Lug 12

Cartolina da New York

Cartolina da New York è uno di quegli spazi, all’interno del romanzo, che la scrittrice riserva a se stessa, e a cui ci ha ormai abituato. La narrazione delle vicende legate a Vita e Diamante per un attimo si interrompe, ci ritroviamo catapultati dall’America dei primi anni del ventesimo secolo alla Roma contemporanea, dove assistiamo, quasi in presa diretta, all’interrogarsi della scrittrice sulla figura del nonno. In questo capitolo la Mazzucco dà conto di come sia riuscita ad arrivare al ritratto fisico di Diamante, ci permette di entrare nella sua officina letteraria per comprendere meglio i processi che stanno alla base della costruzione del suo personaggio.

E’ la piccola Melania a chiedere per gioco al padre di mostrarle qualcosa del nonno, e la scatola da scarpe mostratale dal padre, “in un giorno ormai imprecisabile della mia infanzia”, e qualche vecchia fotografia, è tutto ciò che Diamante ha, volutamente, lasciato di sé. Il tentativo fallisce, la scatola contiene solo un carteggio di lettere d’amore, la montatura senza lenti di un paio di occhiali da lettura e un vecchio astuccio di pelle contenente una targa di rame, mentre le fotografie sono tutte risalenti all’ultimo periodo di vita del nonno, e ritraggono sempre un uomo di mezza età, ben curato, di cui ciò che colpisce maggiormente sono “un paio di formidabili occhi celesti scoloriti”.

Ma ciò che interessa alla scrittrice è “Celestina, Spilapippe, Diamante ragazzino, il Diamante vitale, anarchico e scatenato che partì per l’America”, alla ricerca della Fortuna. Di questo Diamante non c’è traccia. L’unica foto che rimane di lui è quella del libretto di riconoscimento del tram di Roma, rilasciato nel 1920. In quella foto Diamante aveva ventiquattro anni e di conseguenza già alle spalle l’America e tutto ciò che essa rappresentò per lui. Mano a mano che le ricerche dell’autrice avanzano, Diamante si delinea sempre più come una persona riservata, e soprattutto si fa sempre più forte l’impressione di una persona che ha speso tutta la propria vita cercando di cancellare le tracce del proprio passaggio, quasi a dover cancellare un onta. “Come se quella vita fosse stata risucchiata dalle parole che la ricordavano, e insieme la travestivano per sempre”, afferma la scrittrice.

Ecco ritornare uno dei motivi chiave dell’intero romanzo: la Parola. Inoltre, nel capitolo, compare un altro motivo del libro, ovvero la Memoria. L’autrice, infatti, ammette di aver commesso un errore e che la targa di rame in realtà è una cartolina, mandata dall’America da un tale Geremia, nome che alla scrittrice suona del tutto sconosciuto in questo momento, “Non sapevo chi fosse, questo Geremia, né potei chiederlo a mio padre, che andandosene mi aveva lasciato a sua volta un mucchio di carte…”, “Avrei scoperto in seguito, consultando la lista dei passeggeri… che questo Geremia aveva viaggiato sulla stessa nave di… Antonio Mazzucco, il padre di Diamante” “Quando i funzionari respinsero Antonio… lasciarono passare quel ragazzo di quindici anni, il figlio putativo che aveva accompagnato in America – e che ci rimase al posto suo, e di suo figlio”. Il timbro della cartolina reca diciotto novembre 1925, ecco nascere subito dubbi e domande, a cosa si riferisce quella data? Ancora una volta saranno le fonti storiche a dare una risposta.

Da un elemento presentato in sordina viene rievocato un evento storico di importanza non secondaria. La cartolina trovata tra i documenti del nonno è infatti solo una delle migliaia che arrivarono dall’America in quegli anni grazie ad una sottoscrizione tra gli emigranti. La patria pagava il prezzo delle sanzioni e loro la aiutavano così, regalando sotto forma di cartolina più di duecento tonnellate del prezioso metallo. Ancora una volta viene chiesto al lettore di non dimenticare, di non vergognarsi della sua storia. Ma il recupero memoriale non si ferma qui perché la scrittrice scava ancora più a fondo interrogandosi sul perché Diamante abbia conservato, nascondendo, quella cartolina. Scopriamo così che per Diamante il diciotto novembre del millenovecentotrentacinque non era stato uno dei giorni più favorevoli dopo il suo ritorno in patria, aveva quasi perso il lavoro, era stato degradato alle mansioni più umili e picchiato più volte per la strada perché antifascista.

La scrittrice, nella propria ricostruzione dei fatti, afferma che quella cartolina rappresenta per Diamante il segno tangibile di chi è riuscito a sopravvivere in America e ad emergere; l’Ottantaduesima strada, l’indirizzo che a fatica si legge ancora sulla busta della cartolina, è oggi, come allora, un’elegante strada nell’Upper East Side. Le parole incise sul timbro “MEGLIO VIVERE UN GIORNO DA LEONI CHE CENTO DA PECORA” assumono sempre più i connotati di un messaggio che, per quanto amaro, Diamante ha conservato, quale ricordo di una vita che avrebbe potuto essere la sua. Dunque il cerchio si chiude, comprendiamo perché Diamante ha cancellato ogni traccia del suo passaggio in America, non voleva essere assalito dai rimpianti e quella cartolina, superstite tra i pochi relitti dell’altro continente doveva essere un monito al suo agire.

Il capitolo è giocato su due elementi cardine, comuni all’intero romanzo, ovvero l’importanza delle parole e della memoria. Le parole, unica eredità del sogno americano per la scrittrice, rappresentano un tesoro. Il testo infatti muove dalle parole non dette, o appena accennate, del nonno per concludersi con le parole incise, per sempre, nel rame dal timbro postale. Queste stesse parole spiegano il comportamento di Diamante e ancora queste parole non dimenticate permettono, attraverso la memoria, di far tornare in vita tutto e chiudere così il cerchio, come afferma la stessa autrice.

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