Lug 12

Waterboy

Il capitolo del romanzo che apre la terza parte intitolata “Il filo dell’acqua” è Waterboy. In esso si esplicita la particolarità del personaggio Diamante. La sua singolarità si palesa nel “berretto di lana fatto coi ferri da maglia”, nella piccola statura, negli occhi azzurri e nella sua “smorfia imbronciata”.

Diamante inizialmente “gronda di felicità” per il suo nuovo lavoro come waterboy; lo affascinano il “dover tenere insieme ciò che è lontano” e l’innata passione per l’acqua, con la quale si identifica.

Ben presto però Diamante ci viene presentato non solo come “diverso”, ma con toni sempre più eroici ed epici. Egli è infatti costretto a lottare minuto per minuto per la sua sopravvivenza ed a rendersi conto della realtà crudele, spietata e ingiusta da cui è circondato. Lo vediamo deluso per “la coperta da cavallo e i due secchi di legno” che gli vengono affidati. Ma, nonostante tutto, si mostra sempre combattivo, ribelle di fronte ad una realtà che non accetta e pronto a non rinunciare ad un futuro migliore.

Lo caratterizza un amore per il sapere. Diamante è l’unico degli operai a rimanere fino alla quindicesima lezione d’inglese di miss Camptbell ed a mostrarsi ben disposto a leggere il libro The call of the wild da lei regalatogli. Quel libro lo colpisce particolarmente per la figura del cane Buck, che per alcuni tratti è simile a lui.

Da questa disagiata e precaria condizione lavorativa tenta di sfuggire procurandosi altri lavori senza però rimanerne mai pienamente soddisfatto. I continui tentativi fallimentari fatti da Diamante per migliorare, quasi sintomatici di un destino ineluttabile ed immutabile, riconducono ad una concezione della vita tipicamente verghiana.

Anche il ricorrere di proverbi che tramandano la saggezza popolare (“la gente del suo paese invece aveva paura dell’acqua – acqua e morte stanno sempre dietro le porte, diceva il proverbio”, p. 252; “I compagni del campo più esperti dicono che le donne hanno bisogno delle parole come gli uomini degli atti impuri”, p. 249) è riscontrabile nella produzione letteraria del Verga.

L’esperienza vissuta come waterboy funge quasi da rito di iniziazione alla vita, facendo maturare in Diamante una maggiore consapevolezza rispetto a problemi quali: “l’alienazione del lavoro”, lo “spirito di classe” e “la rabbia furibonda verso il mondo, il destino, i suoi datori di lavoro e i capitalisti…” (pp. 254-255).
Fra le uniche cose che sembrano dargli la forza di andare avanti e di non smettere mai di sognare c’è l’amore per Vita. Di lei, infatti, conserva gelosamente il berretto regalatogli, la foto ed una catenina d’oro. Ricorda ancora il suo profumo ed è dibattuto tra la grande voglia di riabbracciarla ed il fatto di non poterle dare un futuro radioso, ma solo un destino di miseria.

Prova rimorso per essersene allontanato e teme di potere vivere un’esperienza simile a quella, tanto decantata dai giornali dell’epoca, del tradimento del cantante Caruso (“Diamante ci rimuginò per mesi. La morale di quella storia era che non si può lasciare sola una donna così a lungo, perché il tradimento vuole solo un’occasione. E prima o poi l’occasione arriva. Doveva assolutamente trovare il modo di abbandonare le ferrovie e tornare a New York”, p. 259).

Un altro affetto importante è costituito dalla propria famiglia e dalla sua terra d’origine. In un momento di sconforto, quando arriva l’ispettore che controlla le condizioni delle railroads, cede alla tentazione di rinnegare la sua identità e le sue origini, ma subito se ne vergogna.
Attorno a Diamante gravita la rassegnazione degli operai delle ferrovie che, a furia di lavorare, hanno assunto un aspetto ferino e brutale.

I diversi personaggi sono contraddistinti da differenti registri linguistici: dall’inglese imperfetto di Diamante (“Orrait”), che però non cede quasi mai ad un linguaggio vernacolare eccessivamente basso, a quello scadente dei compagni (“…Se continui a rompergli i coglioni, ti denuncia per furto e l’agente della Compagnia ti sbatte in galera”, p. 248).

Contribuisce a caratterizzare il punto di vista di Diamante un uso non canonico della punteggiatura e dei periodi spesso spezzati (“Diamante non ha sonno, perché è troppo contento. Di essere nel favoloso Ohio. Di avere trovato un lavoro sicuro e di cominciare una nuova vita”, p. 245).

L’autrice per esplicitare meglio il discorso usa dei nessi o ricorre a delle metafore (“Il sole non tramonta mai e gli brucia schiena spalle e nuca, che si coprono di bolle: la pelle viene via come la buccia di una patata lessa e impiega un mese a farsi nera come quella degli operai ”, p. 246). Per palesare la dimensione epico – lirica nelle descrizioni si nota un ricorso al fonosimbolismo (“baluginava”, “gronda”, “cigolio”, “rumori del silenzio”, “stillicidio”, “schiaffi del vento”, “scrosci tempestosi”) ed a termini di ascendenza pascoliana (“forre”, “sciabordare”).

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