo sfondo e si è iniziato a parlare d’altro. Di atteggiamenti dandy, di moda, e di altre fregnacce del tutto prive di consistenza. Ecco io ho sofferto moltissimo la circostanza che un romanzo scritto con estrema consapevolezza non sia stato valutato per questa consapevolezza. Ho avuto la fortuna di pubblicarlo più tardi tradotto in altre lingue, e devo dire che soprattutto in Francia, paese che ha una tradizione critica molto più seria, importante e consapevole della nostra, mi sono trovato di fronte a degli interlocutori particolarmente avveduti. Critici e giornalisti che hanno immediatamente capito tutto quello che c’era dietro, tutto quello che c’era sotto, che lo hanno amato e lo hanno criticato, ma in maniera mai strumentale. Una cosa che mi tocca e mi commuove è pertanto il fatto che la professoressa Perrone, in esordio, si sia soffermata su di me in modo così commoventemente accademico, andando alla radice della mia vocazione, che è sostanzialmente una vocazione critica e risentita allo stesso tempo. È la mia, infatti, una vocazione che nasce con il saggio Proust antiebreo, un libro che non ebbe il clamore mediatico del romanzo ma ebbe comunque una certa eco nell’ambiente della francesistica, quello che poi è il mio vero ambiente. E questo, proprio per le ragioni di quel risentimento e di quella militanza cui accennavo, ragioni che ne facevano un saggio incredibilmente fazioso, con un titolo assolutamente sviante sotto il quale celare una trattazione della materia in realtà assai più morbida.
Quindi mi sento assolutamente di dover ringraziare per questo, per aver introdotto il romanzo partendo dal saggio. Sono, inoltre molto felice – ma non vorrei apparire per questo troppo condiscendente – sono felice anche del riferimento che è stato fatto a Bufalino. Uno scrittore che mi è particolarmente congeniale, che conosco piuttosto bene, che ricordo addirittura dove mi trovavo, cosa stavo facendo, quando morì. Ricordi un po’ tetri, forse, del tipo: dove stavi quando è morto Kennedy? Ecco, io ricordo dove stavo quando è morto Bufalino. Come scrittore egli aveva due cose che in qualche modo ho tentato di emulare: uno stile lento e allo stesso tempo dovizioso, e una sprezzatura coltivata con disincanto, un disincanto tipicamente siciliano nel suo caso, nel mio caso più continentale e insieme di derivazione semitica. Insomma: grazie!

DOMANDA: Quando è scoppiato il caso Piperno, le hanno posto numerose domande riguardo alle ragioni del successo del romanzo, e lei ha detto che una probabile spiegazione doveva tener conto della possibilità di identificazione con i personaggi che il libro offriva al lettore. Nel corso del nostro laboratorio abbiamo analizzato a fondo i personaggi del suo romanzo, e abbiamo notato come si tratti comunque di personaggi estremi, cioè di personalità con le quali risulta in un certo senso difficile potere avere una reale identificazione. Ecco, vorrei da lei un chiarimento sulla possibile identificazione che a suo giudizio potrebbe invece esserci.

RISPOSTA: Allora, prima di tutto ci terrei a chiarire questo: non fa fede tutto quello che ho detto dal febbraio 2005 al maggio 2005. È stato uno straparlare schizoide, assolutamente privo di qualsiasi fondamento, con il quale tentavo di difendere la mia persona da una serie inesauribile di esagerazioni. Quindi non posso che dirmi d’accordo con lei. La mia lettura era una lettura assolutamente sbagliata, perché oggi non credo affatto che quei personaggi possano in un qualunque modo suscitare un senso di identificazione. Sono, infatti, dei personaggi estremi che vengono raccontati con un occhio che oscilla costantemente tra il parossistico e la parodia.
Inoltre, mi sono reso conto strada facendo, che il mio libro era piaciuto molto meno di quanto non sembrasse all’inizio, era più un qualcosa di indigesto, direi che l’hanno comprato più persone di quante poi, in realtà, non siano riuscite a leggerlo. E questo, ovviamente è un problema per il prossimo romanzo perché è prevedibile molti non lo compreranno, il che, poi, a pensarci bene, è forse un problema più che mio del mio editore, dal momento che dovrà comunque corrispondermi un anticipo che tenga conto delle vendite precedenti senza poter contare sulle venture.
In realtà va pure detto che questo è un romanzo che ha anche trovato dei grandi ammiratori, dei veri e propri fans, degli idolatri che si sono anche profondamente identificati, ma è chiaro che erano persone che avevano delle serie patologie. È un libro che ha avuto una fortuna da best seller, però non aveva le caratteristiche del best seller. Lo conferma il fatto che nei paesi in cui poi è uscito, ormai iniziano ad essere diversi, ha avuto una grande fortuna critica, un’ottima accoglienza da parte del pubblico, in Belgio, Francia, Germania, anche in Olanda, ma non è stato uno straordinario successo commerciale. Quindi diciamo, che ritiro quella cosa lì, insomma. Il motivo del successo l’ho capito dopo, veniva da questioni che sono assolutamente metaletterarie, deriva dal caso montato, deriva dalla stranezza di un romanzo simile nel panorama della letteratura italiana, deriva dalla casa editrice che l’ha pubblicato, deriva dalla mia eccentricità come persona, tante cose insieme evidentemente. Direi, però, che la questione sociologica a questo punto è la meno interessante.

DOMANDA: Nel corso del laboratorio, oltre a leggere attentamente il libro, abbiamo anche esaminato il ‘caso Piperno’, la circostanza di un esordio clamoroso, brillante e fortunatissimo. Le chiedo quanto può risultare condizionante per un autore al suo primo romanzo un esordio del genere, quali difficoltà può incontrare nel tentativo di superarsi al secondo libro.

RISPOSTA: In effetti sono abbastanza spaventato. Sono abbastanza spaventato perché sono diventato ipersensibile per le malvagità del mondo. Lo sono sempre stato, però da quando il mondo ha iniziato ad occuparsi anche di me ho naturalmente elaborato male gli eccessivi complimenti e ho patito le critiche. Uscirà presto, in allegato al «Corriere della Sera», un racconto che è talmente diverso da Con le peggiori intenzioni. Forse spero, in questo modo, di disinnescare l’ansia del secondo libro rimandando il secondo libro al romanzo a cui ho iniziato da qualche tempo a lavorare con grande difficoltà. Spero di non avervi immalinconito.

DOMANDA: Occupandomi delle occorrenze presenti nel testo ho notato la massiccia presenza di termini che hanno un valore semantico positivo: «bellezza», «felicità», «splendore», «ricordo». Ecco, a essere sincera, dopo la lettura del romanzo mi aspettavo l’esatto contrario. Pensavo che sarebbero emersi «oblio», «dimenticanza», «degrado». Quindi le chiedo se il ricorso ad una specifica terminologia sia per lei uno strumento per creare un discorso basato sull’ironia, e se questo è uno strumento utilizzato consapevolmente oppure è una cosa casuale.

RISPOSTA: Viene utilizzato consapevolmente: quelle formule euforiche vengono usate per varie ragioni. Innanzitutto vengono usate in modo antifrastico, cioè nel senso appunto cui lei faceva riferimento. Il romanzo, in fondo, è un romanzo nichilista e quindi tutto fà tranne che glorificare la nostra esistenza. Un’altra ragione per cui viene fatto è perché, come dire, il mio immaginario mentre scrivevo il romanzo era un immaginario che voleva in qualche modo trasfigurare alcuni ambienti, alla maniera di Scott Fitzgerald. Con la differenza che Scott Fitzgerald è nato in America negli anni Venti, nel pieno boom del Jazz, e frequentava i ricchi di Long Island negli anni della loro massima ascesa, e il protagonista del mio romanzo, che in qualche modo ricalca la mia persona, invece, si è trovato a frequentare un mondo molto meno dorato. Quindi possiamo dire che il contrasto tra la gloria delle sue parole e lo squallore circostante ha finito probabilmente per notarsi di più. Un’altra ragione direi che è anche una specie di marca, di caratteristica del mio personaggio, ed è quella di glorificare tutto quello che non è, in modo che la sua miseria risulti maggiormente enfatizzata. L’ultima ragione, infine, è una caratteristica che Daniel ha mediato dalla sua famiglia, e da Bepy in particolare. Bepy è un uomo che si racconta la realtà in un certo modo, ha bisogno di farlo, per lui tutto è splendido, fantastico. È un maniaco dell’iperbole, degli aggettivi, degli avverbi, a tal punto che, se non sbaglio, a un certo punto il narratore denuncia questo suo abuso di retorica, e quindi credo che in realtà questo sia il punto per cui lui… insomma è come se fosse una crisi di famiglia, mettiamola così.

DOMANDA: Nella lettura del romanzo, io, forse come lettore meno avveduto e ingenuo, sono stato catturato dall’insistenza quasi morbosa per il sesso. Ho interpretato questo, non so se opportunamente, come il riflesso di pulsioni implose che emergono più o meno consapevolmente dalle pagine del romanzo. Vorrei chiederle se la scrittura l’ha aiutata a curare le sue peggiori frustrazioni. Inoltre vorrei conoscere quanto delle scene erotiche sia autobiografico e quanto invece sia frutto di quella vena demistificatoria che costituisce a mio avviso la vera marca distintiva del romanzo. Infine se il linguaggio sboccato che a partire dall’incipit si mostra irriverente rispetto ai canoni etici tradizionali, risponda a studiate strategie di marketing editoriale oppure sia intrinseco alla sua personalità oppure ancora se ci siano altre ragioni sottese. Grazie.

RISPOSTA: Il sesso è ovviamente un tema cardine del romanzo. Come lei ha molto brillantemente intuito soprattutto il sesso frustrato del protagonista. Io credo che la nostra generazione abbia avuto un grande problema con il sesso, più di quanto s’immagini. Nel senso, che l’eccessiva libertà sessuale, la fine del puritanesimo, sostanzialmente ha cancellato qualcosa. È un discorso forse banale, che può sembrare un po’ da trombone, ma in realtà non vuole esserlo. Negli anni Cinquanta tu vedevi una caviglia, ti arrapavi. Ora invece la situazione è profondamente diversa. Come scrittore mi piaceva mostrare, come dire, una storia dell’erotismo passando per tre generazioni: la generazione di Bepy, che è la generazione vitalistica, in cui c’è però ancora il puritanesimo e lui trionfa come Hemingway sulle donne. La generazione dei genitori di Daniel che è quella della rivoluzione sessuale. E poi, la generazione di Daniel, che sostanzialmente è un uomo che si avvia a diventare impotente. E questo perché ha un approccio completamente maldestro con le donne, è eccessivamente partecipe con se stesso nell’atteggiamento masturbatorio, e forse è per questo fatalmente avviato all’omossessualità. Per quanto riguarda la strategia di marketing: non so quanto lei sia un lettore forte o piuttosto un lettore occasionale, però credo che in letteratura il sesso sia stato sdoganato dai tempi di Henry Miller, nei cui libri ci sono cose molto più estreme delle mie. Diciamo che la strategia di marketing di solito non viene organizzata dallo scrittore ma viene organizzata dalla casa editrice, eventualmente. E in realtà, poi, diciamo che per come vengono presentate nel mio romanzo sono cose quelle lì che non dovrebbero scandalizzare neanche più mia nonna.

DOMANDA: Volevo chiederle se si può parlare di una tensione etica sottesa alla sua scrittura. Abbiamo notato soprattutto una tensione alla dissimulazione che più che un disvalore sembra quasi dettata da un istinto di sopravvivenza. Insomma mentire su se stessi sembra appunto l’unico modo per respirare.

RISPOSTA: La dovrei scritturare! La sua è una domanda che mi tocca profondamente. Per una ragione soprattutto: perché nella polemica che mi si è scatenata contro, subito dopo l’uscita del romanzo, è venuta fuori l’idea di uno scrittore disimpegnato, dandy, leggero, eccetera. E prima, quando parlavo di cose che mi hanno ferito, sicuramente questa è una cosa che mi ha ferito, perché è vero che sono uno scrittore disimpegnato, ma lo sono in modo ideologico. Cioè spesso faccio una retorica assolutamente consapevole del mio disimpegno. Credo che in molte forme d’impegno, non voglio dire in tutte, ma certo in molte, in molte forme d’impegno civile si nasconda una forma da una parte di narcisismo dall’altra di nichilismo. Quindi credo di essere in qualche misura molto più impegnato io che m’impegno con una profondità maniacale nel lavoro che faccio, piuttosto che tanti di quelli che sposano delle cause alle quali credono solo in modo parziale e narcisistico. Ma venendo a quello che lei mi chiedeva direi questo: sono assolutamente lieto che lei abbia notato questo aspetto della mia scrittura perché sostanzialmente direi che si stenta a immaginare uno scrittore più moralista di me, sebbene io giochi a fare l’immoralista. Ma in quell’immoralismo la demistificazione è una forma di disperata ricerca di autenticità. In realtà, io vorrei denudare l’uomo come facevano i moralisti classici francesi del Seicento. Mi sono ispirato, per questo, ma naturalmente con esiti assai meno brillanti, a La Rochefoucauld, a Pascal, a Diderot, a Proust. La strategia, come lei giustamente notava, è quella della dissimulazione e dell’autoflagellazione che è sua ancella. La strategia della dissimulazione è la strategia dell’onest’uomo di Pascal, è la strategia che utilizzavano i moralisti classici, per cui le cose che t’interessano realmente non vanno nominate, se le nomini troppo vuol dire che non t’interessano realmente. Se tua madre muore, ed è la cosa più spaventosa che ti possa capitare, e tu il giorno stesso vai a parlarne con un amico, e gli racconti tutto di lei, piangendo, strappandoti i capelli, mostri immediatamente una forma di autenticità. La dissimulazione è l’unica forma che io conosco almeno per fare uscire realmente le cose che t’interessano. Io sono rimasto traumatizzato da bambino per le questioni legate all’Olocausto ebraico, alla Shoah. Due sorelline di mia nonna furono deportate, mio nonno non faceva altro che raccontarmi ossessivamente delle sue fughe dai nazisti. Soltanto alla fine ho capito che probabilmente se l’era inventate. Però una sua invenzione è riuscita a traumatizzarmi: ancora oggi un mio sogno ricorrente è quello di essere inseguito dai nazisti, anzi essere preso dai nazisti più che di essere inseguito. Sono a scuola nel mio banco, in quel contesto danielsonninesco anni Ottanta, sento gli stivali che battono forte sul marmo della mia scuola, a un certo punto entrano in classe i tedeschi e mi vedono, pretendono che io mi abbassi i calzoni di fronte ai miei compagni affinché vedano che sono circonciso. Questo denudamento di fronte agli aitanti e bei miei compagni di allora mi da il senso di un’autoflagellazione. Poi mi allontano con i nazisti. Racconto questa cosa un po’ mia, scusatemi, soltanto per dire che in realtà sebbene abbia scritto un libro apparentemente contro la retorica della Shoah, non ho scritto un libro contro Primo Levi, ho scritto un libro contro le signore da salotto che vanno nelle scuole a commuoversi per finta su cose che invece dovrebbero essere rispettate in modo molto più sacrale. Quindi perdonatemi se mi sono dilungato su questo ma era particolarmente prezioso per me perché è proprio il tema del romanzo la ricerca disperata di quest’uomo pervertito, che parla in modo strano, pieno di nevrosi, pieno di pregiudizi, ma che in realtà prova ad andare all’osso delle cose, per cercare di gettare la maschera.

DOMANDA: Ho letto su «Nuovi Argomenti» il suo saggio su Roth, e devo confessarle che mi è servito a chiarire dei nodi importanti su questo autore. A un certo punto di questo saggio lei, dopo aver riportato un brano di un’intervista allo scrittore americano, sostiene che un romanziere per descrivere un personaggio ha due strade possibili: o la simulazione dei dati psicologici oppure il contrasto. E Roth si serve del contrasto. Mi sembra di poter dire che succeda la stessa cosa nel suo romanzo. Ci sono dei personaggi che sono assolutamente antitetici e che agiscono in reciproco contrasto. Questa sua insistenza sulla conflittualità è una eredità rothiana oppure è una cosa che le appartiene?

RISPOSTA: E’ difficile rispondere. Guardi sa, c’è quella definizione famosa, ormai strabusata di Bloom, quando parla dell’angoscia dell’influenza. Bloom ha un’idea molto interessante: esiste un canone occidentale, questo canone, diciamo negli ultimi quattro secoli, s’incarna in colui che, almeno secondo Bloom, ha detto tutto quello che c’era da dire, cioè Shakespeare. In questo scrittore c’è il catalogo dell’umanità. Sciorinato in un’opera maestosa e mostruosa allo stesso tempo, scritta da un uomo della cui biografia beffardamente e paradossalmente non conosciamo nulla al di fuori del nome. In Shakespeare c’è il geloso cronico, c’è Amleto, c’è la matta, c’è il vecchio pazzo, insomma, c’è tutta l’umanità nel corpus di una sola opera. Tutti coloro che in qualche modo vogliono scrivere devono prendere questi archetipi che Shakespeare ha creato, metterli al centro della scena, e in qualche modo tradirli e mistificarli. Questa Bloom la chiama angoscia dell’influenza, cioè il fatto che tutti noi abbiamo un padre che amiamo, che ci influenza, che vogliamo uccidere, che ci angoscia sia perché lo evitiamo sia perché non lo evitiamo. Sicuramente io soffro di quest’angoscia dell’influenza. Ne soffro perché probabilmente, anzi sicuramente, sono uno scrittore meno importante di Philip Roth. Certo, sono anche molto più giovane di lui e non è detto che un giorno anch’io non possa scrivere qualcosa di migliore di quanto non ha fatto lui fin qui. Roth è un autore che possiede una scrittura che ti paralizza, per la bellezza, per la forza, e allo stesso tempo, diciamo, perché anche queste cose contano, possiede un’aura mediatica. Ormai ovunque si parla di Roth, tutti amano Roth. Vi racconto questo aneddoto che mi è occorso qualche settimana fa: ho rischiato di conoscerlo. A New York.
Qualche settimana fa ero a casa di un amico italiano che ha la fortuna di frequentare tutti i grandi scrittori americani contemporanei. Ne ho conosciuti altri là. E il giorno prima che io partissi mi dice: «Senti se rimani mercoledì c’è una sorpresa per te. C’è questa festa che organizziamo per l’Oscar ad Ennio Morricone e tra gli altri sono riuscito a ottenere la venuta di Philip Roth. Lui non va mai da nessuna parte, è un misantropo, è uno stronzo, è un nevrotico. Però viene perché adora i film italiani di Leone, e adora Morricone, lo vuole conoscere». E io, per una cosa accademica orrenda, tristissima, in un posto abbandonato dagli uomini, a cui però per motivi di piaggeria nei confronti del mio preside non potevo mancare, sono dovuto andar via da New York e tornare in Italia. Così, con mia grande disperazione, non sono riuscito a conoscerlo. Ma ho saputo, il giorno dopo, dal mio amico che mi ha chiamato per farmi rosicare, come si dice a Roma, tutti i dettagli della serata. Sono rimasto colpito dal fatto che nessuno degli scrittori presenti quella sera, Jonathan Franzen, Michael Cunningham, tanti altri scrittori noti e affermati negli Stati Uniti, nessuno lo conoscesse di persona. Naturalmente lo conoscevano come autore, e tutti, mentre lui stava seduto – è alto un metro e novanta – tutti si sono messi in fila con la testa bassa e sono andati là e: «Mr Roth it’s an honor», «it’s a proud». Ormai gode del prestigio di cui godeva Sartre in Francia nel dopoguerra. In qualche modo finisce per entrare nelle opere di tutti noi. Lo dico anche con una forma quasi di odio nei suoi confronti. Riesco anche a capire, in qualche misura, quello che ammazzò John Lennon. Nelle forme di idolatria disperata si può arrivare ad ammazzare la persona a cui vuoi ardentemente assomigliare o alla persona che ha tutto quello che tu vorresti avere: il talento, i soldi, le donne. E quindi con Roth, mi trovo a confessare, ho un rapporto di grande difficoltà. Ho letto il suo ultimo libro e non mi è piaciuto come i grandi libri di Roth, mi è piaciuto meno. Detesto che oggi tutti s’inchino a lui sebbene questo libro non sia il capolavoro che spaccia , quindi insomma ho un rapporto…

Prof.ssa Perrone: C’è la sindroma di Salieri?

RISPOSTA: C’è la sindrome di Salieri! Finendo volevo dire semplicemente – scusatemi se ho divagato – c’è nel mio libro un rothismo vagamente formale, ma c’è sotto sotto una cosa più interessante, più importante per me. C’è un’idea del mondo che è un’idea tragica e fatta di conflitti. Se dovessi scegliere tra la prosa di De Lillo che è basata tutta su una serie di assonanze, di affinità, di descrizioni, e una prosa shakespeariana, teatrale, dostoevskiana, come quella di Roth, non avrei dubbi. Sono così anche nella vita. In Roth riconosco un maestro assoluto ma c’entra anche il mio temperamento.

DOMANDA: I suoi personaggi sembrano immersi in un contesto di ipocrisia, di menzogna, e soprattutto, di pura esteriorità. Sembrano essere quasi degli automi: non provano sentimenti, né per i parenti né per gli amici. Sembrano totalmente privati del loro lato umano. Mi chiedevo…

RISPOSTA: L’ha infastidita questo?

DOMANDA: Mi ha lasciato un po’ interdetta diciamo.

Prof.ssa Perrone: Sono dei personaggi che provano invidia, però…

DOMANDA: Sì, ma quanto a sentimenti positivi è difficile riscontrarne. Allora le chiedo: la voglia di dimenticare ha influito così tanto da intaccare il lato più umano delle persone? Per lei, è necessario dimenticare di essere umani per obliare una cosa così grave come l’Olocausto?

RISPOSTA: Guardi. Diciamo questo. È un romanzo che viene scritto da un narratore, e il narratore è un entità che ha a che fare con l’autore naturalmente, ma è anche un’entità autonoma, con le sue idiosincrasie che in qualche modo vanno tematizzate e che fanno parte del romanzo stesso. Io non credo esista una ricetta per comprendere l’Olocausto e non credo esista una ricetta per scrivere libri. Credo che nel caso specifico ci troviamo in presenza di un narratore che è profondamente deviato da un punto di vista del carattere cioè è un uomo che ha delle fortissime patologie psichiche. Che si estrinsecano attraverso il sesso vissuto in quel modo insano, attraverso un’eccessiva invidia nei confronti del prossimo. Un risentimento, sicuramente c’è un atteggiamento spaccone nel modo in cui tratta questa cosa così seria, però lo fa anche in qualche modo per disossare un argomento che rischia continuamente di cadere nella retorica, perchè in realtà non c’è niente di retorico, quelle persone innocenti rischiavano di morire in un modo decisamente mostruoso.
È per estremo riserbo che nel romanzo non si parla di quell’esperienza lì. Se lei avesse ragione il mio romanzo sarebbe un fallimento intero: in realtà, anche se in modo eccessivamente dissimulato, ci sono sentimenti autentici e sinceri che il mio protagonista tenta di provare, come quello nei confronti della madre, del nonno, del fratello, anche se questa è una figura che rimane sullo sfondo, verso il padre, che un po’ gli fa pena e un po’ apprezza, e in fondo verso lo stesso zio Teo. Sicuramente odia Nanni e Gaia, una bambola priva di qualsiasi umanità, la cui presunta bellezza, ammesso che ci sia, non giustifica il suo carattere. Il mio è un romanzo sicuramente nichilista, e come tutti i romanzi nichilisti è fastidioso. Ci sono scrittori che tendono a sedurre il lettore attraverso forme e modi di affettività esibiti, io appartengo invece all’altra categoria di scrittori. Però ecco, mi dispiace l’obiezione di molti lettori, il fatto, cioè, che non siano riusciti a sentire nessuna forma di affettività. Adesso provo a raccontarmi, per consolarmi, la storia che lei è più giovane di me e forse non sa intuire certe nuances. Però, insomma, è una cosa un po’ patetica….

DOMANDA: La mancanza di affettività avvertita dalla mia collega è forse una conseguenza del fatto che spesso i temi incandescenti del proprio vissuto non possono essere espressi in modo esibito? Ciò che preme veramente, infatti, spesso è presente nella pagina solo in forma occultata, così che per essere chiaramente individuato deve prima essere portato alla luce. Questa mi sembra una caratteristica che la accomuna a moltissimi altri scrittori di origine ebraica. Delle affinità che lo accomunano a uno di questi, Philip Roth, si è parlato molto, talvolta anche a sproposito; a me sembra che la cosa in cui lei possa essere paragonato a Roth possa essere una particolare forma di moralismo. Infine mi chiedevo quanto in Daniel risponde alla rappresentazione stereotipa dell’ebreo.

RISPOSTA: Si, partirei da quest’ultima domanda poichè quelle che lei ha detto prima mi sembrano delle dichiarazioni che non posso fare altro che sottoscrivere. Nelle mie intenzioni, la lettura è un disotterramento dei sentimenti. Il romanzo è costruito su diverse parodie: se si pensa al fatto che uno dei problemi del mio protagonista è quello di non essere abbastanza ebreo, si capisce anche che lui ha tutto l’interesse a rappresentarsi come tale e quindi a enfatizzare alcuni tratti del suo carattere. Per quanto riguarda i miei rapporti con Roth c’è un episodio al quale forse avrei dovuto prestare più attenzione: in Francia, su «Le Figaro», è uscita una recensione che recitava nel titolo: «Ecco il Roth italiano»; in risposta a questo articolo «Le Monde», il giornale nemico, ne ha pubblicato un altro in cui si ammonivano critici e recensori a essere cauti nel fare il nome di Roth. Insomma è successo un po’ la stessa cosa avvenuta qui in Italia. Ad esempio, il giornalista per denigrarmi scriveva: «il padre albino è un chiaro plagio di un certo romanzo di Roth»; in realtà il padre come il mio nel romanzo di Roth non esiste, neanche il biondo Svedese, che non ha nessuna caratteristica in comune col padre Sonnino. Poi c’è anche un’occorrenza biografica, e cioè che mio padre è albino e quindi io non posso esimermi dal raccontare una cosa che c’è. Lo stesso dicasi per la parodia ebraica: è vero che c’è una parodia ebraica, ma può essere anche che io stesso sia una parodia ebraica, nel senso che certi clichè ebraici corrispondono alla realtà. Credo però che la risposta più autentica sia quella che ho già dato, e cioè che Daniel Sonnino vuole a tutti i costi somigliare ad un ebreo e che quindi automaticamente incarna la parodia dell’ebreo. Però tutto il romanzo in qualche misura è postmoderno perchè è costruito su una serie infinita di citazioni: la prima parte del romanzo è una parodia della saga familiare, la seconda del romanzo di formazione, anche se in realtà il mio è un romanzo di deformazione perchè il protagonista non approda a nessuna conoscenza. Molte scene del romanzo stesso sono citazioni da romanzi noti, come quella in cui il padre va a prendere il figlio all’aeroporto, ripresa da uno dei romanzi più importanti della letteratura ebrea americana, di Henry Roth, il quale inizia con un padre ebreo che vive a Brooklin e che va a prendere la madre arrivata dalla Polonia ad Ellis Island: pensate quanto è diversa la scena del mio libro in cui il padre ebreo albino va a prendere il figlio che torna in aereo da una vacanza studio. Anche il finale è una parodia della Recherche; insomma c’è molto di parodistico, mi piace giocare con queste cose.

DOMANDA: Nel suo romanzo ho rintracciato una serie di parole ed espressioni appartenenti a diversi codici linguistici (ebraico, giudaico-romanesco, inglese e francese) che creano una sorta di linguaggio ibrido, perfetto per dar voce a personaggi appartenenti all’alta borghesia romana. Volevo chiederle quanto le mie osservazioni le sembrano corrette e quanto questo linguaggio le appartiene effettivamente.

RISPOSTA: Anzitutto la mia alta borghesia è una mistificazione della stampa. La mia è quella che si dice una buona famiglia, però da un punto di vista delle origini, le mie sono molto meno aristocratiche di quanto possa sembrare. La sua annotazione da un punto di vista stilistico è assolutamente pertinente, nel senso che in realtà Daniel parla in questo modo curioso perchè è un disadattato, perchè deve dar voce a questa sua forma di disagio, come Odette, personaggio fondamentale della Recherche, che ad un certo punto parla con certe espressioni inglesi perchè fa chic. Anche Daniel ha un po’ del parvenu che si prende seriamente, che considera aristocratici i miserabili. Questo è molto proustiano, perchè Proust era un medio-alto borghese che frequentava un’aristocrazia molto modesta e che nel romanzo ha trasfigurato. Il plurilinguismo è una ricetta molto utile a Daniel Sonnino. Però è anche vero che io sono cresciuto in una famiglia abbastanza strana, drogata di citazioni. Noi siamo persone che parlano attraverso uno strano codice. Una volta mio padre mentre eravamo a tavola s’incazzò perchè mio fratello aveva proferito l’ennesima citazione di film che potevamo capire solo noi due, e alla fine ci ha detto che sembravamo dei mentecatti. Un’altra volta disse, con un curioso anticlimax, «io vi disprezzo e vi disistimo» e anche questa è una citazione dalla Recherche in cui un personaggio usa i climax in modo inverso, ad esempio, «sei meraviglioso e carino»; quando facemmo notare questa cosa a mio padre, si arrabbiò. Allo stesso tempo c’è questo gusto per il basso più basso e l’alto più alto che si mescolano, c’è la pornografia (mio fratello è forse il più grande esperto di Rocco Siffredi), c’è il calcio vissuto nel modo più becero e violento. Posso fare un esempio, di un episodio abbastanza noto per dirvi come in me tutto diventa allegoria. Io sono stato per diversi anni in analisi. Come nel più bieco clichè ebraico, idolatravo e odiavo allo stesso tempo il mio analista dal quale tra l’altro andavo anche abbastanza spesso, quattro volte a settimana. A un certo punto, dopo due anni di analisi, mi convinsi che lui tifava per la Roma .Gli davo il tormento, non parlavamo d’altro, lui rispondeva che un mio interesse così morboso lo induceva a non rivelarmi più nulla. Il giorno prima del derby Roma-Lazio, dissi al dottore: «allora tanti auguri» e lui rispose: «ma di cosa?» ed io: «ma insomma dottore, non faccia finta, è chiaro di cosa sto parlando». Il giorno dopo arrivo allo stadio, in cui c’è l’abitudine di scambiarsi dei cartelloni particolarmente aggressivi e goliardici, e, soprattutto da parte dei laziali di cui faccio parte, dalla connotazione fortemente antisemita, che naturalmente mi turba.
Devo premettere che io mi chiamo Piperno ed il mio analista Ricciotti. A un certo punto nella curva sud, quella della Roma, esce un cartello con su scritto «NOI RICCIOTTI, VOI PIPERNO». «Allora – dissi tra me e me – in curva sud c’è il mio analista che mi offende»; tra l’altro il mio analista è della Roma ed è antisemita allo stesso tempo: sembrava un incubo, e devo dire che durante quel drammatico derby mi scervellavo fino ad avere un’illuminazione pseudo-letteraria, di un film, il Marchese del Grillo di Monicelli in cui ci sono due figure, di cui una si chiama Ricciotto e l’altra Piperno; la figura di Piperno è del bieco ebreo, Ricciotto il romano cafone; siccome i romanisti tendono a esaltare la loro romanità antica, dicevano “Noi siamo i Ricciotto”, cioè i romani veri, cafoni, e “voi siete i Piperno”. Questo è un episodio tipico che mostra come io viva in questa dimensione iperletteraria. L’incontro successivo con l’analista fu comico e drammatico allo stesso tempo: gli raccontai l’episodio ma lui negava. Il giorno dopo nel «Corriere dello Sport» che presenta tutti gli striscioni, c’era anche questo.

DOMANDA: Leggendo Con le peggiori intenzioni, ho trovato molto suggestive le modalità stilistiche della trattazione dei luoghi in cui avvengono le vicende, modalità che si riverberano, tra l’altro, anche negli episodi che descrive. Le modalità di descrizione sono sottilmente discrepanti tra la prima e la seconda parte del romanzo. Nella prima parte lei ci parla di luoghi noti a tutti, Roma, Via Condotti, Piazza di Spagna, Tel Aviv. Inserisce in modo repentino questi nomi di luoghi che secondo me, però, sono funzionali per parlare d’altro, come, ad esempio, nel caso di Tel Aviv, menzionata per narrare la vicenda della Zia e di Teo. Invece nella seconda parte la voce narrante è accelerata quando dà sfogo a questa mania descrittiva e nel contempo indugia sugli interni delle abitazioni, come la stanza di Gaia e di Dav, e anche stavolta, penso, in maniera funzionale, per parlare di loro. Forse questo processo descrittivo dei luoghi può corrispondere ad una spontaneità immediata che contrasta con la dimensione eccessivamente iperbolica presente nel romanzo, e ho pensato ad una vera e propria “poetica dello spazio”.

RISPOSTA: La sua annotazione mi sembra assolutamente pertinente. Lei conosce il saggio Il sex appeal dell’inorganico? Parla più o meno di queste cose, ovvero di come nella società di massa l’oggetto rispecchia l’anima di una persona. Mi viene in mente quel romanzo straordinario American Psyco in cui addirittura il protagonista non si sente esistere se non nei suoi blazer di Armani. Sicuramente l’oggettualità che sostituisce l’anima è una caratteristica cha appartiene al mio personaggio che tra l’altro vive negli anni Ottanta. Però mentre per quanto riguarda gli abiti, il mio è un atteggiamento voluto, non lo avevo notato nelle ambientazioni, e risponde a verità: infatti Daniel l’unica casa che non descrive è la sua, per la quale ha una specie di ritegno e di cui quasi si vergogna. Mentre le altre case, lui le guarda con un occhio che le trasforma in una sorta di mausoleo del personaggio, o, addirittura, nel caso di Gaia, la casa appare prima di Gaia.

DOMANDA: Mi ha particolarmente colpito il tema dell’attesa. Lei descrive l’attesa come Dio, infatti nel suo libro leggiamo: «non c’è Dio aldilà dell’attesa», e tutto il libro è un continuo rimandare a qualcosa che dovrà accadere; prima l’incontro con Gaia che viene anche un po’ minimizzato, poi il funerale di Nanni che sembra dover essere l’epilogo del suo romanzo ed invece non lo è. Volevo quindi chiederle, dato che lei nel romanzo cita Beckett e Buzzati, che ruolo ha per lei l’attesa: le provoca più angoscia o rassegnazione? E come, secondo lei, questo tema, tipico di tanta letteratura del Novecento, si è evoluto col passare degli anni?

RISPOSTA: Devo dire che il tema dell’attesa è un altro dei temi forti del romanzo, nel senso che quello che mi sarebbe piaciuto fare, e credo di esserci riuscito, era costruire una specie di angosciosa attesa a partire dal fatto David sembra alludere a qualcosa che deve accadere, e questa cosa, in realtà, è tutta nella follia del personaggio che ha fatto di Gaia un mito. E così, flaubertianamente, si può dire ‘tanta attesa per niente’. Però devo dire che sebbene lei sia stata molto sottile nel ricordare Buzzati e Beckett, in realtà avevo in mente un ricordo scolastico molto più familiare che è Leopardi. Io per motivi un po’ di lavoro e un po’ di nevrosi non faccio altro che viaggiare e, chiaramente, cosa è bello di un viaggio se non quando, anni dopo, trasfiguri con emozione quei momenti che in realtà furono noiosissimi e non so, uno ricorda certe vacanze studio, vacanze di scuola in realtà pallosissime, la fame, la sete, terribili, ma che in realtà il ricordo abbellisce e addolcisce? Lo stesso fa l’attesa: senza l’attesa la vita è noia e morte. E’ il tema romantico per eccellenza. C’è una poesia di Baudealaire che si chiama Le Voyage che parla proprio di questo, è la poesia conclusiva, non a caso, dei Fiori del male, in cui si finge di parlare del viaggio ma in realtà si parla del tema centrale di Baudelaire che è la morte. Il viaggio è la fuga dalla morte insomma. L’attesa in un’ adolescenza dorata o pseudo-dorata come quella di Daniel non può che essere una fonte di speranza. Io adoro il mattino, l’alba perchè è il momento supremo di promessa. E ricordo che una delle scene che più mi ha colpito, anche questa parodiata nel romanzo I Buddenbrock, quando la fanciulla di sedici anni si sveglia al mare e sente, lei che è ospite di una famiglia di pescatori al sevizio del padre, ed è trattata come una principessa, l’odore inebriante del caffè del mattino: ecco una scena che è la vita per antonomasia. Insomma, mi sono emozionato a parlarne.

DOMANDA: In una pagina del romanzo il narratore giudica la letteratura un elemento di massima libertà, come anche la vita. La letteratura come strumento per attingere alla libertà è una caratteristica che si ritrova in molti scrittori. Volevo chiederle se la letteratura lo ha reso libero, se lo ha aiutato a vivere nella società attuale in modo più libero. Lei, in quanto scrittore e in quanto uomo, come ha vissuto questa libertà sfiorata o attinta attraverso la scrittura?

RISPOSTA: Innanzi tutto vorrei prendere le distanze dall’ affermazione detta dal narratore. Nel caso specifico io tendo a credere che la masturbazione offre delle opzioni di sesso che il rapporto con un’altra persona può offrire solo se lo interpreti come se fosse una trasfigurazione letteraria, ad esempio: stai con la tua ragazza e pensi a Sharon Stone,
Altro punto è che la letteratura non è libertà, io non ho una fantasia così sfrenata, fatico molto; quella era un’affermazione appunto di Daniel Sonnino. La letteratura, intesa in senso lato, credo che sia il genere più lussuoso che un uomo possa raggiungere più di qualsiasi bene immobile.
Per quanto riguarda la notazione personale, per quanto possa essere interessante per voi, purtroppo io non sono un uomo libero, ho un idea della letteratura come una patologia che viene intrapresa da persone che hanno dei problemi psicologici. In fondo è anche la retorica di Daniel Sonnino, cioè tutti noi vorremmo essere un David Ruben, e se non lo sei ti metti a scrivere. Nel senso che la letteratura è un ripiego , nel senso che è un lavoro per persone belle, ricche.
Credo che tutto si possa dire di me, tranne che sono un diverso. Grazie.

DOMANDA: La prima delle tre epigrafi poste all’inizio del suo romanzo è tratta da Truman Capote e dice: «Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta: ed essa è predisposta unicamente per l’autoflagellazione». Nel libro pubblicato recentemente, Colazione da Truman, l’intervistatore chiede a Capote ragguagli su questa frase, e lui risponde: «E’ una vita davvero atroce trovarsi ogni giorno nella pagina bianca e vibrarsi tra le nuvole e riuscirne fuori con qualcosa», e poi aggiunge: «io sono sempre molto nervoso, una volta iniziato mi va molto di continuare ma faccio di tutto per rimandare, ho centinaia di matite perfettamente temperate, cui continuo a fare la punta inutilmente».
Accade anche a lei di avere sulla scrivania tante matite cui fa la punta inutilmente?
Un’altra domanda: si è detto che le molle del romanzo sono due, l’invidia e il fallimento: in che senso? A questo proposito mi viene in mente un autore, Conrad, che non è stato ancora tirato in ballo e che ha vissuto nella scrittura l’atroce esperienza del fallimento.

RISPOSTA: In Capote c’è qualcosa che non capisco anche se mi tocca molto: è uno scrittore la cui dedizione verso la letteratura ha un corrispettivo ottocentesco in Flaubert. Capote manifesta una cura per la pagina che non ha paragoni negli Stati Uniti, e allo stesso tempo non ha pubblicato un libro a sangue freddo, se non una raccolta di racconti, che io conosco. Aveva un’idea della scrittura come autoflagellazione, sia perché faticava moltissimo sia perché tendeva a togliere, a ridurre, cosa che non si può dire di me, perchè io invece aggiungo. Altro elemento è che ai suoi tempi fu frainteso perché se la spassava molto: frequentava Marilyn Monroe, aveva un sacco di soldi, vestiva in modo bizzarro, aveva una voce stridula, era dissoluto. Per questo i sedicenti scrittori seri lo trattavano come uno scrittore di serie B, e lo stesso è capitato a me. La storia ha dimostrato che è stato uno dei grandi scrittori del Novecento e anche un rivoluzionario, fra l’altro con una rivoluzione che parte da qualcosa di assolutamente imprevedibile come Sangue freddo che è un romanzo totalmente diverso dalla produzione precedente.
Si, direi che invidia e fallimento sono due facce di un’unica medaglia. Nel senso che in Con le peggiori intenzioni non c’è nessun personaggio soddisfatto sebbene siano tutti belli, sereni e senza problemi.
Chiaramente in loro la disperazione e il disagio nascono sempre dall’invidiare la condizione degli altri. Il caso più parossistico è quello di David Ruben che ha perso i genitori in un campo di sterminio, si vergogna di averli persi e invidia le persone che possono avere i genitori, come se non averli fosse una colpa. Credo che questa sia un’intuizione psicologica molto vera che riguarda tutti noi che ci vergogniamo di cose che gli altri non notano. Chi perché ha un naso storto, chi per avere i denti troppo piccoli o grandi. Insomma diciamo che il fallimento è intrecciato con l’invidia; basti pensare alla vita accademica: sei un dottorando di ricerca e invidi il ricercatore, diventi ricercatore e invidi l’associato e speri che muoiano sette associati, diventi associato e invidi l’ordinario, diventi ordinario e già vorresti scrivere per il «Corriere della Sera». Non c’è limite all’ambizione umana.

DOMANDA: Leggendo il suo romanzo ho notato la presenza di molti termini e metafore che rimandano al mondo del teatro, e in un certo qual senso è come se la pagina fosse il palcoscenico della parola. Quale è il suo rapporto con il teatro e come la scrittura teatrale ha interessato le sue opere?

RISPOSTA: Io non amo il teatro: mi addormento a teatro e lo trovo una forma d’arte meno nobile di altre perché fa affidamento a cose come l’enfasi o il narcisismo. Condivido però il teatro di Tolstoj. Adoro certi testi teatrali come quelli di Pirandello, Shakespeare, Moliére, Racine. Complessivamente non amo il teatro perché mi sembra una forma di volgarizzazione e mi addormento: preferisco cento volte il cinema.. Il cinema lo ha sostituito in maniera ineludibile. Vai al cinema e hai una sensazione di contemporaneità, vai al teatro e percepisci un’atmosfera di antiquariato. Detto questo, la sua notazione è assolutamente vera. Danel Sonnino è teatrante e tende a teatralizzare, concepisce le frasi come quinte di teatro. Lui ama tutto ciò che è artificio, menzogna e tutto è completamente teatralizzato. Questa notazione nessuno me l’ha mai fatta, né io l’ho notata, ma è assolutamente vera.

DOMANDA: Lei spesso nel suo libro fa riferimento ad alcune notazioni su fatti storici ben precisi. Che funzione ha la Storia all’interno del romanzo?

RISPOSTA: Nel periodo glorioso di due anni fa quando il caso del libro ‘montava’ ed io, per così dire , straparlavo, fu detto anche che il romanzo doveva probabilmente tutto questo successo critico al fatto che il suo autore, finalmente , parlava di Storia con la esse maiuscola, laddove invece in Italia persisteva ancora la tendenza a produrre opere di natura quasi minimalista .
Credo che la vera Storia in Daniel Sonnino funzioni più come una citazione che come qualcosa che influisca realmente sulle persone. È chiaro però che il romanzo ha un ben preciso sfondo storico: l’Olocausto, l’omicidio di alcuni israeliti morti nel ‘73, l’undici settembre, ecc… Ai personaggi, però, sembra non interessare tutto questo, presi come sono dall’invidia.
Tra l’altro vorrei raccontare che mi recai nel 2001, dopo l’undici settembre, proprio negli Stati Uniti. Atterrai con mio padre all’aeroporto di Boston . Poi percorremmo la strada da Boston a New York in macchina. Allo showroom di mio padre ci fecero entrare nonostante fosse vietato: non dimenticherò mai questo odore nauseabondo, di metano, di polvere, di cadavere. In realtà però, le cose che veramente ti fanno soffrire nella vita sono quelle tre o quattro che ti riguardano personalmente: un brutto voto a scuola, un innamorato che ti lascia, un problema economico.
Il resto fa solo da contorno; tutto lascia il tempo che trova. Le uniche esperienze che ti cambiano la vita sono quelle per le quali tu perdi l’appetito. Insomma noi, io e mio padre, mangiavamo tranquilli i nostri spaghetti davanti all’immane tragedia dell’undici settembre: se avessimo perso mezzo dito, probabilmente ci avremmo pensato per sei giorni! La Storia scorre e i protagonisti se ne fregano, non la considerano neppure. Questo fatto però da certa critica di sinistra mi è stato un po’ contestato.

Prof. Tedesco: Volevo fare una domanda, che in realtà potrebbe sembrare una provocazione, riguardo il tuo giudizio su un altro scrittore. Però prima faccio una premessa. Io sul problema della Storia tornerei, nel senso che se non capiamo che nel Novecento (ma anche in certi romanzieri di crisi di fine Ottocento), la Storia viene vista dall’ottica privata, individuale, veramente abbiamo perso qualcosa. Per fare un solo esempio classico, basti pensare a Luigi Pirandello e al suo I vecchi e i giovani. Per tornare alla domanda, lo scrittore che di più, in questi anni di laboratorio condotto assieme agli studenti, mi ha colpito è stato Giuseppe Montesano.
Lo hai letto Montesano? Lo conosci?

RISPOSTA: Ero impaurito all’idea di una domanda del genere ma, tutto sommato, devo dire che proprio questa non mi imbarazza affatto. Per una serie di ragioni. Prima: ho amato il romanzo Nel corpo di Napoli. Credo sia uno dei più importanti degli ultimi tempi. Con Montesano, abbiamo origini sociali ed ideologiche del tutto antitetiche , però anche lui ha un modo molto bello, caricaturale, grottesco, di descrivere i suoi personaggi. Seconda ragione: credo di dedicare , il mio saggio su Baudelaire, proprio a lui. Terza: Siamo amici, e poi in più di una circostanza lui ha presentato molto bene il mio libro.

18 aprile 2007

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